Da Corriere della Sera del 22/09/2005
Il covo di Riina, parla il magistrato Patronaggio
"L'Arma non voleva il blitz. Caselli fermò l'irruzione"
di Enzo Mignosi
Palermo. La mattina del 15 gennaio 1993, poche ore dopo la cattura di Totò Riina, le squadre del comando territoriale dei carabinieri erano pronte per un’irruzione a tenaglia nel covo del boss corleonese, in via Bernini. Ma all’ultimo istante, quando le auto erano già incolonnate e gli elicotteri pronti ad alzarsi in volo per accerchiare la zona del motel Agip dove il padrino era stato arrestato, il capitano del Ros “Ultimo” (al secolo Sergio De Caprio) chiese e ottenne dall’allora colonnello Mario Mori (oggi direttore del Sisde) di bloccare l’operazione. Per questo il procuratore di Paleremo Giancarlo Caselli, che proprio quel giorno si era insediato al vertice dell’ufficio giudiziario, chiamò il magistrato di turno, Luigi Patronaggio, orinandogli di rinviare tutto.
Ecco la ricostruzione di quella mattinata di misteri da parte di Patronaggio, sentito ieri a Paleremo come teste al processo contro Mori e De Caprio, imputati di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra per aver ritardato il blitz nell’elegante residence con piscina che per anni ha protetto la latitanza del capo corleonese. Blitz che si fece diciotto giorni più tardi, quando anche l’ultima traccia dei segreti di Riina era già stata cancellata.
Quel 15 gennaio del ’93 Patronaggio era di turno in Procura e ricevette una telefonata dal capo. “Caselli mi disse che era stato informato dell’arresto di Riina dai carabinieri con i quali era in contatto diretto – ha spiegato il giudice -. Lui ha gestito tutta l’operazione e aveva rapporti con Mori, De Caprio e tutti quelli del Ros”.
Sollecitato dalle domande del pm Antonio Ingoia, Patronaggio è entrato nei dettagli. “Erano le due del pomeriggio, i carabinieri del reparto territoriale attendevano il segnale per far scattare l’operazione. Nessuno di noi sapeva qual era la villa di Riina e per questo ci preparavamo a perquisirle tutte. Ma poi è arrivata la telefonata di Caselli: disse di avere ricevuto dal Ros la richiesta di stop, e siccome c’era e c’è la totale fiducia in De Caprio e Mori, e l’indicazione proveniva da due operatori qualificati, non ho avuto nulla da obiettare. Anche se poi i carabinieri del reparto territoriale espressero molte perplessità”. Caselli – ha aggiunto Patronaggio – mi parlò di mezzi tecnici di osservazione, facendomi intendere che la villa di Riina era sotto controllo e, per la verità, io credevo che il gruppo del capitano “Ultimo” stesse svolgendo altre attività operative”.
Caselli, ieri a Palermo per partecipare alla giornata inaugurale della “Settimana alfonsiana”, non ha voluto fare dichiarazioni. “Non posso dire nulla – ha spiegato – perché anch’io dovrò deporre al processo”.
Ecco la ricostruzione di quella mattinata di misteri da parte di Patronaggio, sentito ieri a Paleremo come teste al processo contro Mori e De Caprio, imputati di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra per aver ritardato il blitz nell’elegante residence con piscina che per anni ha protetto la latitanza del capo corleonese. Blitz che si fece diciotto giorni più tardi, quando anche l’ultima traccia dei segreti di Riina era già stata cancellata.
Quel 15 gennaio del ’93 Patronaggio era di turno in Procura e ricevette una telefonata dal capo. “Caselli mi disse che era stato informato dell’arresto di Riina dai carabinieri con i quali era in contatto diretto – ha spiegato il giudice -. Lui ha gestito tutta l’operazione e aveva rapporti con Mori, De Caprio e tutti quelli del Ros”.
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