Da Aprile del 12/05/2006

L'eredità di Restore Hope

Esteri. Da lunedì le milizie islamiche e l'Allenza antiterrorismo combattono per il controllo di Mogadiscio. Si riapre l'interrogativo sulla missione Onu del '92

di Marzia Bonacci

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Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniOggiI conflitti dimenticatiSomalia
Una città nel caos più drammatico. Scuole chiuse e palazzi dati alle fiamme, 20 mila persone fuggite dall’inferno di una capitale ridotta allo stremo e un bilancio di circa 120 morti e più di 200 feriti pronto a crescere di ora in ora. Appare così Mogadiscio, centro nevralgico della Somalia, a quattro giorni dal conflitto che vede combattere le due fazioni rivali dominanti nel paese: le milizie islamiche legate ad Al-Qaeda, riunite nella cosiddetta “Lega dei tribunali islamici”, e l’ “Alleanza per la pace e la lotta al terrorismo”, che alle prime si oppone nel tentativo di sottrarre loro il controllo crescente assunto negli ultimi mesi nella capitale somala.
Uno scontro feroce che è cominciato nella giornata di lunedì a Sii-sii, quartiere a nord di Mogadiscio densamente abitato e molto povero, quando sono esplosi i primi colpi di artiglieria fra le due fazioni rivali degli islamisti e dell’Alleanza anti-islamica. Ma quello che lunedì appariva come un contingente e limitato confronto fra i due gruppi rivali, già martedì si andava trasformando in una nuova fase di vera guerra civile a carattere e coinvolgimento nazionale.
Una situazione che non lascia profilare un rapido e facile ritorno alla calma e che ha spinto lo stesso rappresentante speciale dell'Onu per la Somalia, Francois Lonseny Fall, a diffondere il 10 maggio un comunicato stampa in cui i “leader di entrambe le parti” sono stati invitati “a fare un passo indietro e a considerare i danni inflitti alla popolazione”. “A prescindere dalle alleanze, il conflitto a intermittenza tra i due campi armati – continua nella nota il delegato Onu - può infatti portare alla perdita di vite innocenti e creare timori e caos nei civili rimasti intrappolati nello scontro”.

Il confronto armato che da quattro giorni sta insanguinando Mogadiscio vede protagonista la vecchia guardia intramontabile dei cosiddetti “signori della guerra” (warlords), leader dei più potenti clan locali che dal 1991, anno della caduta del presidente Siyad Barre, si sono scontrati in una feroce guerra civile per il controllo dell’intero paese. Quei signori della guerra che portarono la Somalia al collasso umanitario e politico e che spinsero le Nazioni Unite a programmare il loro intervento umanitario nel dicembre 1992, quando un contingente della forza di pace (ONUSOM), guidato dagli Stati Uniti, venne inviato nel paese del Corno d’Africa per restaurare l'ordine e permettere alle organizzazioni internazionali di riprendere la distribuzione di viveri e fornire assistenza umanitaria. Era la celebre “Restore Hope” ("Riportare la speranza"), missione dalle grandi ambizioni ma anche dallo scarso successo. Il contingente dell'ONU infatti non seppe affrontare la complessa situazione etnica e politica somala e non sempre operò in modo equidistante tra le varie fazioni, basti ricordare la scelta americana – largamente analizzata per esempio nei reportage critici di Ilaria Alpi – di favorire uno fra i due più importanti signori della guerra di allora, Mohamed Alì Mahdi, che governava la zona nord di Mogadiscio, in opposizione al generale Mohamed Farah Aidid, che invece controllava il sud della città. Così la maggioranza degli aiuti umanitari giunti dall’assistenza occidentale andò a finire nelle mani degli stessi warlords, i quali li rivendevano in cambio delle armi, spesso coperti dalle medesime forze internazionali che non seppero schierarsi contro di loro in modo inequivocabile, ma che al contrario – vedi il caso di Alì Mahdi - li sostennero.
La speranza che doveva essere riportata dalla missione internazionale rimase per questa inettitudine dell’Onu un obiettivo su carta, per altro travolto dal drammatico sospetto di connivenze con il potere militare locale degli stessi signori della guerra. Ilaria Alpi non ha potuto raccontarcelo di persona, ma nei suoi appunti scomparsi e poi misteriosamente ritrovati compare l’infamante sospetto (che è difficile non definire certezza) secondo cui gli stessi governi occidentali, ufficialmente così buoni e generosi da inviare aiuti umanitari, in realtà usarono la missione internazionale per camuffare il loro traffico di rifiuti tossici scaricati a largo della costa somala in cambio della cessione di armi ai signori della guerra. Come al solito, la mano destra non sa quel che fa la mano sinistra. O forse lo sa fin troppo bene e per questo cerca di nasconderlo.

Ebbene oggi questi signori della guerra sono ancora in scena. Nel febbraio scorso infatti si sono costituiti in una vera e propria milizia armata, cioè l’ “Alleanza per la pace e la lotta al terrorismo”. L’Arpct ha goduto da sempre dell’aiuto degli Stati Uniti, i quali in barba all’embargo stabilito dall’Onu verso la Somalia per quel che riguarda le armi, sostengono sia finanziariamente che militarmente l’alleanza antiterroristica, il cui obiettivo principale è quello di ricondurre sotto la propria egida la città di Mogadiscio, da diversi mesi in mano alla crescente forza islamica che, ispirandosi alla legge coranica e desiderosa di imporre la sharia in tutto il paese come unico codice normativo, può vantare l’appoggio del celebre network del terrore Al-Qaeda. Lo scontro fra l’Arpct e la Lega dei tribunali islamici per la leadership su Mogadiscio nasce da una motivazione non marginale: controllare la capitale somala significa controllare i suoi traffici lucrosissimi di armi, droga e merce rubata. E pensare che un tempo, prima di febbraio e prima che giungesse l’appoggio a stelle e a strisce, i due gruppi oggi in conflitto fra loro erano schierati dalla stessa parte contro il governo di transizione nazionale, cioè quell’abbozzo di stato somalo appoggiato dalla comunità internazionale e che siede ed opera provvisoriamente a Baidoa, nel centro-sud della Somalia, in realtà privo del controllo effettivo sul paese e soprattutto sulla capitale, che rimane a tutt’oggi vittima della concorrenziale lotta per il controllo fra gli antichi signori della guerra (Alleanza) e le milizie islamiche.

L’appoggio americano alle milizie anti-islamiche dei signori della guerra (l’Arpct), che riapre il tema spinoso della responsabilità internazionale nelle zone di conflitto e che lascia trasparire posizioni non sempre corrette da parte degli States, è stato emblematicamente stigmatizzato negli ultimi giorni dallo stesso Abdullahi Yusuf Ahmed, presidente del governo provvisorio somalo (Tfg). Finanziare i warlords della capitale non è infatti, a detta di Yusuf, la strada utile per combattere il terrorismo; la cui unica possibilità di essere sconfitto risiederebbe sempre a suo parere nell’ aiuto verso il legittimo governo. Altrettanto emblematicamente i funzionari Usa non hanno voluto confermare né smentire le dichiarazioni di Ahmed.

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