Da Corriere della Sera del 07/09/2005

Risposta a Giovanni Belardelli sulla "data simbolo" del '43, che divide gli storici

Perchè non è assurdo festeggiare l'8 settembre

Quel giorno morì la vecchia Italia e nacquero nuove speranze

di Sergio Luzzatto

Una tragedia o una festa, l’8 settembre? Se lo è domandato sulle colonne del Corriere della Sera, sabato scorso, lo storico Giovabbi Belardelli. Che intendeva così proporre, naturalmente, una domanda paradossale: dal momento che l’8 settembre 1943 – il giorno in cui, reso noto l’armistizio con gli angloamericani, l’Italia sabauda si è sbandata e liquefatta, consegnando due terzi del territorio nazionale agli orrori dell’occupazione tedesca – non può ragionevolmente essere inteso se non come il giorno più tragico della nostra storia moderna.
Ma quella di Belardelli voleva essere anche una domanda provocatoria. A sentir lui, “una concezione politico-storiografica oggi in voga” coltiva una visione retrospettiva dell’8 settembre come “principio della rinascita”, dunque come “un evento da celebrare”. E tutto ciò gli sembra “ben strano”: un po’ come se la Francia celebrasse la confitta subita a Sedan, per mano prussiana, nel 1870. E’ mai possibile – si chiede Belardelli – che l’8 settembre rischi oggi di diventare una specie di festa nazionale?
Paradosso per paradosso si sarebbe tentati di rispondergli: e perché no? Tutto sta, infatti, nel punto di osservazione che si adotta. Nessun dubbio intorno al fatto che l’8 settembre sia stato vissuto da molti italiani come il giorno della morte della patria: secondo l’icastica definizione formulata allora da un giurista, Salvatore Satta, poi ripresa e fatta propria da Ernesto Galli della Loggia in un libro uscito nel 1996. Sennonché la patria che morì l’8 settembre 1943 non era la patria di tutti gli italiani.
Era la patria di chi – come lo stesso Satta, già zelante professore di Storia e dottrina del fascismo – aveva sperato fino all’ultimo nella capacità di Mussolini di far grande l’Italia attraverso una alleanza con la Germania di Adolf Hitler. Ma no era più (o non era mai stata) la patria di tantissimi altri. Ad esempio, non era la patria di un giurista come Pietro Calamandrei: il cui diario degli anni di guerra offre il singolare spettacolo di un reduce di Vittorio Veneto che doveva salutare come vittorie le disfatte militari del suo Paese, perché precipitavano la fine del fascismo.
Un altro diario di guerra, quello di Franco Calamandrei (il figlio di Piero), illustra come l’8 settembre 943 abbia potuto essere addirittura- per certi italiani – il giorno della nascita della patria. Al momento dell’armistizio, questo ventiseienne inquieto e ipersensibile trascinava la vita fra le calli di Venezia, da annoiato dipendente del locale Archivio di Stato. Con scorno del padre, Franco aveva un passato universitario fascista e incerte idee sull’avvenire. Ma la notizia dell’armistizio, l’evidenza della rovina istituzionale e civile della vecchia Italia lo colpiscono come una scossa elettrica. Eccolo salire sul treno, raggiungere Roma, entrare nel Partito comunista clandestino. Eccolo animare l’attività sovversiva dei Gap. Eccolo guidare, nel marzo del 1944, il commando di via Rasella, in un’azione militare tra le più significative della Resistenza europea.
Numerosi altri esempi si potrebbero fare di italiani per i quali l’8 settembre valse non già da giorno di morte, ma da giorno di nascita della loro patria: una patria nuova perché fondata sopra valori diversi da quelli del ventennio sabaudo, i valori dell’antifascismo e della democrazia. In ogni caso, qui i numeri contano poco, se non per gli storici, almeno per i cittadini. A noi non tocca di calcolare quanti furono gli italiani che subirono l’8 settembre come una morte e quanti lo vissero come una nascita. A noi tocca di riconoscere che quanti lo vissero come una nascita (o come una rinascita) erano gli italiani migliori.
Forse, basterebbe questo per considerare l’8 settembre – a suo modo: nel suo tragico modo – come qualcosa di simile a una festa. E se rimanesse il dubbio di fare una cosa strana, potremmo sentirci incoraggiati proprio dai nostri vicini d’Oltralpe. I quante città di Francia una via o una piazza sono intitolate al 18 giugno del 1940! Eppure, appena il giorno prima il maresciallo Philippe Pétain aveva siglato con i tedeschi l’armistizio della vergogna. Ma l’indomani, da Londra, la voce di un generale allora semisconosciuto, Charles de Gaulle, si era levata per fare appello a tutti i francesi di buona volontà, creando le premesse di una rifondazione nazionale.
La nostra rinascita dopo l’8 settembre non poté contare sopra un generale de Gaulle. Tuttavia, questo nulla toglie al valore fondativi di quella data. Tanto è vero che anche la toponomastica italiana comprende qualcosa di paragonabile al 18 giugno 1940 tanto caro ai francesi: sono le vie e le piazze intitolate a seimilacinquecento soldati e ufficiali in grigioverde, i martiri di Cefalonia.

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