Da La Repubblica del 09/05/2007

"Ma ora si rifletta su quegli anni"

Benedetta Tobagi: è indispensabile una via d´uscita condivisa

di Fabrizio Ravelli

MILANO - «Trovo molto importante che il presidente Napolitano abbia voluto muoversi e segnalare la necessità di un giorno della memoria. Così come ritengo giusto quel che dice: c´è stato un vuoto di attenzione per le vittime del terrorismo. Non tanto per mio padre forse, ma di sicuro per molti altri, e soprattutto per le vittime del terrorismo di destra. Il mio pensiero è che è molto importante che la memoria di quel periodo sia coltivata in profondità. E riguarda tutti, non solo i familiari delle vittime».

Benedetta Tobagi aveva tre anni e mezzo il 28 maggio 1980 quando suo padre Walter, inviato del Corriere della Sera, venne assassinato dalla Brigata 28 marzo. Gli somiglia molto: nei colori, negli occhi, nel modo pacato e chiarissimo di ragionare. Questo le preme che sia chiaro: la memoria del terrorismo non è questione che riguardi solo le vittime, anche se si tratta di vittime trascurate, dimenticate, la cui presenza è stata a volte ingombrante. «In Italia si è vissuta una lacerazione sociale civile profondissima. Che ha riguardato tutti. Più di una volta ai giornalisti, che mi venivano a cercare magari quando un ex terrorista era scarcerato, ho chiesto: ma perché ridurre tutto al piano personale? Qui non si tratta della sensibilità di persone offese».

Che non si parli, insomma, di un risarcimento. «Io spero che, d´ora in avanti, questa giornata del 9 maggio serva a far acquisire una memoria a tutti, di quel che ha rappresentato il terrorismo per l´Italia. Altrimenti la liberazione di terroristi sembrerà sempre un´offesa personale a qualcuno. No, è un tema istituzionale, che deve dire come un Paese vuole porre rimedio, come presenta una via d´uscita e una posizione comune. Perché è proprio la memoria comune che manca. Il tema della violenza politica è un nodo irrisolto, e ciò mi assilla molto. L´iniziativa del presidente è uno spunto, un´occasione che può far da catalizzatore».

Lei si presta, dice, a fare da «richiamo». Si può immaginare quanto le costi, ma anche quanto sia importante per lei: «Credo che i familiari delle vittime svolgano una funzione di testimonianza, nel senso che sono un richiamo. Siamo la memoria vivente di pensieri non pensati nella storia italiana». Nel senso che serve anche «un tipo di memoria diversa». E cioè: «Il terrorismo di sinistra ha falciato un intero ceto intellettuale, ed è stata una perdita colossale per il Paese. Tutti hanno lasciato dei vuoti. In questi giorni sono andata a rileggermi gli articoli di mio padre sull´Autonomia: sono straordinari. Lui era uno di quei riformisti - penso a Galli, Alessandrini, Tarantelli, D´Antona e altri - eliminati per arrivare prima allo scontro sociale. Riportare in vita il lavoro di queste persone è la chiave per capire».

Per Benedetta Tobagi questo è stato un durissimo lavoro. Prima di tutto è andata alla ricerca della voce del padre, che non ricordava: «Ho trovato tutte queste cassette bellissime, con le registrazioni delle sue interviste. E poi una di un compleanno di mio papà, credo l´ultimo compleanno». Poi ha letto i testi, gli articoli, i libri: «Credo che questa debba diventare un´impresa collettiva. Riportare in vita il lavoro dei riformisti di cui non si è più parlato. Salvo che negli ultimi anni, almeno per mio padre. È un contributo storico, giornalistico, sindacale importante».

Questo, dice Benedetta, è il lavoro della memoria: riflettere, discutere, riportare a galla. Certo non si parla solo del passato: «Il tema della violenza politica è ancora fra noi. Non si tratta solo di rammentare che l´Italia è stata segnata dal terrorismo negli anni Settanta. Il terrorismo esiste ancora, ci sono dei germi presenti». Però, se deve citare un´opera che le è sembrata fondamentale per capire, dice: «Penso al film danese "Gli innocenti" di Per Fly, straordinario. Non ho visto, in Italia, un lavoro altrettanto decisivo».
Un´ultima cosa le preme: che la giornata sia della memoria e non del perdono. «Io sono laica, e penso di avere il diritto di non perdonare. E anche la questione del perdono, finora, è sempre stata mal posta: non è una questione personale». Solo uno della Brigata 28 marzo, era il 1993, chiese di incontrare la famiglia Tobagi: «Franco Giordano, che s´era fatta tutta la galera, era impegnato nel sociale, aveva una famiglia, aveva fatto un percorso di riabilitazione. Venne a chiederci perdono, e capisco ne avesse bisogno. Ma per me fu ugualmente difficile, molto difficile: una cosa devastante».

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