Da L'Espresso del 10/12/2004

Omicidio Alpi: la pista radioattiva

Dall'inchiesta sullo spiaggiamento della motonave "Rosso", una nuova ipotesi sull'assassinio della giornalista del Tg3. Un'esclusiva de "L'espresso"

di Riccardo Bocca

È una sequenza sconcertante. Si parte dalle rivelazioni sulla morte della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin. Si passa ai rapporti tra grandi trafficanti d'armi e la 'ndrangheta. Si continua con lo spionaggio militare e la costruzione di telemine usate dagli argentini nelle isole Falkland. E ancora: si parla del piano per corrompere funzionari e parlamentari europei. Si torna a fare il nome del gran maestro Licio Gelli. Fino all'ultima, grave, novità: il ritrovamento in una discarica abusiva sulle colline calabresi di diossina e altre sostanze tossiche.

Tutto questo, e altro ancora, sta emergendo dalle indagini e le audizioni relative al caso della motonave Rosso, spiaggiata nel dicembre del 1990 a Formiciche, in provincia di Cosenza. Per 14 anni si è sospettato che l'imbarcazione dell'armatore Ignazio Messina trasportasse rifiuti nocivi o radioattivi, e che lo spiaggiamento fosse stato un fuori programma dopo il tentativo non riuscito di affondare la nave. Su questa ipotesi ha lavorato la Procura di Reggio Calabria, stoppata nel 2000 dall'archiviazione e dalla morte sospetta del capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave dei magistrati. Ora i faldoni sono passati alla Procura di Paola, la quale lavora su due capi d'accusa: l'affondamento doloso e lo smaltimento di rifiuti nocivi.

Ancora tre mesi, assicura il sostituto procuratore Francesco Greco, e l'inchiesta sarà chiusa. Nel frattempo sono in molti ad aspettare col fiato sospeso. Gli investigatori inseriscono infatti la vicenda della Rosso in un più ampio scenario ambientato tra gli anni Ottanta e Novanta, quando 47 navi affondarono misteriosamente nel Mediterraneo. La stragrande maggioranza degli indizi in possesso degli inquirenti fa pensare che a bordo di queste navi ci fossero rifiuti pericolosi, e che il traffico internazionale avesse come protagonisti industriali e politici, mafiosi e trafficanti d'armi. Un'ipotesi di gravità assoluta, anche per le coperture che una simile attività richiedeva. Come altrettanto gravi sono i sospetti che da sempre pesano sull'ingegner Giorgio Comerio, il faccendiere lombardo che in quel periodo propose a vari governi un singolare sistema per smaltire la pattumiera radioattiva: stiparla in missili-penetratori e spararla sotto i fondali marini.

Di tutto ciò si sta occupando, oltre che la magistratura, la Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta dal deputato di Forza Italia Paolo Russo, tra i primi a lanciare l'allarme nazionale. E proprio la sua Commissione ha convocato a Cosenza il 18 e il 19 novembre scorsi alcuni personaggi fondamentali della vicenda. Carabinieri, magistrati, esperti di radioattività, ufficiali delle capitanerie di porto, ambientalisti, testimoni oculari. Ciascuno ha raccontato nel corso di audizioni riservate o del tutto segretate particolari clamorosi e sconosciuti. Un impressionante quadro d'insieme che 'L'espresso' propone in queste pagine, partendo dal cosiddetto business delle 'navi a perdere' fino ai giorni nostri.

Per cogliere l'importanza del caso Rosso bisogna infatti tornare a 17 anni fa, quando al largo di Capo Spartivento, davanti a Reggio Calabria, affonda la nave Rigel. Gli inquirenti sospettano che trasportasse scorie radioattive, e le stranezze non mancano. "L'imbarcazione", dice Angelo Barillà di Legambiente alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, "affondò con il mare liscio come l'olio, senza nemmeno lanciare il mayday". "Dopodiché", continua il maresciallo dei carabinieri Domenico Scimone, "l'equipaggio fu tratto in salvo dalla nave Karpen, proveniente dalla Jugoslavia, e condotto in Tunisia, dove sparì dalla circolazione. A quel punto la Procura di La Spezia spiccò un ordine di cattura internazionale nei confronti del comandante, il quale aveva dichiarato l'affondamento con coordinate non veritiere", ma inutilmente.

