Da Corriere della Sera del 06/06/2006

La figlia di Rossa: gli ex terroristi non riscrivano la storia

di Dino Martirano

LA SENATRICE DELL'ULIVO
ROMA — «Cari ex brigatisti, ora voglio sapere...». Sabina Rossa, la figlia del sindacalista del Pci assassinato nel '79 a Genova dalle Br, ha già scritto tutto nel suo libro, «Guido Rossa, mio padre» (Rizzoli-Bur), firmato insieme a Giovanni Fasanella. Così, se le si chiede un giudizio su Sergio D'Elia, lei non può che ripartire da quella mail scritta nel 2005 a Renato Curcio, uno dei fondatori delle Br: «Sono convinta che gli ex brigatisti che hanno saldato il conto con lo Stato non possono essere considerati "reati" ma persone».
E oggi, che Sabina Rossa è senatore della Repubblica eletta con l'Ulivo su indicazione dei Ds, quel giudizio non cambia: «Non sta a me giudicare. Se la legge consente a Sergio D'Elia di fare il deputato e di ricoprire la carica di segretario della Camera, io non pongo un problema di carattere giuridico.
Però dico che non è possibile che la storia di quegli anni l'abbiano scritta loro, gli ex terroristi. Non è giusto».
Senatrice, ritiene che gli ex terroristi troppo spesso cedano alla tentazione del protagonismo?
«Noi non vogliamo la gogna per nessuno ma sarebbe giusto evitare alcune forme di protagonismo. Certo, D'Elia ha fatto un percorso di riabilitazione di tutto rispetto e ad alto livello. Però il problema, che si presenta puntualmente a destra come a sinistra, non riguarda solo chi ha commesso reati. Infatti siamo in una fase storica in cui quel capitolo non può ancora essere considerato chiuso: non è stata fatta chiarezza perché, in quegli anni, l'area del consenso intorno al terrorismo era grande e molti si sono riciclati come se niente fosse accaduto».
Non basta, dunque, che la giustizia faccia il suo corso nei tribunali?
«Ricordate chi andava dicendo Nè con lo Stato né con le Br? Lo sostenevano anche tanti intellettuali, tanti personaggi della cosiddetta
intellighentia: molti di loro, poi, si sono rigenerati nella politica, nell'editoria, nelle testate giornalistiche. Il fenomeno è stato vasto, diffuso e, quindi, non possiamo archiviare a colpi di grazie e di discussioni sui casi D'Elia. C'è bisogno di verità storica, se vogliamo davvero mettere la parola fine».
Lei, chiedendo un incontro a Vincenzo Guagliardo, uno degli assassini di suo padre, è riuscita a darsi una risposta in più?
«Per scrivere il libro su mio padre, ho avviato un dialogo con otto ex brigatisti. Con loro ho cercato di capire, di andare alla ricerca della verità».
Oggi però si discute di un deputato regolarmente eletto che ha un passato da terrorista di Prima linea.
«Dovremmo approfittare di queste occasioni per affrontare un vero dibattito su quegli anni per arrivare, magari, anche a chiuderlo quel capitolo. Vede, c'è bisogno di questo anche per salvaguardare le famiglie delle vittime. E penso alla legge varata appena 2 anni fa che ancora non viene applicata, costringendo molte persone ad umiliarsi mentre gli ex terroristi vanno in Parlamento».
Perché gli ex terroristi fanno audience?
«Il sistema della comunicazione fa di loro quasi delle star. Invece, la vittima che audience può sollevare? Al massimo si può mettere a piangere... Però questo meccanismo genera una visione parziale del fenomeno: delegare gli ex terroristi a scrivere la storia di quegli anni non è condivisibile. Non va bene. Per una democrazia avanzata come la nostra non credo che questa sia una bella immagine da dare».
Senatrice, è favorevole alla grazia per Adriano Sofri?
«Sofri in galera non risolve alcun problema anche perché, per quanto mi riguarda, le posizioni ambigue espresse da Lotta continua dopo l'omicidio di mio padre non furono le uniche. Scusate, ma Né con lo Stato né con le Br che posizione era?».

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