Da Diario del 07/02/2003

L'inchiesta vecchio stile/Documento Onu

Strettamente confidenziale

Che cosa succederà agli iracheni in caso di guerra? L’Onu ha stilato un rapporto riservato in cui si esaminano gli effetti della «devastazione» e come le organizzazioni umanitarie cercheranno di agire dopo la catastrofe. Eccolo, per intero

di Sofia Basso

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Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniIeriLe guerre del Golfo
Orfani e vedove in fuga tra le mine, donne e bambini in preda alla fame e alla sete, epidemie di colera, 500 mila feriti e due milioni di profughi: burocratico nello stile ma accorato nella richiesta di gestione dell’emergenza, il documento riservato delle Nazioni Unite che pubblichiamo quasi per intero mette nero su bianco il costo umano di una nuova guerra contro Saddam Hussein. Il rapporto è stato steso in gran segreto dall’Iraq Steering Committee, un comitato che riunisce attorno allo stesso tavolo i responsabili delle agenzie Onu coinvolte nella crisi e la vice di Kofi Annan, Louise Fréchette. A renderlo pubblico, dopo che il londinese Times ne aveva rivelato l’esistenza, è stato il Campaign Against Sanctions in Iraq, un’organizzazione affiliata all’Università di Cambridge che chiede la fine delle sanzioni contro Baghdad. Il funzionario Onu che ha fatto uscire dal Palazzo di Vetro la bozza di 13 pagine datata 10 dicembre 2002 ne ha cancellato firma e alcuni paragrafi.
Dopo aver precisato che i preparativi per i soccorsi non significano che le Nazioni Unite ritengano che la guerra sia ormai inevitabile, il documento avverte che le conseguenze umanitarie di un intervento armato contro l’Iraq non sono paragonabili a quelle della prima guerra del Golfo o della campagna in Afghanistan. Perché dopo 12 anni di sanzioni durissime, gli iracheni sono un popolo povero e pesantemente dipendente dallo Stato: la maggior parte di loro sopravvive solo grazie alle razioni di cibo distribuite dal governo. All’Onu sono convinti che un nuovo attacco non si limiterebbe a un «breve bombardamento dal cielo» ma prenderebbe la forma di «un’offensiva potenzialmente su larga scala e protratta sul campo». L’attacco sarebbe particolarmente pesante nella regione centrale e a Baghdad: il cedimento del sistema elettrico iracheno innescherebbe un effetto a cascata in ogni settore, lasciando il il 39 per cento della popolazione senza acqua potabile e minando il fragile sistema igienico. La prevista distruzione di ponti, ferrovie, porti e strade renderebbe quasi impossibile l’accesso dei soccorritori nelle zone più colpite.
A dare al conflitto le dimensioni di catastrofe umanitaria sarebbe anche l’altissimo numero di feriti: le stime dell’Oms parlano di 500 mila vittime. Tutto ciò in un contesto di emergenza sanitaria conclamata: tra gli effetti delle sanzioni che avrebbero dovuto convincere il raìs a rinunciare alle armi di distruzione di massa ma che di fatto hanno portato al collasso le condizioni di vita della popolazione, c’è anche la scarsità di medicine essenziali. La mancanza di acqua potabile e la contaminazione dell’aria, inoltre, renderebbero molto probabile «l’esplosione di malattie in proporzioni epidemiche se non pandemiche». I bambini e le donne incinte talmente malnutriti da aver bisogno di nutrimento terapeutico supererebbero i tre milioni.
Se la guerra dovesse effettivamente scoppiare, circa due milioni di iracheni sarebbero costretti a lasciare le loro case e cercare riparo in altre zone del Paese o al di là del confine: i profughi che avranno bisogno di assistenza, secondo l’Unhcr, saranno 900 mila. Particolarmente critica sarà la situazione dei tanti bambini soli e delle tante donne capofamiglia che si metteranno in cammino per scappare dalle bombe. Anche perché il Paese sarà costellato da mine inesplose. In generale le Nazioni Unite ritengono che l’emergenza umanitaria nell’area durerà più di un anno.
Postilla finale del documento: le agenzie umanitarie Onu e le autorità militari sul campo dovranno interagire «a prescindere dal fatto che l’attacco sia o non sia sanzionato dal Consiglio di sicurezza». Anche se, insomma, gli Stati Uniti dovessero decidere di agire da soli. (Sofia Basso)