Per la cronaca, il relitto della Rigel non è più stato individuato. In compenso è diventato il simbolo della stagione in cui le navi colavano a picco una dopo l'altra nel Mediterraneo. E soprattutto è stato l'elemento che ha permesso agli investigatori di intercettare il faccendiere Giorgio Comerio, titolare della società Oceanic disposal management (O.d.m.) e dell'omonimo progetto per sparare missili zeppi di scorie dentro i fondali marini. "Durante la perquisizione nella sua casa di Garlasco", ricorda l'ex titolare dell'indagine Francesco Neri (oggi sostituto procuratore generale presso la Corte d'appello di Reggio Calabria), "ho trovato un'agenda con l'appunto 'Lost the ship' al giorno 21 settembre 1987: proprio quando la Rigel è affondata (...). Ecco come mi sono agganciato al Comerio: con questa annotazione sull'agenda e con la constatazione dell'International maritime organization che quel giorno nel mondo era affondata soltanto quella nave".

Da lì in avanti la figura di Comerio è diventata un punto fisso nell'inchiesta di Neri. Un nome che rispuntava sempre: quando si studiavano i traffici di rifiuti nucleari, quando si passava a quelli di armi, quando si indagavano le relazioni con la malavita o i più incredibili segreti militari. "Il giorno che lo interrogai (sulle scorie radioattive, ndr)", racconta Neri, "mi disse: questi rifiuti non si possono buttare nell'atmosfera con gli Shuttle perché esplodono. È pericoloso interrarli perché i gas che si sprigionano coi terremoti possono provocare catastrofi ancora peggiori. Quindi l'unico posto è il mare. Ha continuato dicendo che lui li gettava con boe oceaniche di rilevamento e coi satelliti che controllavano il sito. Affermava di aver scelto, tutto sommato, il modo meno criminale di di sfarsene. Questa fu la sua difesa...".

Una tesi che non convinse il sostituto Neri. Una copia del piano O.d.m. di Comerio era stato infatti trovato sulla plancia della motonave Rosso dopo il suo spiaggiamento. E c'era dell'altro: "A Garlasco", ricorda Neri, "ho sequestrato le telemine, i progetti di telemine e le loro fotografie. Credo sappiate benissimo", prosegue rivolgendosi alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, "che le telemine sono state costruite per affondare i tre incrociatori della marina militare inglese nella battaglia delle Falkland. Tant'è vero che poi, quando scoprirono che Comerio era al servizio del nemico e costruiva le telemine a Malta, tra gli inglesi stessi, fu espulso (dall'isola, ndr). Lo stesso Sismi rimase spiazzato dagli elementi probatori che acquisimmo durante le perquisizioni, perché Comerio veniva ritenuto un truffatore, un 'acchiappafarfalle', mentre invece, come abbiamo scoperto poi, godeva di copertura ad altissimo livello. Ad esempio ha sottratto (lo studio per l'affondamento dei siluri con le scorie radioattive, ndr) a Ispra, quindi all'Euratom ... Non so se qualcuno di voi (deputati, ndr) abbia il permesso di andare ad Ispra, ma credo di no. Penso che neanche i parlamentari italiani possano entrare lì come ci entrava Comerio... Fatto sta che lui sottrae questo progetto, comincia con l'O.d.m. e si contorna di tutti i grandi trafficanti d'armi - parliamo di Gabriele Molaschi, Jack Mazreku e via dicendo. Se ne va in Guinea Conakri e stipula un contratto; se ne va in Somalia e ne stipula un altro con Ali Mahdi. Praticamente i signori della guerra all'epoca operavano in Somalia, dove c'erano due fazioni, e lui si alleò con Ali Mahdi. Ci sono anche fax con i responsabili della Somalia...".

