Da Corriere della Sera del 23/10/2006
Il racconto dell'imam ai magistrati egiziani. Ma il verbale non è mai stato trasmesso all'Italia
Abu Omar: così sono stato rapito
«Colpito e messo in un furgone. Per le botte mi hanno fatto il massaggio cardiaco»
di Gianni Santucci
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IL CAIRO (Egitto) — Per un'intera mattinata, alcuni mesi fa, Abu Omar ha risposto alle domande dei giudici egiziani. L'interrogatorio si è svolto negli uffici della procura d'appello del Cairo, su richiesta dei magistrati di Milano che indagavano sul suo rapimento. Ma il resoconto di quella conversazione non è mai arrivato in Italia. È l'ultima pagina oscura nella vicenda dell'imam rapito a Milano dalla Cia il 17 febbraio 2003, consegnato ai servizi segreti egiziani e ancora detenuto in un carcere sule rive del Nilo in base alle leggi d'emergenza.
A svelare i retroscena dell'interrogatorio (di cui finora in Italia non si è saputo nulla) è l'avvocato di Abu Omar, Montasser El Zayat: «Alcuni mesi fa ho ricevuto una lettera dagli uffici del procuratore d'appello del Cairo, Sherif al-Qadi. Spiegava che Abu Omar era stato convocato, ma si era rifiutato di rispondere senza l'assistenza del suo legale. La lettera è datata 19 marzo 2006. Mi comunicava anche la data fissata per il nuovo interrogatorio». Il 6 aprile Abu Omar, prelevato dal carcere di massima sicurezza di Al Tora, compare davanti ai magistrati.
L'incontro, a cui ha assistito El Zayat, avviene «sotto il controllo di un ufficiale (probabilmente dei servizi egiziani,
ndr) ». Ma il verbale, nelle settimane seguenti, rimarrà fermo al Cairo. E non entrerà mai nell'inchiesta che si è chiusa un paio di settimane fa con l'accusa di «sequestro di persona pluriaggravato» per 35 indagati (26 agenti statunitensi della Cia, un carabiniere del Ros e otto ufficiali del Sismi).
L'interrogatorio di Abu Omar, come confermato dagli stessi magistrati egiziani, è stato la diretta conseguenza della procedura avviata dalla Procura generale di Milano (che in realtà chiedeva che un magistrato italiano assistesse al colloquio). Il giallo che si apre oggi è: come mai la corte d'appello del Cairo interroga l'imam su richiesta degli italiani, ma poi non riferisce nulla a Milano? A complicare ulteriormente la vicenda c'è la notizia pubblicata dal quotidiano Asharq al-Awsat il 7 aprile scorso: «Il procuratore generale del Cairo ha avviato le indagini sul rapimento di Abu Omar». Il fascicolo è stato aperto «in seguito alla richiesta del procuratore generale italiano di acquisire la testimonianza dell'imam».
Abu Omar è ancora oggi detenuto. Ma cosa ha raccontato nell'interrogatorio del 6 aprile? L'unica ricostruzione al momento possibile è quella fornita dagli stralci del verbale in mano all'avvocato El Zayat. La conversazione si apre con i trascorsi di Abu Omar in Egitto, prima del suo arrivo in Europa. E riserva alcuni particolari inediti: «Tra il 1988 e il 1989 — racconta l'imam — sono stato arrestato due volte dalle autorità egiziane per la mia attività di predicazione. In seguito volevo lasciare il Paese, ma me l'hanno proibito. Anzi, mi offrirono di collaborare con i servizi segreti dall'Europa. Mi diedero due settimane di tempo per decidere. In quel periodo sono riuscito a espatriare con un passaporto da studente».
La parte più corposa del verbale riguarda poi il film del sequestro, a partire dal 17 febbraio 2003 in via Guerzoni, vicino alla moschea di viale Jenner. Un furgone si ferma davanti all'imam. Scende un uomo che «parlava inglese con accento americano». Dice: «Polizia». «Ma io — continua Abu Omar — non sono riuscito a vedere il tesserino, perché nascosto dalle dita». L'uomo chiede i documenti e «mi ritira il passaporto, il permesso di soggiorno, 450 euro e il cellulare». In quel momento «sono scesi altri due uomini che mi hanno colpito e scaraventato sul furgone, dopo mi hanno coperto il volto». L'imam riferisce ai magistrati egiziani di un primo trasferimento col furgone e poi di un secondo in aereo: «Tanto ero stato picchiato che a un certo punto hanno dovuto farmi un massaggio cardiaco». Infine descrive la sosta in una base militare americana in Germania, appena gli vengono liberati gli occhi: «Mi sono trovato davanti almeno quindici uomini, a volto coperto, in divisa da operazione speciale. Sono stato fotografato, picchiato ancora, mi hanno fatto cambiare i vestiti e bendato la faccia con un nastro. Poi sono stato caricato su un altro aereo». Dopo l'arrivo al Cairo, Abu Omar viene portato in un edificio dei servizi segreti. Riceve una nuova offerta di collaborazione. Ricorda questa frase: «Lavora per noi: tornerai in Italia e nessuno saprà mai niente di questa storia».