10 dicembre 2002

PROBABILI SCENARI UMANITARI
Introduzione

1. Presentando questo documento non si presume che la guerra sia inevitabile. A fini di pianificazione, e come richiesto, si fanno comunque alcune ipotesi per prepararsi alle evenienze nel caso scoppi il conflitto. A differenza degli sviluppi dell’intervento militare nel 1991, l’aspettativa è che uno scontro futuro vada oltre il relativamente breve bombardamento aereo preparatorio delle infrastrutture e delle piccole e grandi città e si trasformi in un’offensiva potenzialmente su larga scala e protratta sul terreno, supportata da bombardamenti aerei e convenzionali. La devastazione conseguente sarebbe indubbiamente notevole. All’inizio, l’accesso ai bisognosi sarà negato da questo o quel protagonista o gravemente ostacolato da considerazioni di sicurezza. Inoltre, la logistica, soprattutto la possibilità di muoversi con una qualche libertà, sarà uno dei limiti principali.
2. Da qualche parte c’è la tentazione di mettere sullo stesso piano la situazione successiva a un eventuale nuovo intervento militare in Iraq e la capacità della popolazione di tirare avanti ai tempi del conflitto del 1991. Simili paragoni non sono validi dato che immediatamente prima degli eventi del 1991 la netta maggioranza della popolazione aveva un’occupazione e beni e denaro in contante per far fronte alla crisi. Oggi, oltre a non avere da tempo un lavoro redditizio, tutti tranne i più privilegiati hanno completamente esaurito i loro soldi e in molti casi hanno anche venduto i loro beni. Di conseguenza, la gran parte della popolazione è oggi totalmente dipendente dal governo dell’Iraq per la maggioranza dei bisogni di base, se non tutti; a differenza del 1991, non ha possibilità di farcela se non può accedervi: se il regime delle sanzioni ha avuto un effetto è stato quello di aumentare la dipendenza verso il governo come unico fornitore.
3. C’è anche la tentazione di fare paragoni tra la situazione in Afghanistan dopo l’intervento militare del 2001/02 e quella che dovrebbe affrontare l’Iraq in uno scenario post bellico. A parte il numero simile di abitanti – circa 26 milioni l’Afghanistan e 26,5 l’Iraq – questi confronti non funzionano. La popolazione in Afghanistan è prevalentemente rurale. Inoltre, con il tempo gli afghani si sono abituati a essere meno dipendenti dallo Stato […]. In Iraq, invece, è successo l’opposto: la popolazione è relativamente urbanizzata, con lo Stato che fornisce i beni di base; e questo è il fondamento della politica governativa. Via via che le famiglie si sono impoverite durante il regime delle sanzioni, gli iracheni sono diventati sempre più dipendenti dallo Stato per i loro bisogni di base.
4. Inoltre, nonostante il regime delle sanzioni, gli iracheni sono relativamente sofisticati nei loro bisogni. Molto semplicemente, la società irachena si è abituata a un ragionevole standard di servizi forniti con il patrocinio dello Stato o direttamente. Con il prevedibile collasso delle infrastrutture in generale, e del sistema elettrico in particolare […], probabilmente molti di questi servizi non saranno disponibili nella fase successiva al conflitto.
5. Di conseguenza, nell’accertare i probabili bisogni umanitari degli iracheni in una fase postbellica, appaiono giustificate le seguenti ipotesi:
a) Il sistema elettrico sarà gravemente degradato per i danni alle centraline di generazione e alla rete di trasmissione e di distribuzione. I danni al sistema elettrico comporteranno riduzioni collaterali nella capacità di ogni settore, soprattutto per quanto riguarda acqua, igiene e sanità.
b) Il porto di Umm Qasr sarà in larga parte inagibile dato che, con ogni probabilità, sarò bloccato o soffrirà danni gravi negli stadi preliminari delle ostilità. Di conseguenza, non si può predire in modo attendibile se il porto sarà disponibile per attività umanitarie.
c) Il sistema ferroviario sarà degradato in modo significativo in conseguenza di danni ai ponti e ai binari.
d) I veicoli e i depositi per il trasporto stradale soffriranno danni considerevoli e, di conseguenza, ci sarà una degradazione del già misero sistema dei trasporti.
e) Siccome l’Iraq è diviso in tre parti da due principali sistemi fluviali che scorrono da nord a sud e siccome la maggioranza, se non tutti, dei ponti principali saranno distrutti o danneggiati, il movimento dei beni e delle persone da est a ovest sarà limitato. Inoltre, i fiumi sono talmente profondi che non è possibile guadare e c’è un’assenza quasi totale di chiatte e traghetti.
f) Potrebbero essere danneggiate le scorte governative di tutte le merci.
g) La produzione e l’esportazione di petrolio greggio e la produzione di prodotti petroliferi per consumo essenzialmente domestico cesserà, e le strutture che contengono le scorte esistenti saranno notevolmente danneggiate.
[tutta la pagina seguente – pag. 3 del documento – è stata cancellata]

