Da Diario del 05/07/2003

L'inchiesta vecchio stile

Il Sindacalista e il Professore

Storia di un uomo lasciato solo e poi ucciso. Dell’uso politico di un omicidio, di cinque lettere e degli attacchi a Cofferati

di Gianni Barbacetto

In questa storia piena di domande aperte e fatti ancora oscuri, due cose sono chiare. La prima è che le indagini sull’omicidio del professor Marco Biagi (come quelle sulla morte di Massimo D’Antona) girano a vuoto, non hanno (fino a oggi) portato a nulla. La seconda è che Biagi è stato lasciato dal governo scandalosamente solo, senza scorta, malgrado le molte minacce e i tanti allarmi. Su tutto il resto si può discutere. Ma su questi due fatti no: restano piantati come chiodi nella carne.
Marco Biagi – consulente del ministero del Welfare e della Confindustria, uno degli autori del Libro Bianco sulla riforma del mercato del lavoro voluta dal governo Berlusconi – è ucciso a Bologna la sera del 19 marzo 2002. Sono le Brigate rosse, dicono subito gli investigatori. Ha sparato la stessa pistola che ha ucciso D’Antona, dichiara il ministro dell’Interno Claudio Scajola (alle ore 20.30 di mercoledì 20 marzo, prima che qualunque perizia balistica possa dare la sicurezza su ciò che è avvenuto). Le indagini si avviano con grande esibizione di tecnologia, con i tecnici del Ris di Parma (i carabinieri specializzati in investigazioni scientifiche) che si aggirano in tuta bianca sulla scena del delitto. Eppure un bossolo, sfuggito agli esperti, viene raccolto da un cronista. Parte immediatamente l’uso politico e mediatico dell’omicidio: Biagi, dichiarano autorevoli esponenti del governo, è rimasto vittima del «clima d’odio» creato dalla sinistra, dall’opposizione, dai girotondi, dal Palavobis, dal sindacato. Tutti terroristi, o almeno terroristogeni, generatori di terrorismo.
È in corso un duro scontro sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che impedisce il licenziamento senza giusta causa: Sergio Cofferati, leader della Cgil, lo ritiene materia non trattabile, rompendo per questo con il governo ma anche con gli altri sindacati, Cisl e Uil. Per il 23 marzo (quattro giorni dopo l’omicidio) è convocata da tempo una manifestazione della Cgil per la difesa dei diritti dei lavoratori dipendenti e dell’articolo 18: una manifestazione che si annuncia come imponente. Silvio Berlusconi e i suoi tentano di disinnescarla. Indicano in Cofferati una sorta di mandante morale dei terroristi. Cofferati, invece di intimorirsi e fermare la macchina organizzativa, rilancia la manifestazione per i diritti e respinge l’equazione opposizione sociale = terrorismo. A Roma arrivano in 3 milioni. Cofferati, che di lì a pochi mesi deve lasciare la segreteria della Cgil, diventa di fatto il leader dell’opposizione.
L’attenzione torna finalmente sul problema cruciale dell’omicidio Biagi: il consulente era stato lasciato solo, gli erano state revocate tutte le scorte e le protezioni (che pure aveva avuto), malgrado fossero aumentati gli allarmi e la sua visibilità come consulente del governo nel campo minato del lavoro, della flessibilità, dell’articolo 18. Il ministro Scajola, da cui era partito l’ordine di sfoltire radicalmente le scorte, nega di avere responsabilità e scarica tutto sui suoi prefetti. In Parlamento, dichiara incredibilmente che le scorte non servono a niente, che non possono fermare i terroristi. Eppure da quel giorno fa rafforzare le scorte per la sua persona e fa presidiare tutte le sue abitazioni in diverse parti d’Italia. Dunque le scorte non servivano per Biagi, ma per Scajola sì?
Oggi sappiamo che gli allarmi furono gravi e ripetuti. Giovedì 14 marzo (cinque giorni prima dell’assassinio) il sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi, braccio destro del ministro Roberto Maroni, aveva chiesto con durezza ai giornalisti di omettere nelle loro cronache il nome del suo consulente: «Piantatela di scrivere di Biagi, lo esponete al rischio della vita». Venerdì 15 marzo (quattro giorni prima dell’assassinio) era uscito in edicola il settimanale Panorama, con brani della Relazione semestrale sull’attività dei servizi segreti che sembrano disegnare, come obiettivo dei terroristi, l’identikit di Marco Biagi. Questa volta l’intelligence vede giusto. Ma chi ha il compito di tradurre in scelte operative le analisi dei servizi (il presidente del Consiglio, il ministro dell’Interno) non muove un dito.
