20 marzo 1979

08. Il delitto Pecorelli

Vita e morte di un giornalista kamikaze
Una agenzia misteriosa, un delitto efferato,
vent'anni di misteri e rivelazioni

Documento aggiornato il 24/02/2006
Ecco gli eventi principali del caso Pecorelli.

20 marzo 1979. Carmine "Mino" Pecorelli viene ucciso a Roma con quattro colpi di pistola calibro 7.65 poco dopo avere lasciato la redazione di "Op". L'inchiesta, a carico di ignoti, viene affidata al magistrato di turno, dottor Mauro, e a Domenico Sica. Nell'indagine vengono coinvolti Massimo Carminati, Licio Gelli, Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti.

15 novembre del 1991. Il giudice istruttore Francesco Monastero proscioglie tutti gli indagati per non avere commesso il fatto.

6 aprile del 1993. Tommaso Buscetta accusa Giulio Andreotti e le indagini ripartono. Il 14 aprile i pm romani iscrivono Andreotti nel registro delle notizie di reato.

29 luglio 1993. Il Senato concede l'autorizzazione a procedere per l'ex presidente del Consiglio. Il pm Giovanni Salvi indaga anche su Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò.



Agosto 1993. Entra in scena la banda della Magliana: le dichiarazioni del pentito Vittorio Carnovale coinvolgono il pm romano Claudio Vitalone.

17 dicembre 1993. L'inchiesta arriva alla procura di Perugia competente a indagare sui magistrati romani. Vitalone viene ufficialmente iscritto nel registro delle notizie di reato.

7 gennaio 1995. In base alle dichiarazioni dei pentiti Fabiola Moretti e Antonio Mancini i pm umbri indagano Michelangelo La Barbera e chiedono la riapertura dell'inchiesta su Carminati.

20 luglio 1995. Il procuratore capo Nicola Restivo e i sostituti Fausto Cardella ed Alessandro Cannevale depositano la richiesta di rinvio a giudizio, con l'accusa di omicidio, per Andreotti, Vitalone, Badalamenti, Calò, La Barbera e Carminati.



11 aprile 1996. Comincia il processo. In 169 udienze vengono sentiti 250 testimoni e raccolte oltre 300 mila pagine di atti.

30 giugno 1999. I pm chiedono la condanna all'ergastolo per Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò come mandanti, e per Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati come esecutori materiali.

20 settembre 1999. La corte d'Assise di Perugia (presidente Giancarlo Orzella e gli altri sette giudici, un togato e sei popolari) entra in camera di consiglio.

24 settembre 1999. Viene pronunciato il verdetto: assolti tutti gli imputati, per non aver commesso il fatto.
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La tesi dell'accusa ad Andreotti

Carmine Pecorelli, giornalista e direttore di "Op", venne ucciso con quattro colpi di pistola il 20 marzo 1979, in via Tacito a Roma. A oltre vent'anni dalla sua morte, la corte d'Assise di Perugia, dopo tre anni e cinque mesi di dibattimento, 169 udienze, 250 testimoni, ha pronunciato il verdetto: tutti assolti. Decidendo così il destino degli imputati: Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti e Giuseppe Calò, accusati di essere i mandanti, e Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati, accusati di aver compiuto materialmente il delitto. Omicidio che, secondo i pm di Perugia, va inquadrato nel connubio tra mafia, politica e criminalità romana (la banda della Magliana), sullo sfondo dei "segreti" del memoriale di Aldo Moro e delle sue rivelazioni sullo stesso Andreotti.

L'indagine nasce dalle dichiarazioni rese dai mafiosi pentiti Tommaso Buscetta, figura chiave per la conoscenza di Cosa Nostra, Salvatore Cancemi e Francesco Marino Mannoia; dei collaboratori di giustizia provenienti dalle fila della banda della Magliana, Antonio Mancini, Maurizio Abbatino, Vittorio Carnovale, Fabiola Moretti.

In particolare, Buscetta sostiene di aver saputo da Badalamenti che a far uccidere il giornalista erano stati Stefano Bontade e Badalamenti stesso, su richiesta di Ignazio e Nino Salvo. Mino Pecorelli, secondo i pm, era un giornalista "scomodo" per il gruppo andreottiano, perchè a conoscenza di segreti sul caso Moro. Per questo Andreotti e Vitalone lo avrebbero fatto uccidere, servendosi dei loro legami con Nino ed Ignazio Salvo, che a loro volta avrebbero attivato Badalamenti e Stefano Bontate. Quest'ultimo avrebbe fatto da tramite con Pippo Calò, mafioso in rapporto con la banda della Magliana, grazie ai suoi contatti con Danilo Abbruciati. La banda avrebbe contattato uno dei killer, il "nero" Massimo Carminati, mentre l'altro esecutore materiale, Michelangelo La Barbera, veniva dalle file di Cosa Nostra. Due autori di provenienza diversa, dunque, a sugellare la doppia pista intorno al delitto. Entrambe le piste, tuttavia, conducono ad un unico uomo: Andreotti, appunto.

Quanto a Vitalone, a chiamarlo in causa sono soprattutto i pentiti della Magliana: sarebbe stato lui, stretto collaboratore del senatore a vita, che avrebbe contattato la banda romana, collaborando all'organizzazione del delitto. Anche una donna, Fabiola Moretti, vicina alla banda, ha raccontato di suoi incontri con i boss della mala, per mettere a punto il piano; poi però ha ritrattato tutto.

Questa la ricostruzione dei pm. A cui si oppone l'interpretazione della difesa, secondo cui l'intero castello accusatorio si basa sulle false dichiarazioni di falsi pentiti. "L'intera ricostruzione è solo un quadro astratto", ha sempre detto Fausto Coppi, difensore del senatore a vita.
 
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