Stima dei bisogni

11. Come abbiamo già detto al paragrafo 2, circa il 60 per cento della popolazione – 16 milioni di persone – è altamente dipendente dalla razione alimentare mensile: queste persone «consumano» tutti i beni forniti […] dato che non hanno altro mezzo con il quale provvedere alle altre esigenze essenziali.
12. Nei tre governatorati del nord ci sarà bisogno immediato di costruire una fonte alternativa di approvvigionamento per i prodotti forniti nella razione alimentare per l’intera popolazione di circa 3,7 milioni di persone. […]
13. Mentre avrà sostanziali conseguenze a livello familiare, la perdita di elettricità a Dahuk non dovrebbe avere un impatto immediato sulla fornitura di servizi umanitari. Supponendo che il livello del conflitto nei tre governatorati del nord sia basso [...] sembra che ci sia una sufficiente capacità disponibile [...].
14. Sarà comunque necessario costruire una linea di rifornimento per la benzina. [...]
15. In tutto il resto del Paese, particolarmente nella «Regione Centrale» e a «Baghdad», data la probabile intensità di ogni conflitto, particolarmente nelle fasi preparatorie e iniziali, è probabile che le infrastrutture saranno gravemente danneggiate da bombardamenti dal cielo e da terra o dal ritiro delle forze governative. Le infrastrutture, soprattutto quelle legate alla produzione del petrolio; il trasporto, come veicoli e depositi; i porti; le ferrovie; le strade e i ponti; e la produzione di elettricità possono essere molto ridotte. Le infrastrutture che rimangono disponibili, compresi i veicoli privati e commerciali, possono essere allocate dal governo per fini diversi da quelli umanitari. […]
16. È comunque improbabile che il servizio fornito dal governo cessi simultaneamente per l’intera popolazione. Piuttosto è probabile che ci sia una progressiva riduzione, fino alla sua cessazione […]. Se si presume che il potenziale intervento militare procederà simultaneamente da sud e da nord, i governatorati periferici di Basrah, Maysan, Thi Qar, Muthana, Najaf, Kerbala e Qadisiyah nel sud e Ninive e Tameem nel nord saranno colpiti immediatamente.
17. La popolazione che avrà bisogno immediato di intervento umanitario e che sarà presumibilmente accessibile, ovvero chi si trova nel sud, ammonterebbe a 5,4 milioni […] ai quali bisogna aggiungere altri due milioni di sfollati e profughi, una parte dei 900 mila che da Baghdad e dai governatorati centrali dovrebbero andare in Iran e dei 50 mila diretti in Arabia Saudita. Di conseguenza, il totale dei beneficiari sarebbe di 7,4 milioni. […] Ci si aspetta che l’accesso sarà negato dalle parti in guerra o impraticabile per considerazioni di sicurezza.
19. Dati i 21 o 22 giorni al mese nei quali il cibo viene distribuito, circa un milione di persone sono qualificate a ricevere la loro razione in uno di questi giorni. Si può anche supporre che di questi 600 mila, il 60 per cento dei riceventi di cui al paragrafo 11, saranno molto dipendenti dalla razione per le loro esigenze alimentari familiari. Inoltre, siccome il ciclo si basa su addetti alla distribuzione, e non su individui, la merce non sarà disponibile in alcune località se gli addetti interessati non dovessero ricevere le loro consegne o non essere al loro posto. Di conseguenza, il bisogno sarà concentrato in queste aree invece di essere distribuito uniformemente da una parte all’altra del Paese. Sfortunatamente, queste sacche saranno in ogni distretto e governatorato.
20. La recente tendenza del governo di distribuire la razione alimentare mensile in un ciclo bimestrale mette potenzialmente più cibo nelle case. Il World Food Program ritiene, però, che molte famiglie povere, e quindi quelle con la minor sicurezza alimentare, stanno vendendo il cibo supplementare ricevuto per avere un’entrata e soddisfare gli altri bisogni essenziali. L’attuale mancanza di alcuni beni dalla razione alimentare, soprattutto i legumi – la principale fonte di proteine – mitiga anche il beneficio dell’aumento di cibo. Di conseguenza, la maggior parte delle riserve alimentari delle famiglie non durerebbe due mesi se la distribuzione fosse interrotta o sospesa.
21.In tutto il Paese ci sono 43 mila addetti al cibo e alla farina e la distribuzione mensile del cibo dipende dal fatto che l’attuale sistema continui a funzionare con un buon grado di efficienza. Questa istituzione è immensa e ogni intralcio alla sua organizzazione ostacolerebbe gravemente la distribuzione alimentare. Dato il grado di dipendenza dell’intera popolazione dalla consegna mensile del cibo e di altri beni necessari quando si distribuisce il cibo non è conveniente concentrarsi direttamente su alcuni segmenti della comunità. Continuare ad usare gli addetti al cibo e alla farina, quindi, è probabilmente il modo più pratico per distribuire il cibo nella fase successiva al conflitto. Preservare ciò che c’è e rimpiazzare le parti della rete che soffrono durante la fase del conflitto sarà la priorità.