A svelare i retroscena dell'interrogatorio (di cui finora in Italia non si è saputo nulla) è l'avvocato di Abu Omar, Montasser El Zayat: «Alcuni mesi fa ho ricevuto una lettera dagli uffici del procuratore d'appello del Cairo, Sherif al-Qadi. Spiegava che Abu Omar era stato convocato, ma si era rifiutato di rispondere senza l'assistenza del suo legale. La lettera è datata 19 marzo 2006. Mi comunicava anche la data fissata per il nuovo interrogatorio». Il 6 aprile Abu Omar, prelevato dal carcere di massima sicurezza di Al Tora, compare davanti ai magistrati.
L'incontro, a cui ha assistito El Zayat, avviene «sotto il controllo di un ufficiale (probabilmente dei servizi egiziani,
ndr) ». Ma il verbale, nelle settimane seguenti, rimarrà fermo al Cairo. E non entrerà mai nell'inchiesta che si è chiusa un paio di settimane fa con l'accusa di «sequestro di persona pluriaggravato» per 35 indagati (26 agenti statunitensi della Cia, un carabiniere del Ros e otto ufficiali del Sismi).
L'interrogatorio di Abu Omar, come confermato dagli stessi magistrati egiziani, è stato la diretta conseguenza della procedura avviata dalla Procura generale di Milano (che in realtà chiedeva che un magistrato italiano assistesse al colloquio). Il giallo che si apre oggi è: come mai la corte d'appello del Cairo interroga l'imam su richiesta degli italiani, ma poi non riferisce nulla a Milano? A complicare ulteriormente la vicenda c'è la notizia pubblicata dal quotidiano Asharq al-Awsat il 7 aprile scorso: «Il procuratore generale del Cairo ha avviato le indagini sul rapimento di Abu Omar». Il fascicolo è stato aperto «in seguito alla richiesta del procuratore generale italiano di acquisire la testimonianza dell'imam».
Abu Omar è ancora oggi detenuto. Ma cosa ha raccontato nell'interrogatorio del 6 aprile? L'unica ricostruzione al momento possibile è quella fornita dagli stralci del verbale in mano all'avvocato El Zayat. La conversazione si apre con i trascorsi di Abu Omar in Egitto, prima del suo arrivo in Europa. E riserva alcuni particolari inediti: «Tra il 1988 e il 1989 — racconta l'imam — sono stato arrestato due volte dalle autorità egiziane per la mia attività di predicazione. In seguito volevo lasciare il Paese, ma me l'hanno proibito. Anzi, mi offrirono di collaborare con i servizi segreti dall'Europa. Mi diedero due settimane di tempo per decidere. In quel periodo sono riuscito a espatriare con un passaporto da studente».
La parte più corposa del verbale riguarda poi il film del sequestro, a partire dal 17 febbraio 2003 in via Guerzoni, vicino alla moschea di viale Jenner. Un furgone si ferma davanti all'imam. Scende un uomo che «parlava inglese con accento americano». Dice: «Polizia». «Ma io — continua Abu Omar — non sono riuscito a vedere il tesserino, perché nascosto dalle dita». L'uomo chiede i documenti e «mi ritira il passaporto, il permesso di soggiorno, 450 euro e il cellulare». In quel momento «sono scesi altri due uomini che mi hanno colpito e scaraventato sul furgone, dopo mi hanno coperto il volto». L'imam riferisce ai magistrati egiziani di un primo trasferimento col furgone e poi di un secondo in aereo: «Tanto ero stato picchiato che a un certo punto hanno dovuto farmi un massaggio cardiaco». Infine descrive la sosta in una base militare americana in Germania, appena gli vengono liberati gli occhi: «Mi sono trovato davanti almeno quindici uomini, a volto coperto, in divisa da operazione speciale. Sono stato fotografato, picchiato ancora, mi hanno fatto cambiare i vestiti e bendato la faccia con un nastro. Poi sono stato caricato su un altro aereo». Dopo l'arrivo al Cairo, Abu Omar viene portato in un edificio dei servizi segreti. Riceve una nuova offerta di collaborazione. Ricorda questa frase: «Lavora per noi: tornerai in Italia e nessuno saprà mai niente di questa storia».
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