Da La Stampa del 23/05/1993

Gladio spiava Cosa Nostra

Intervista Parla il colonnello Fornaro: «Gladio spiava Cosa Nostra». A Trapani controlli sui rapporti coi libici

Andreotti rimproverò l'ammiraglio Martini per le ingerenze militari nella lotta ai clan. Il comandante gladiatore adesso ribatte: «La rete di siciliani che stavo creando non si sarebbe limitata a lenzuola alle finestre»

di Francesco Grignetti

ROMA - MI chiamo Paolo Fornaro, ho 60 anni, sono un colonnello dell'esercito oggi in pensione. Ho lavorato per tredici anni nei servizi segreti militari, fino al 1986. Sono stato richiamato nel 1987 per organizzare la Gladio in Sicilia. Sono io che ho impiantato il centro Scorpione a Trapani per essere licenziato subito dopo. Il colonnello Fornaro per la prima volta ha accettato di parlare con un giornale, di raccontare la «sua¯verità» sui misteri che aleggiano attorno ai gladiatori siciliani. Le stragi, Falcone, Borsellino, Cosa Nostra, la massoneria. C'è stato un momento in cui Gladio è sembrata la risposta più facile a molte domande. E il colonnello non si sottrae. Ci tiene però a fare una sola premessa: «L'intelligence è una rete di informatori che si muovono in segreto, a loro rischio. Io ci ho creduto, nella Gladio, con altri. Stavo per mettere su un gruppo di siciliani che non si sarebbero limitati a esporre i lenzuoli alle finestre». Alto, occhi azzurri, gioviale, il colonnello Paolo Fornaro ha il fisico del ruolo. E' stato a lungo ufficiale di cavalleria. Viene da una famiglia di militari. E di spie. Il padre, nel 1943, dirigeva l'ufficio Informazioni del Cln. Era con Parri e con il generale Montezemolo, quello che sarà fucilato alle Fosse ardeatine.

Colonnello, in questi giorni si ricorda il primo anniversario della strage di Capaci. Lo sa che Gladio e' stata sospettata?
«Sì, lo so. Ma Gladio non c' entra niente. Si è sospettato di noi su tutto. Un collegamento troppo facile: esplosivi, servizi segreti, Gladio. Lo stesso Falcone ha indagato su di noi. L'intera lista dei 622 gladiatori, si sa, era memorizzata nel suo computer. Ma non appena la nostra organizzazione venne alla luce, il giudice venne a Roma, alla sede del Sismi, e chiese di poter vedere l'elenco. Non c'era ancora niente di pubblico, in quel momento. Era fine estate, lo scandalo appena esploso, nessuno conosceva le dimensioni della struttura. E così Falcone passò una giornata, con i suoi collaboratori, a spulciare gli elenchi e fare controlli incrociati. Anche lui sospettava. Ma niente. Non c'era niente.»

Ci spieghi una cosa, colonnello. Gladio non nasce nell' immediato dopoguerra per il pericolo di un'invasione da Est? Che ci facevano undici gladiatori in Sicilia?
«La nostra doveva essere un'organizzazione estesa su tutto il territorio nazionale. E ovviamente il grosso era reclutato a Nord Est, perché lì era il pericolo maggiore. Basta guardare la cartina con la dislocazione dei reparti e quella dei gladiatori. Sennonché questa visione, tutta sbilanciata verso l'Est, è diventata con il tempo superata. Obsoleta. Ci siamo accorti che il Sud era sguarnito. Qualcuno ricorderà i missili di Gheddafi lanciati su Lampedusa. Ma il sottomarino sovietico nella baia di Catania? E l'elicottero libico che con una scusa atterrò a Pantelleria? E il flusso di immigrati clandestini, tra cui sospettavamo degli agenti? Erano segnali che dovevamo riorganizzarci. Poi c'era la flotta sovietica, nel Mediterraneo centrale, con a bordo le truppe scelte. Ecco perché furono reclutati, negli anni Settanta, alcuni gladiatori a Messina. Cercavamo ufficiali di marina o portuali, perché tenessero d'occhio gli spostamenti delle navi sovietiche. La sa una cosa? Non abbiamo mai avuto prove, ma sospettavamo che i sovietici fossero persino sbarcati su qualche spiaggia siciliana per fare rilevamenti.»