In questo clima, spiegano lo stesso Neri e il maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, scatta il nesso tra il traffico d'armi, quello delle scorie radioattive e la morte di Ilaria Alpi. Un tragico incrocio che parte da lontano. "Comerio", racconta Moschitta, "aveva progettato di affondare in mare le scorie radioattive, ma prima di fare questa attività doveva ottenere alcune licenze dal Parlamento europeo. Per riuscirci aveva redatto - sono atti e documenti che abbiamo trovato - un progetto di corruzione di membri e funzionari del Parlamento europeo. Una volta ottenuti questi permessi si sentiva autorizzato a inabissare in mare tutto quello che gli capitava. Il suo", dice Moschitta, "non era uno scherzo. Abbiamo trovato progetti di inabissamento riguardanti quasi tutte le coste dell'Africa. Era interessato a tutti i Paesi, ma in modo particolare a quelli dove la situazione politica era instabile, perché secondo lui l'instabilità del governo consentiva di corrompere i vari funzionari e gli stessi presidenti. Proprio come nel caso della Somalia".

Qui, testimonia il maresciallo Moschitta, "Comerio aveva corrotto Ali Mahdi, riuscendo così a ottenere le autorizzazioni per inabissare le sue scorie. Ricordo che un giorno, mentre svolgevamo questo tipo di accertamento, ci pervenne una comunicazione da Greenpeace di Londra nella quale si diceva che al largo della Somalia, nella zona di Bosaso, c'era una nave che inabissava in mare dei fusti. Quelle indicazioni, da noi riscontrate, erano identiche a quanto contenuto nel progetto O.d.m. di Giorgio Comerio". "Certo non potevo fare una rogatoria con Ali Mahdi", dice alla Commissione il sostituto Neri, "cioè andare in Somalia e farmi uccidere come hanno fatto con Ilaria Alpi, quindi ho mandato gli atti al collega competente per l'indagine. Dopo qualche tempo mi ha chiamato e mi ha detto che avevo ragione: la figlia del sindaco di Bosaso aveva dichiarato che Ilaria Alpi era stata uccisa perché seguiva il traffico dei rifiuti radioattivi in Somalia". "E l'unico che inabissava rifiuti radioattivi", fa notare il maresciallo Moschitta, "era questo signor Comerio".

Alla luce di tali testimonianze, si spiega il clima di pesantissime pressioni che ha accompagnato negli anni il lavoro dei magistrati. Anche per questo, racconta alla Commissione il sostituto Neri, "il Sismi ha collaborato molto con noi. Ci ha fornito una certa copertura, tutelandoci dalle minacce che abbiamo subito io, Domenico Porcelli e Nicola Maria Pace (addirittura Porcelli ha scoperto una microspia nella sua stanza, ndr)". Ma questo non ha evitato che l'indagine fosse segnata il 13 dicembre 1995 dalla misteriosa morte del capitano di corvetta Natale De Grazia, insignito nel giugno 2004 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi della medaglia al valore civile alla memoria. "Morì", ricorda alla Commissione Angelo Barillà di Legambiente, "in un momento cruciale dell'inchiesta, mentre si spostava da Reggio Calabria a La Spezia per interrogare l'equipaggio della Rosso. Fece una sosta a Nocera Inferiore e insieme ad altre persone si recò al ristorante. Lui fu l'unico a mangiare il dolce, dopodiché si rimise in viaggio in automobile, si appisolò e morì". Ucciso da cosa? "L'autopsia è stata effettuata una settimana dopo e allo svolgimento dell'esame autoptico prese parte anche il medico dei familiari", spiega Barillà: "Il risultato dell'autopsia fu: arresto cardiocircolatorio, ma ai partecipanti rimasero comunque dubbi. Così un anno dopo i familiari ottennero che si rifacesse l'autopsia, e a quanto mi risulta i parenti non hanno mai saputo l'esito".

