Da La Repubblica del 23/03/1978

Quella tragica foto di Moro

di Alberto Stabile

PALERMO, 22 - Del suo silenzio dopo il rapimento di Aldo Moro s'è detto che "fa rumore" e ne è nata una polemica. Chiediamo a Leonardo Sciascia di darcene l'interpretazione autentica. "Innanzitutto questo mio silenzio durava da un po'. Io ho scritto il Contesto e ho scritto Todo Modo. Quando mi sono presentato candidato al consiglio comunale nella lista del partito comunista ho detto che non mi sarei rimangiato una virgola del Contesto. Oggi posso dire che non mi rimangio nemmeno una virgola di Todo Modo. Come uomo, come cittadino, di fronte al caso di Moro sento lo sgomento e la pena di una qualsiasi persona che abbia sentimento e ragione. Ma, come autore di Todo Modo, rivedo nella realtà come una specie di proiezione delle cose immaginate. Questo mi ha fatto da remora nell'intervenire, come scrittore, anche per un senso di preoccupazione e di smarrimento nel vedere le cose immaginate "verificarsi" Vogliamo ricordare ai lettori l'idea centrale del romanzo? "La distruzione, anzi l'autodistruzione della Dc". E la realtà di oggi combacia con questa idea? "Pienamente, secondo me. Ma una cosa è giudicare un partito, una classe di potere, nell'astrattezza dell'immaginazione e della storia; un'altra cosa è trovarsi di fronte all'immagine di Moro prigioniero dei Brigatisti". Cosa ha pensato guardando quella foto? "Ho pensato ad un uomo che subisce violenza da altri uomini. Ho pensato che per processare un uomo di potere hanno ammazzato cinque persone senza processo. Tutto questo è atroce. La violenza posso contemplarla astrattamente, ma non vederla nella realtà. Come scrittore, potrei rallegrarmi di aver scritto Todo Modo, come uomo, in questo momento, non me ne rallegro". Qual è la sua chiave di lettura degli avvenimenti attuali? "Le Brigate rosse possono essere una monade senza finestre, di violenza e di follia ideologica, ma possono anche avere porte e finestre. Se le hanno, il problema è di vedere con chi comunicano. Cioè è da porsi la domanda che gli italiani si facevano qualche anno fa e che ora, purtroppo, non si fanno più: a chi giova?" Appunto, a chi giova? "Non ho una risposta precisa da dare, però la domanda me la pongo, e me la pongo in questi giorni febbrilmente perché vorrei sapere di che morte si deve morire". I Brigatisti sembrano aver definitivamente imboccato la strada della violenza, la più sfrenata. Perché, secondo lei? "Si può capire che ci siano tra i giovani specialmente, delle persone che vivono follemente l'ideologia rivoluzionaria e che non vedano altra possibilità che la violenza per rompere il contesto. Un contesto opprimente soprattutto per i giovani, che non so quale prospettiva possano scorgere in questa società". Mi pare di capire che lei sia poco propenso a vedere nell'operato dei terroristi il frutto di trame ordite da potenze straniere. "Per quanto riguarda gli esecutori, si tratta proprio di gente che crede follemente in quello che fa. Ma mi pare indubbio che dietro di loro ci siano dei manovratori di molta esperienza, le cui intenzioni sono molto diverse dalle illusioni che nutrono questi esecutori. Basta porsi il problema nei suoi termini militari. Un gruppo di dodici persone che esegue un'operazione come quella di rapire Moro presuppone un'organizzazione molto grossa, almeno dieci volte tanto". Ci sono gli esecutori e i cervelli. Qual è il disegno. "Secondo me tutto sta in un fatto: che Tito non può campare eternamente. Qui si sta preparando il dopo Tito". Ma, al di là della vicenda di Tito, c'è da parte di qualcuno un preciso interesse di destabilizzare la situazione politica italiana di adesso? "Prima del rapimento di Moro si doveva fare una certa analisi. Ora se ne deve fare un'altra. Ma non è facile, perché tutto quello che accade sembra casuale: una serie di avvenimenti che trovano concatenazione quasi per caso". Eppure, da molte parti è stato ampiamente previsto quel che sarebbe accaduto oggi. "Abbiamo visto tutti, più o meno, che sarebbe finita male. Ma male come? Questo non lo ha previsto nessuno". E allora che cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto perché questo male non si compisse? "Quel che bisognava fare era che questa classe di potere trovasse la forza di farsi il processo da sé". Ciò contraddice la natura stessa del potere che tende sempre a conservarsi... "Tutt'altro. Questo di farsi il processo sarebbe stato per il potere l'unico modo di conservarsi. Se accanto a quello alle Br si fosse celebrato, ma con chiarezza, il processo su uno dei tanti scandali... Credo che in quel caso gli italiani avrebbero trovato un senso nell'andare a fare i giurati, nel riconoscersi nello Stato che processa i brigatisti". Dunque i motivi per non andarci restano, per lei, tali e quali a quelli che ha espresso in passato? "L'ho detto allora e lo stesso penso adesso: ci sarei andato per un dovere verso me stesso (se non fosse, scrissi, per il dovere di non aver paura, non ci andrei) non verso lo Stato. Capisco benissimo la Aglietta, che ci va non per un dovere di difendere lo Stato, ma per un dovere verso se stessa, verso le persone che stima e da cui è stimata". Ma che i giuristi si siano infine trovati è un fatto importante. "A Torino è accaduto questo: che la gente va a fare il giurato per un dovere verso il Partito comunista, non verso lo Stato. Ora, se il Pci si è sostituito allo Stato, va benissimo, però ci vuole un ultimo omaggio alla democrazia e bisogna che gli italiani lo dicano con il voto". Dunque lei continua a non riconoscersi in questo Stato? "Mi riconosco in molte persone, specialmente in molta gente che milita nel Pci. Ma non nei partiti e neanche nella nuova sinistra. Mi trovo in quella situazione che Moravia ha descritto di "estraneità che non è indifferenza". Forse la soluzione sta nella capacità di ognuno di noi di pensare, di valutare i fatti e di avere coraggio".

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