Però poi, nel 1987, puntate su Trapani. Quando ormai la minaccia sovietica non esisteva più. O lo Stato maggiore ci credeva ancora?
«Chiaro, Gladio com'era stata inventata non serviva più . A Mosca c'era Gorbaciov. Il pericolo era cessato. Però il Nord Africa ci preoccupava più di prima. E poi qualcuno pensò che una struttura come Gladio potesse essere utile contro la malavita organizzata. Cambiarono le direttive. So che una in particolare, del 1988, ordinava al servizio di collaborare con l'Alto commissariato antimafia di Domenico Sica. Fu scelta Trapani. Ma non solo. Anche a Lecce si doveva riattivare un centro. Si sarebbe chiamato Sagittario.»

Insomma, come pubblicamente Andreotti rimproverò all'ammiraglio Martini, i militari si erano messi in testa di fare la guerra a Cosa Nostra. Non era questa una deviazione dai compiti istituzionali?
«Di questo hanno risposto i responsabili del servizio. A me, che ero appena andato in pensione, chiesero di andare in Sicilia e mettere su una nuova rete. E io ci andai.»

Perché proprio lei?
«Per due motivi. Perché ero pratico di quella zona, avendo una casa a Pantelleria da vent'anni. E perché ero maniaco del volo. Ho un brevetto di pilota. Avevo comprato un ultraleggero. Al Sismi, avevamo sperimentato le possibilità militari degli ultraleggeri. Sa, in Francia li armano con i missili e sono in dotazione della Legione straniera. E scoprimmo anche che uno di questi ultraleggeri era stato acquistato da un siciliano. Solo che l'aereo era sparito. Sospettammo che l'avessero rivenduto a Gheddafi. I libici li usavano. Tanto e' vero che ci fu un'incursione, a bordo di due aerei ultraleggeri, in Tunisia. Allora mi dissero: vai in Sicilia e fai la “spugna”. In gergo, significa mettersi in mostra e aspettare che qualcuno ti contatti. Così io trasferii il mio ultraleggero a Trapani, presi una casa in affitto e fondai un aeroclub, “il Pinguino”, che doveva darmi la copertura.»

Insomma, aveva due compiti. Spiare i libici e Cosa Nostra.
«Esatto. Tra l'altro avevamo il dubbio che le due cose si potessero intersecare. Che Cosa Nostra, come già fa in America, si mettesse ad organizzare l'immigrazione clandestina dai Paesi arabi, la quale magari subisce la spinta dell'integralismo islamico.»

E in pratica che cosa avete fatto?
«Poco o niente. Non ci fu il tempo. Trovammo un informatore e lo segnalammo per l'eventuale utilizzo di Sica. Intanto avevo preparato una lista di possibili agenti e la diedi a Roma. E' la procedura: prima li si individua e poi si fa un'indagine. Passano sei mesi. E soltanto se l'indagine va bene, vengono contattati. Ma alla fine del 1989 era chiaro che il progetto di estenderci a Sud era fallito. Anziché l'operazione in grande stile che avevamo in progetto di lanciare, si vivacchiava. Allora ho sbattuto la porta e me ne sono andato.»

Ma in questa sua opera preliminare lei per caso è entrato in contatto con agenti del Sisde o del Sismi?
«Mai. Non ho rivelato la mia vera attività a nessuno in Sicilia. Tantomeno a Palermo. Io dovevo lavorare a Trapani, dove avevamo visto che c'era una specialissima “pax mafiosa”. In un anno, appena sette scippi. Ma a venti chilometri di distanza era l'inferno. E poi troppe banche, troppe finanziarie. Mi lasci anche dire, troppe logge massoniche sospette con dentro magistrati e investigatori.»

Insomma, colonnello, lei mi vuole dire che qualcuno si rivolse ai militari per capire che cosa accadeva a Trapani?
«Questo non lo so. Con il senno di poi, si può dire che la scelta era stata felice. Si va dove serve.»

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