Eppure lo stesso venerdì 15, dopo aver letto Panorama, Biagi telefona allarmato a Stefano Parisi, direttore generale della Confindustria. Qualche ora dopo, Parisi chiama Franco Frattini, ministro della Funzione pubblica con delega ai servizi di sicurezza. Gli espone le sue preoccupazioni. Il ministro gli risponde: «Stai tranquillo, non c’è pericolo. La situazione è seria, ma non bisogna accendere allarmismi». Parisi dice di aver riferito esplicitamente a Frattini il turbamento di Biagi. Frattini nega: «In quella conversazione non mi fece il nome di Biagi, che imparai a conoscere soltanto dopo la sua morte». Il giorno dopo, sabato 16 marzo (tre giorni prima dell’assassinio), Parisi parla anche con il ministro dell’Interno. Scajola lo rassicura: «Non c’è di che preoccuparsi...». Poi il ministro (che ha il dono di essere sempre da un’altra parte) prende l’aereo e vola negli Stati Uniti. A Washington, il 19 marzo, sarà raggiunto dalla notizia: «Hanno ucciso Marco Biagi...».
Nei mesi seguenti riparte la campagna contro Sergio Cofferati. Libero, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, lo dipinge come «il nuovo Stalin», «il ritorno di Baffone». Scrive in prima pagina: «La battaglia politica lanciata da Cofferati sull’articolo 18 rischia di accendere nuovi estremismi»; e sotto, a caratteri cubitali: «Tu farai la fine di Biagi» (riferita alle minacce ricevute da un sindacalista della Cisl). Poi la parola passa alla politica. Il ministro Maroni, all’adunata di Pontida, domenica 23 giugno, grida: «Nel sindacato c’è qualcuno che fa politica e che ci combatte perché siamo al governo. Anche se dicessimo tutto ciò che vuole, Cofferati troverebbe un’altra scusa per contestare. Ma non ci fanno paura le loro minacce, non ci fanno paura le pallottole che ci mandano nelle buste». Martedì 25 rincara la dose, alla Camera, Carlo Giovanardi, ministro dei Rapporti con il Parlamento: «Non pensiamo che vi siano contiguità o forme di copertura fra sindacato della Cgil e forme di violenza. Ma le parole sono pietre e chi ha le maggiori responsabilità dovrebbe valutare bene anche gli effetti esplosivi di certe affermazioni». Scajola – ribadendo il corto circuito tra terrorismo e opposizione – aggiunge che «la risposta alle intimidazioni resta la conclusione nel più breve tempo possibile degli accordi». Il quotidiano l’Unità sintetizza titolando in prima pagina, giovedì 27 giugno: «Il governo dà dell’assassino a Cofferati». Il caso vuole che negli stessi giorni anche dentro i Ds qualcuno pigli le distanze da Cofferati. Il «correntone» presenta in direzione una mozione a sostegno della Cgil e della linea intransigente sull’articolo 18, ma viene battuto dalla maggioranza di Piero Fassino.
In questo contesto rovente, venerdì 28 giugno la Repubblica rende noti cinque messaggi che Biagi ha indirizzato a Sacconi (2 luglio 2001), a Parisi (2 luglio), al presidente della Camera Pierferdinando Casini (15 luglio), al prefetto di Bologna (1 settembre), a Maroni (23 settembre). Sono appelli preoccupati, allarmi disperati, richieste di protezione. Biagi riferiva le minacce ricevute e chiedeva il ripristino della scorta. Invano. Lo scoop è di un piccolo quindicinale bolognese, Zero in condotta (Zic), che le ha pubblicate sul suo ultimo numero. In due delle cinque lettere vi sono accenni a Cofferati: «Sono molto preoccupato perché i miei avversari (Cofferati in primo luogo) criminalizzano la mia figura», scrive Biagi a Sacconi. E a Parisi: «Non vorrei che le minacce di Cofferati (riferitemi da persona assolutamente attendibile) nei miei confronti venissero strumentalizzate da qualche criminale». Il centrodestra coglie la palla al balzo. E in poche ore la prova provata che Biagi era stato abbandonato dal governo si trasforma in uno strumento per attaccare Cofferati. Alcuni commentatori si convincono che ci sia una «manina» che ha guidato la pubblicazione delle lettere di Biagi. E si chiedono: chi ha passato, proprio adesso, quelle missive al direttore di Zic, Valerio Monteventi?
L’obiettivo è Cofferati. Roberto Antonione, coordinatore di Forza Italia: «Che sia tutta una resa dei conti interna alla sinistra?». Umberto Bossi: «Le lettere? Non ne so niente. Sono cose da comunisti». Renato Brunetta, europarlamentare di Forza Italia: «Cofferati misuri di più le parole». Renato Schifani, presidente dei senatori di Forza Italia: «Un agguato giornalistico contro il governo, tramite lettere epurate dei riferimenti a Cofferati». Sì, perché uno dei due accenni al segretario della Cgil, presente nell’originale della lettera a Parisi, su Zic non compare. Qualche «manina» ha aggiunto, o tolto, qualcosa? Anche a sinistra c’è chi (per esempio il senatore Franco Debenedetti) coglie subito l’occasione per attaccare Cofferati. Solo An, a sorpresa, mantiene bassi i toni. Gianfranco Fini dichiara che le posizioni di Cofferati «non devono autorizzare nessuno a criminalizzarlo o a negare che la Cgil ha avuto e ha un ruolo di grande importanza nel mondo sindacale». E il ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno auspica che «governo e Cgil siano insieme contro il terrorismo».