Non c'è da stupirsi. Le indagini della Procura di Reggio Calabria hanno toccato livelli straordinariamente alti, degni tuttora della massima attenzione delle istituzioni. Il sostituto Neri, come riferisce lui stesso, ritenne opportuno "informare il presidente della Repubblica dell'epoca tramite il procuratore Agostino Cordova, che collaborava con noi, dicendo che c'erano elementi che attentavano alla sicurezza della nazione". Il Sismi, aggiunge il maresciallo Moschitta, "aveva già attenzionato il nominativo del Comerio per l'operazione che riguardava la fuga di Licio Gelli a Montecarlo. E il procuratore di Reggio Antonino Catanese, riferisce l'ambientalista Barillà, "ha parlato del coinvolgimento di personaggi legati alle cosche ioniche cointeressati ad attività con società tedesche rinvenute nei libri contabili e nella documentazione sequestrata all'O.d.m. per l'affondamento delle navi". Ma Neri e la sua squadra si erano spinti oltre: "A casa di Gabriele Molaschi, socio di Comerio nell'O.d.m., trovai i fax che gli erano stati inviati dalla Spectronix di Tel Aviv, nei quali si diceva di intervenire presso l'Otobreda di La Spezia per poter acquistare i congegni di protezione delle nostre autoblindo utilizzate in Somalia", dice alla Commissione il maresciallo Moschitta: "Si raccomandava di non proseguire per vie ufficiali, bensì sottobanco, e il Molaschi forniva l'ok, dicendo che era tutto a posto e con l'occasione faceva presente che aveva bisogno di tante armi". "Gli israeliani", riferisce il sostituto Neri, "controllavano tutti i movimenti delle nostre truppe in Somalia. Non so per quale motivo volessero controllarci, ma c'era spionaggio militare, vendita di armi, triangolazioni. Comerio, quest'uomo che sembrava un fesso, un quaqquaraquà, uno che andava abbindolando la gente, era invece al centro di un intrigo internazionale".

Poteva una grande impresa italiana come la Ignazio Messina & C. di scutere affari con un personaggio del genere senza sospettare nulla? Poteva trattare, com'è avvenuto nel 1988, la vendita della motonave Rosso senza temere di essere coinvolta in traffici clandestini? E soprattutto: poteva non sapere che sulla plancia della stessa Rosso c'era una copia del progetto O.d.m.? È quello che non convince gli investigatori. I quali partono da un punto certo: Comerio, come ha spiegato il sostituto Neri alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, aveva per la Rosso due progetti, entrambi rinvenuti durante le perquisizioni: "Il primo prevedeva l'assemblaggio delle telemine dopo la sua cacciata da Malta; il secondo il montaggio dei cosiddetti penetratori (per sparare le scorie tossiche dentro i fondali, ndr)".

Eppure la Messina, 14 anni dopo lo spiaggiamento, continua a negare. Non conta che il piano O.d.m. sulla motonave Rosso sia stato trovato da Giuseppe Bellantone, allora comandante in seconda della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, e che lo stesso Bellantone lo abbia confermato a verbale. Per la Messina è comunque un "falso ritrovamento", e lo scrive in un memoriale di 400 pagine che ha inviato alla magistratura e alla Commissione sul ciclo dei rifiuti. "Vogliamo ristabilire la verità e allontanare le illazioni e le pesanti accuse che pretenderebbero di collocarci al centro di una rete di faccendieri, trafficanti d'armi, agenti dei servizi segreti, uomini di governi e mafiosi", si legge. Parole che non convincono il presidente della Commissione Paolo Russo, il quale commenta: "Le incongruenze contenute nel dossier sono numerose e lampanti, sia riguardo alla fase dello spiaggiamento sia in quelle successive. D'altro canto la mancanza di chiarezza contraddistingue tutta questa storia, e la nostra trasferta calabrese lo dimostra. Ci sono persone che coraggiosamente collaborano e altre che hanno strani ripensamenti".

L'esempio più evidente è quello di un testimone fondamentale, qui senza nome per ragioni di sicurezza, interrogato dai carabinieri lo scorso 17 febbraio. In quell'occasione spiegò come due mesi dopo lo spiaggiamento della Rosso fossero stati portati nottetempo nella discarica pubblica di Grassullo, comune di Amantea, rifiuti della motonave "senza alcuna scorta della Guardia di Finanza o dei vigili urbani". La stessa persona, alla quale di recente è andato a fuoco un capannone agricolo, davanti alla Commissione ha negato tutto.

Strano, ma non raro. Un simile comportamento è stato tenuto da un altro testimone del caso Rosso: il marinaio Giuseppe Scardina, imbarcato sulla motonave Rosso durante l'ultimo viaggio. 'L'espresso' nella sua inchiesta ha pubblicato la deposizione del cuoco di bordo Ciro Cinque, il quale diceva: "Ho il sospetto che nel carico ci fosse qualcosa che doveva affondare con tutta la nave", aggiungendo che Scardina avrebbe commentato: "Tu hai ragione, quello che hai detto è la verità, però io non mi possono mettere contro la Messina: ho bisogno di lavorare". Lo stesso Scardina, tuttora dipendente dell'armatore genovese, ha smentito lo scorso 9 ottobre: "Ero imbarcato sulla Rosso al tempo del naufragio", ha scritto in una lettera ai suoi superiori, "conoscevo il cuoco, ma non ho mai detto ciò che riporta il giornale".