22. Per quanto riguarda il settore sanitario, nel Paese ci saranno essenzialmente quattro mesi di scorte di farmaci e forniture mediche di base per soddisfare la domanda normale. Questo non significa che ci sia una completa gamma di medicinali disponibili, dato che ci sono alcuni articoli particolari che attualmente sono scarsi o inesistenti. L’atteso aumento di casi di diarrea e infezioni respiratorie a seguito delle condizioni esperite in uno scenario postbellico, come ad esempio la mancanza di acqua potabile e l’aria contaminata (dovessero i pozzi di petrolio venire incendiati come accadde in Kuwait) ma anche il sovraffollamento, le ferite traumatiche e la mancanza di refrigerazione, si tradurrebbe in una crescita della domanda e del consumo di forniture mediche e medicine, rendendo le scorte attuali inadeguate.
23. È anche probabile che nelle prime fasi ci sarà un’ampia fetta di popolazione che avrà bisogno di cure per ferite, provocate sia direttamente dal conflitto o dalla conseguente devastazione. Data la popolazione delineata prima, 500 mila potrebbero richiedere cure per ferite dirette o indirette [il dato si basa su stime Oms di 100 mila vittime dirette e 400 mila indirette].
24. I bambini sotto i 5 anni, le donne incinte o che allattano e gli sfollati saranno particolarmente vulnerabili data la probabile assenza in una situazione post-bellica di un sistema sanitario di base funzionante. Nel centro e nel sud si calcola che questi gruppi rappresentino un totale di 5,2 milioni di persone [stima Unicef]: 4,2 milioni sotto i 5, un milione di donne incinte o che allattano, più altri 2 milioni di sfollati. […] 1,23 milioni di loro si troveranno nei governatorati del sud, ai quali le Nazioni Unite hanno più possibilità di avere accesso, e avranno bisogno di interventi umanitari immediati. Questa cifra deve essere ulteriormente affinata per tenere in considerazione anche gli infermi, i malati cronici e gli anziani.
25. Inoltre, è molto probabile lo scoppio di malattie in proporzioni epidemiche se non pandemiche. Malattie come il colera e la dissenteria prosperano nell’ambiente, che prevarrà e a causa delle circostanze e dell’attuale basso tasso di vaccinazione contro il morbillo, la meningite e simili, sarà sempre presente. Quando si calcola il bisogno di forniture mediche e farmaceutiche bisogna tenere in considerazione questi fattori.
26. Come in altri settori, l’esigenza di forniture mediche varierà con il tempo. Parte della dipendenza iniziale si ridurrà con il tempo, via via che le ferite collegate al conflitto verranno curate in una data area; alcuni troveranno soluzioni alternative per soddisfare i loro bisogni, altri diventeranno dipendenti dal sistema. È molto probabile che, nel futuro prevedibile, il numero dei beneficiari che si aggiungeranno supererà quelli che possono trovare soluzioni alternative. Di conseguenza, il bisogno dell’area continuerà a crescere nel breve e nel medio periodo, a causa dell’ambiente generale e delle poche alternative a disposizione della popolazione.
27. Si stima che lo stato nutrizionale di circa 3,03 milioni [stima Unicef] di persone da un capo all’altro del Paese sarà tremendamente misero e che avranno bisogno di nutrimento terapeutico. Questo dato consiste di 2,03 milioni di bambini sotto i 5 anni malnutriti e di un milione di donne incinte e che allattano. […] Tra i più vulnerabili ci sono le circa 5mila persone confinate in istituti, compresi gli orfani, i portatori di handicap gravi, i bambini detenuti e i 21mila anziani. A queste cifre vanno aggiunti i pazienti negli ospedali – i cui posti letto totali sono circa 27 mila e anche se i tassi di occupazione non sono noti si può supporre che siano alti – e i carcerati. Malgrado il loro numero non sia elevato, le misere condizioni in cui vivono al momento possono solo peggiorare: i loro bisogni saranno quindi critici.
28. Il trattamento dell’acqua ha bisogno della corrente elettrica che sarà, con molta probabilità, gravemente danneggiata da un conflitto e tale rimarrà per un certo tempo. Di conseguenza la disponibilità dell’acqua potabile sarà una rarità. L’Unicef stima che circa il 39 per cento della popolazione avrà bisogno di ricevere acqua potabile – per un breve periodo – da impianti di trattamento che abbiano un generatore elettrico di riserva, anche se il rifornimento di acqua sarà razionato. L’accesso all’acqua potabile oggi non è distribuito uniformemente – il 70 per cento degli impianti urbani hanno generatori di emergenza, mentre la percentuale per gli impianti rurali è solo dell’11.
