Il discorso delle armi. L’ideologia terroristica nel linguaggio delle Brigate Rosse e di Prima Linea

Edito da Savelli, 1981
157 pagine
ISBN 00803036

di Vittorio Dini, Luigi Manconi

Recensione

bbiamo già detto in altre sedi che il modo migliore per conoscere e capire qualcosa dell’esperienza lottarmatista è leggere i documenti che le varie organizzazioni combattenti hanno prodotto nel corso della loro storia. Impresa spesso e volentieri faticosa, noiosa, difficile visto il linguaggio adoperato dagli ideologi della lotta armata. Compito, d’altro canto, obbligatorio per chiunque voglia affrontare questo pezzo della nostra storia senza per forza di cose affidare ad “altri” la propria interpretazione dei fatti.

Sulla base di queste brevi considerazioni, Il discorso delle armi è già di per sé un libro che in qualche modo va recuperato, consultato e – perché no? – letto. Perché, proprio a partire da parte della produzione documentale delle Brigate rosse e di Prima Linea, i due autori cercano di interpretarne le rispettive ideologie, culture, strategie come essere emergono dai documenti di volta in volta elaborati. E tutto questo in considerazione del fatto che ogni atto terroristico – a maggior ragione nell’epoca del “villaggio globale” contemporaneo – è anche un atto di comunicazione che mira a veicolare messaggi di natura principalmente politica. Tanto più laddove l’atto criminale è accompagnato da rivendicazioni che vogliono appunto illustrare un disegno politico, una strategia che, per quanto perseguita con mezzi illeciti, sempre politica è.

Dicono bene gli autori quando nella premessa affermano che quello che occorre è, innanzitutto, una critica politica del terrorismo. Osservazione che, pur vecchia di oltre ventenni, riteniamo valida ancora oggi, nonostante l’assoluta incomparabilità delle dimensioni del fenomeno di ieri rispetto a quelle di oggi. Anche oggi, però, l’eversione armata è un problema squisitamente politico e quindi va analizzato e studiato accantonando le inutili categorie di analisi che si rifanno all’irrazionale e al farneticante, per assumere invece un approccio che sappia individuare le ragioni e i motivi, sociali e politici, del riemergere delle istanze eversive.

In due autori qui isolano due aspetti peculiari del messaggio terroristico, e ne fanno in un certo senso la matrice delle due formazioni eversive, Brigate rosse e Prima Linea, che più delle altre hanno occupato la scena del terrore. La lotta armata come massima espressione della giustizia e del diritto proletario nelle Br. La lotta armata essenzialmente come strumento primo di comunicazione in Prima Linea, veicolo di messaggi politici e di intenti disarticolanti.

Non è il caso qui di dilungarsi troppo sui contenuti di queste due linee di ricerca.

La cosa che è importante sottolineare è l’approccio metodologico adottato dai due autori: l’analisi delle fonti primarie, dei documenti che in calce recano la firma delle organizzazioni combattenti.

A tal proposito, il libro viene arricchito in appendice con la pubblicazione di alcuni dei documenti più importanti a firma Br e Prima Linea. E data la difficoltà di reperimento di simili documenti, ci sembra giusto soffermarci un attimo su questo aspetto del testo. Delle Brigate rosse vengono riportate le celebri “20 tesi” che appaiono ne L’ape e il comunista, il discusso “documentane” che sancì la spaccatura tra l’esecutivo militarista guidato da Moretti e il collettivo dei prigionieri politici legato al gruppo storico delle Br. Sempre a firma Br vengono poi pubblicati l’autointervista del giugno 1981 e alcuni documenti della “Campagna Peci” (tra cui la celebre lettere di Roberto al fratello pentito). Di Prima Linea è invece riprodotto il comunicato sull’uccisione di William Vaccher, episodio molto importante per quel pezzo di storia di lotta armata che si consumò nel segno della vendetta fratricida e del regolamento di conti interno.

(Fonte: BrigateRosse.org)

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