A questo punto 'L'espresso' è andato a rileggere cosa il marinaio Scardina dichiarava il 7 giugno 1997 alla Guardia di Finanza sulle condizioni della motonave e sullo scopo del viaggio: "Quando siamo partiti da La Spezia con la motonave Rosso la nave era sbandata di due-tre gradi sul lato sinistro, e quando prendeva mare lo sbandamento aumentava", diceva: "Tale sbandamento era causato dal fatto che le valvole delle zavorre non mantenevano, quindi perdevamo acqua e non mantenevamo la zavorra. La nave", continuava il marinaio, "era in pessime condizioni, tant'è che il marinaio Borrelli arrivati a Napoli da La Spezia volle sbarcare a ogni costo. Anzi, ricordo che mi disse: 'Scardina, questa nave non mi piace, so che va ma non so se ritorna'. Ricordo pure che a Napoli diede 50 mila lire al medico affinché gli facesse un certificato per sbarcare. Era in ottima salute, sicuramente (stava, ndr) meglio di me".

Non sarà facile per la magistratura sbrogliare questo groviglio di ammissioni e ripensamenti. Troveranno, le tante persone che sanno e ancora tacciono, il coraggio di parlare? E soprattutto: oltre agli eventuali responsabili, riusciranno i cittadini calabresi a conoscere il reale stato di salute del loro territorio? Sulla prima questione nessuno si sbilancia, visto il clima di tensione che regna in Calabria attorno al caso Rosso. Sulla seconda invece le ultime notizie sono importanti e preoccupanti assieme. Il super consulente della Procura Ornelio Morselli ha infatti trovato consistenti tracce di diossina in un sito che fonti confidenziali hanno indicato a Foresta, comune di Serra D'Aiello. Non solo. Nei campioni prelevati ci sono anche furani e policlorobifenili, suoi stretti parenti altrettanto tossici, oltre a rame, nichel e zinco in concentrazioni fuori legge.

"Visto il punto localizzato di rinvenimento, a un metro circa di profondità, si può sicuramente affermare che la presenza di tali sostanze è dovuta all'illecito smaltimento di rifiuti", scrive il consulente tecnico. E aggiunge: se è vero che diossina e furani sono oggi "appena inferiori ai limiti di legge", a differenza dei policlorobifenili che li superano, "si può supporre che la loro concentrazione al momento dell'illecita discarica fosse sicuramente superiore". Tra 1,2 e 1,5 volte maggiore dell'attuale contenuto, afferma Morselli, sottolineando "che potrebbe essere un valore sottostimato" e che "non considera l'accertata presenza, nello stesso tipo di fanghi, di idrocarburi con forte potere solvente".

Per la Procura di Paola è un evidente passo avanti. Le sostanze analizzate, scrive Morselli, non sono compatibili con la realtà artigianale calabrese, viceversa "sicuramente ricollegabili ad effluvi e fanghi prodotti da industrie". Dunque è sempre più teorizzabile che i fanghi provengano dalla motonave Rosso. Il che, se da una parte autorizza l'ottimismo degli investigatori, dall'altra pone serie domande sulla salubrità dell'area indagata. Lo stesso consulente Morselli scrive nella sua relazione: "Non si può escludere un possibile inquinamento delle acque fluviali adiacenti al sito per l'estrema vicinanza di un torrente alla zona di discarica". Né tantomeno si può calcolare "la pericolosità e la tossicità", visto che "ora come allora è strettamente correlata al contenuto complessivo delle sostanze in rapporto al quantitativo globale dei fanghi che le contengono, il quale attualmente non è accertato".

Urgono a questo punto nuove verifiche. Urgono nuove analisi per garantire la serenità della popolazione. Nel frattempo giunge dalle istituzioni locali un importante segnale di collaborazione. L'Agenzia calabrese per la protezione dell'ambiente ha predisposto un Piano di azione integrato e collaborerà alle indagini sulla Rosso. In tempi brevi, si spera.