29. Data la popolazione colpita nei governatorati del sud – ma non contando gli sfollati e i potenziali rifugiati che non hanno ancora lasciato l’Iraq (un totale di 5,4 milioni come indicato nel paragrafo 17) l’esigenza immediata sarà fornire accesso ad acqua pulita a circa 4,07 milioni di persone. Bisogna anche tenere in considerazione che i prodotti chimici necessari per il trattamento dell’acqua […] saranno limitati.
30.Il sistema igienico è un’altra fonte di serie preoccupazioni. Al momento 500 mila tonnellate di acque di scarico sono pompate quotidianamente nelle fonti di acqua fresca. Attualmente ci sono circa 5 milioni di persone, 4 milioni delle quali risiedono a Baghdad, che hanno accesso a una rete fognaria che si basa su stazioni di pompaggio connesse alla rete elettrica. L’Unicef ha stimato che solo il 10 per cento di queste stazioni hanno dei generatori di scorta. Per paura che questo possa diventare un rischio sanitario maggiore di quello che già è, 5 milioni di persone avrebbero bisogno di assistenza con gli impianti igienici.
31. Come nel caso della sanità, la dipendenza continuerà con ogni probabilità a crescere e un’ampia fetta della popolazione rimarrà, verosimilmente, dipendente da un’assistenza esterna per un periodo esteso. Il ripristino non solo del sistema elettrico ma anche della rete di distribuzione dell’acqua deve ricevere l’attenzione più assoluta.
32. Durante ogni conflitto e nella fase immediatamente seguente, una buona parte della popolazione sarà dislocata. La devastazione subita dalle strutture potrebbe essere grande. Mentre nelle aree urbane sarà più facile trovare riparo nascondendosi in edifici parzialmente distrutti e c’è più disponibilità di materiale per costruzioni improvvisate, queste opzioni non saranno accessibili a quelli che si trovano nelle aree rurali […].
33. Nelle fasi iniziali dell’emergenza, l’accesso ai bisognosi sarà difficile. Di conseguenza, mentre un’ampia porzione della popolazione sarà inizialmente dislocata, quando finalmente l’accesso umanitario sarà praticabile, molti degli sfollati saranno tornati o avranno trovato una sistemazione improvvisata. In queste circostanze, il dato di un 25 per cento della popolazione colpita dalla guerra che richieda qualche forma di assistenza sembra realistico, anche se richiede un’ulteriore conferma. Questa cifra rappresenta una popolazione beneficiaria di circa 2 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza e protezione. I numeri, ovviamente, fluttueranno via via che più persone saranno dislocate e altre troveranno o costruiranno sistemazioni semipermanenti.
34. La popolazione beneficiaria presenterà anche particolari preoccupazioni. Ci si può aspettare che, tra gli sfollati, ci sarà un numero significativo di «minori non accompagnati» e donne «capo famiglia».
35. E’ stato stimato che alla fine ci saranno 900 mila profughi iracheni che avranno bisogno di assistenza, 100 mila dei quali immediata [stima Unhcr]. Il numero dei rifugiati può in effetti essere molto più alto, anche se molti di quelli con risorse e capacità di insediarsi altrove lo hanno già fatto. […]
36. Il numero dei profughi attualmente in Iraq, per i quali l’Unhcr è responsabile, è di circa 130 mila persone. Mentre questi rimarranno, con ogni probabilità, nel Paese, forse unendosi agli sfollati, è probabile che l’Unhcr all’inizio non sarà in grado di fornire il supporto richiesto.
37. L’assenza di un programma di azione sulle mine nel centro e nel sud esacerberà le difficoltà sperimentate dalla popolazione che si trova faccia a faccia con le ferite da mine. Attualmente non c’è alcuna educazione alla consapevolezza del fattore mine nel centro e nel sud. Mentre la popolazione rurale ha acquisito una certa conoscenza vivendo in un ambiente infestato dalle mine, la maggioranza della popolazione urbana non avrà le informazioni necessarie.
38. Le aree lungo il confine con i Paesi vicini all’Iraq, e alcune zone attorno alla linea che separa i tre governatorati del nord attualmente sotto il controllo delle autorità locali curde, sono «protette» da barriere di campi di mine e quindi rappresenteranno un pericolo tremendo per i rifugiati e gli sfollati. Inoltre il conflitto renderà gli ordigni inespolsi molto comuni, particolarmente nelle città, provocando molte vittime.