DAGLI al «Cinese». Passa qualche giorno e le «manine» svaniscono nell’aria: Monteventi si rifiuta di fare il nome di chi gli ha passato le lettere, tratte da uno dei computer di Biagi, ma racconta di aver avuto dalla famiglia Biagi una sorta di «nulla osta informale» (forse dopo un contatto con l’avvocato?) e di averle ricevute almeno venti giorni prima. Dunque nessun complotto, nessuno scoop a orologeria. Solo la volontà di dimostrare che Biagi era davvero stato abbandonato dallo Stato, nonostante le ripetute richieste di protezione. Monteventi, uomo del «movimento» bolognese – prima del Sessantotto, poi del Settantasette, infine no global – dopo aver stampato senza fretta il suo giornale, si era presentato nella redazione bolognese di Repubblica con una copia di Zic, che dal giorno dopo sarebbe stato in edicola. Aveva una doppia preoccupazione: temeva che le lettere passassero inosservate; oppure che Zero in condotta venisse subito sequestrato. La pubblicazione su Repubblica serviva a scongiurare entrambi i rischi. E la frase su Cofferati «censurata»? Durante la conferenza stampa in cui spiega le sue ragioni, Monteventi si assenta per un quarto d’ora, poi torna e dice: l’accenno a Cofferati è stato tagliato dalla mia fonte. Curiosità: nel paginone centrale di Zic una lettera (quella al prefetto di Bologna) è ripetuta due volte. «È un errore di sbaglio», spiega Monteventi. Ma forse no, forse il riquadro in più era preparato per accogliere la sesta lettera nelle mani di Monteventi, quella indirizzata a un’amica, tolta all’ultimo momento perché personale e – forse – sostituita con la ripetizione di una delle cinque lettere.
L’ex ministro del Lavoro Tiziano Treu, con cui Biagi ha lavorato per tre anni, difende appassionatamente il suo ex collaboratore. «È incredibile che Scajola abbia detto quelle cose su Biagi, “opportunista” e personaggio “non determinante”. Biagi è stato determinante nell’elaborazione del Libro Bianco. Quanto all’opportunismo, aveva rinunciato a consulenze aziendali, molto più remunerative, per lavorare in maniera molto zelante, come suo solito, per il ministero che lo pagava meno e gli rimborsava le spese dopo mesi, se non anni. Ci sentivamo anche due, tre volte la settimana. Io gli dicevo: sei ingenuo a lavorare per questo governo, che vuole imporre le sue riforme in modo unilaterale, senza il metodo della concertazione. Lui mi rispondeva, molto deciso: le mie sono idee europee, sono idee giuste, le metto a disposizione di qualunque governo, le porto avanti in modo bipartisan. Mi raccontava le sue preoccupazioni, le minacce che riceveva. Era preoccupato, fino all’ultima settimana. Ma era persona di grande equilibrio, non un mitomane: distingueva chiaramente tra minacce e divergenze politiche. Soffriva per le critiche che gli arrivavano dal mondo sindacale e dagli intellettuali di sinistra, ma in fondo se le aspettava, aveva chiaro che queste non c’entravano con le minacce. Gli accenni a Cofferati nelle sue lettere non mi hanno stupito: la polemica con la Cgil era pubblica, non c’è bisogno di ipotizzare alcun “mediatore” che riferiva a Biagi le critiche di Cofferati».
Svaporate le «manine», restano le domande pesanti. Perché la relazione del prefetto Roberto Sorge sulla revoca delle scorte a Biagi è stata segretata? Perché Scajola ha detto in Parlamento che non vi emergeva alcuna responsabilità, ma solo «distonie del sistema», mentre invece il 5 aprile scorso a Giovanni Aliquò, segretario dell’Associazione funzionari di polizia, il ministro aveva detto: ci sono colpevoli e li punirò? «Macché distonie istituzionali», dichiara oggi Aliquò, «affermo con serenità che un mucchio di alti funzionari che avrebbero dovuto avere nei territori interessati dalle attività di Biagi la responsabilità di acquisire elementi informativi e di decidere non lo hanno fatto con quella accuratezza e quella diligenza che devono esserci quando un funzionario pubblico è chiamato a tutelare il primo diritto fondamentale di ogni cittadino, cioè la vita». E poi: perché i magistrati di Bologna non hanno ancora analizzato il materiale su Biagi, compresi i file e le lettere dei suoi computer, che hanno già dal marzo scorso? E soprattutto: le telefonate di minaccia al professore c’erano? E perché non sono state prese sul serio?
(Ha collaborato Valentina Avon)

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