Quando una nave diventa una carretta






Nel voluminoso dossier che la Ignazio Messina ha inviato alla Commissione sul ciclo dei rifiuti c'è un documento che giustifica l'improvvisa decisione della Capitaneria di Porto di La Spezia, la quale il 7 dicembre 1990 autorizza la partenza della motonave Rosso malgrado le irregolarità riscontrate nei giorni precedenti. Si tratta di un verbale di ispezione tecnico sanitaria datato sempre 7 dicembre, nel quale si riferisce che gli alloggi sono in condizioni "regolari" (eccetto qualche problema veniale), che la mensa è in condizioni altrettanto "regolari" e che i locali igienici sono in ordine, come pure l'ambulatorio e il riscaldamento.

Peccato che lo stesso giorno il comandante della Capitaneria di porto, Francesco Donato, abbia spedito all'armatore una raccomandata a mano con un altro rapporto, di ben diverso tenore, introdotto dalla "preghiera di far conoscere l'eventuale avvenuta eliminazione" delle "deficienze" riscontrate.

Il contenuto, anche alla distanza di 14 anni, è impressionante: "Tutti i locali della nave", si legge, "si presentano in stato di completo degrado e abbandono", completamente insufficienti dal punto di vista dell'igiene, contrari ad ogni elementare norma di vivibilità. I servizi igienici sono sporchi, maleodoranti e ingombri di incrostazioni varie.. L'ambulatorio all'atto della visita è apparso adibito a generico ripostiglio.. Le cabine dell'equipaggio sono, come del resto gli altri locali in stato di degrado tale da rendere oltremodo dubbia la loro abitabilità".

E questo è il meno, perché il peggio arriva con le dotazioni di armamento della nave. "Lo scafo e la coperta", ad esempio, "incluse le sovrastrutture sono diffusamente interessati da vistosi e notevoli fenomeni rugginosi, che lasciano seri dubbi sulla consistenza e la robustezza delle lamiere medesime". Quanto alla zona prodiera, "si presenta come un ammasso di ruggine". E le dotazioni di salvataggio? "I salvagenti anulari sono logori e tutti da restituire., la zattera autogonfiabile è sistemata sopra un supporto talmente logoro dalla ruggine da cedere a una sommaria prova di robustezza eseguita con un piede.". Per giunta, "la prova di ammaino dell'imbarcazione di salvataggio a motore di dritta ha dato esito negativo, poiché i cavi di ammaino, per la loro limitata lunghezza, non hanno consentito all'imbarcazione stessa di giungere alla superficie del mare".Perché una nave in simili condizioni è stata fatta partire dalla Capitaneria di porto poche ore dopo?



Pasticci radioattivi






Durante le audizioni calabresi della Commissione sul ciclo dei rifiuti è stato ascoltato Nicola Buoncristiano, direttore del dipartimento di Cosenza dell'Arpa (Agenzia regionale prevenzione e ambiente) Calabria. Le sue parole aiutano a comprendere com'è stata indagata la presenza nel territorio di rifiuti radioattivi.

"Il 19 gennaio 2004 il comando dei Carabinieri per la tutela dell'ambiente di Roma, su delega della Procura di Paola, ci chiede di mettere a disposizione del personale per effettuare misure radiometriche e rilevare la presenza di radiazioni ionizzanti in alcuni siti ubicati nel comune di Amantea... Non furono rilevate situazioni di inquinamento radioattivo in superficie. A meno che la sostanza radioattiva non sia affiorante e di attività estremamente elevata, il terreno stesso è schermante alle radiazioni."

"La vostra indagine era limitata a livello superficiale, e quindi non siete andati in profondità.", commenta un membro della Commissione."Era superficiale. No, infatti non avevamo strumenti adatti né la competenza necessaria", dice Buoncristiano."Pertanto escludete la presenza di materiale radioattivo esclusivamente in superficie. Non potete escludere tale presenza in profondità...", fa notare la Commissione."Ci chiedevano soltanto di verificare un sito, nel comune di Amantea.", risponde Buoncristiano. "E comunque, se anche ci fosse una sostanza radioattiva schermata, non la potrei rilevare. Non posso escludere che ci sia anche un metro sotto la discarica. Un metro di terreno è sufficiente a schermare una sorgente radioattiva, a meno che non sia una bomba atomica".

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