SOMMARIO DEGLI SCENARI

[Il paragrafo 39 sintetizza le cifre dettagliate nei paragrafi precedenti, ndr]

40. Necessità umanitarie protratte: gli interventi umanitari serviranno per un periodo di tempo protratto, certamente più lungo di un anno […]
41. Ripresa socioeconomica dell’Iraq. È essenziale che gli sforzi per iniziare il lungo processo di ripresa siano avviati appena possibile. Non sembrerebbe prudente rimpiazzare lo «stato fornitore» con un «fornitore umanitario». Ciò sarà possibile solo se saranno prontamente attivati meccanismi alternativi che offrano una qualche opportunità di lavoro. Decisivo per il successo di ogni intervento umanitario sarà anche l’urgente rivitalizzazione del settore agricolo.
42. Un fattore chiave per ogni ringiovanimento dell’economia sarà la continua protezione sia del settore pubblico sia degli individui dal debito esterno, stimato tra 100 e 150 miliardi di dollari. […]
[I paragrafi 43-47 sono stati cancellati]
[nei paragrafi 48-50 si discute l’accesso delle Nazioni Unite alle risorse per il programma umanitario: oltre a ribadire l’urgenza di finanziamenti, si chiede che l’Onu possa utilizzare risorse del programma petrolio-in-cambio-di-cibo, ndr]
[i paragrafi 51-52 sono stati cancellati]

RELAZIONI CON E RUOLO DELL'ESERCITO

53. Le agenzie Onu che offrono assistenza umanitaria avranno bisogno di interagire con le autorità militari sul campo. Queste interazioni dovranno avvenire a prescindere dal fatto che l’attacco sia o non sia sanzionato dal Consiglio di sicurezza […]
[Il capitolo 54 polemizza con chi, Difesa americana in testa, vuole dare alle forze armate un ruolo nell’erogazione diretta di assistenza, ndr]
[il capitolo 55 è stato cancellato]

Altre questioni che richiedono immediate linee guida […]
b) Il desiderio di mantenere una presenza internazionale in Iraq quasi a tutti i costi, nonostante possa essere dichiarata la fase V.
c) La necessità di essere in grado di accedere ai fondi per la emergency preparedness, malgrado non sia stata dichiarata alcuna emergenza per l’Iraq.
d) Anche se non è esclusivamente una questione umanitaria, bisogna riflettere sul ruolo dell’Onu, se ne avrà uno, nell’amministrazione del dopo-conflitto.
e) Un’altra questione di grande importanza è la necessità che l’Onu sviluppi, assieme all’attuale Piano di Contingenza, un Piano «B»: quale sarebbe il ruolo dell’Onu di fronte all’Iraq se il conflitto viene evitato e le sanzioni sono, almeno, sospese.
[Segue una tabella che riassume gli scenari, ndr]

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