Da Diario del 17/01/2003

L'inchiesta vecchio stile

Arabia infelix

Nel regno saudita l’annunciato attacco americano all’Iraq, e le tensioni seguite all’attentato alle torri gemelle, hanno gravemente minato i buoni rapporti con i lavoratori occidentali

di Paolo Vittone

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Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniIeriLe guerre del Golfo
DAHARAN.

«Le ambasciate giapponese, inglese e americana hanno da tempo messo i loro cittadini in allerta e hanno predisposto un piano di evacuazione. C’è chi ha persino distribuito delle maschere antigas. Noi italiani non abbiamo ancora ricevuto indicazioni particolari dalla nostra ambasciata, ma siamo preoccupati. Il clima da un anno a questa parte è diventato molto pesante per i pochi occidentali che vivono qui per lavoro, e ora la tensione è alle stelle». Orietta vive in un paese arabo da tre anni. L’allarme per eventuali attacchi, la necessità di predisporre piani di evacuazione per gli occidentali, farebbe pensare subito all’Iraq, invece è l’Arabia Saudita, il Paese che fino a poco tempo fa era considerato un Paese amico di Washington. Da diverso tempo il rapporto tra Arabia e Stati Uniti si è incrinato e a Riyad si consuma una sotterranea guerra di potere tra filo e anti americani, almeno stando a quel poco che trapela dal regno dei Saud. Riyad, per esempio, ha finora rifiutato di concedere le sue basi agli americani per un attacco all’Iraq, ma come poi andrà a finire è tutto da vedere: nelle ultime settimane ha ammorbidito le sue posizioni.
Un minibus a disposizione per fare le spese non è un vezzo, piuttosto un servizio necessario per chi, come Orietta, vive nella cittadella degli stranieri vicino a Daharan. Due volte al giorno, a orari prestabiliti, un minibus accompagna le donne in città, per fare spese al mercato o in un centro commerciale. Una cittadella organizzata perfettamente, 36 villini con piscina, sauna, tennis, bagno turco ma anche con i guardiani che controllano chiunque entra e esce perché qui, in Arabia saudita, vivere non è facile. Gli stranieri occidentali vengono per lavoro, e ci restano per diversi anni: sono tecnici, ingegneri e geologi di compagnie petrolifere internazionali.
Tra gli abitanti di queste specie di centri residenziali sono pochissimi i sauditi, e per loro si tratta di un angolo di libertà. Il cancello è un vero e proprio confine: qui, almeno in teoria, i muttawa, i guardiani religiosi, non potrebbero entrare. «Ma un Natale è accaduto, racconta Orietta, credevano ci fossero degli alcolici a tavola, severamente vietati su tutto il territorio. Hanno fatto una specie di irruzione, gridando hanno diviso gli uomini dalle donne e poi hanno preteso che tutti gli addobbi natalizi venissero tolti di torno: l’albero, le luci, persino un’ immagine della natività. Solo allora se ne sono andati. Siamo rimasti lì, a guardarci in faccia, poi ognuno è tornato a casa sua».
CONTRADDIZIONI. Fuori dal villaggio, il Paese custode della Mecca, il Paese che dovrebbe essere il simbolo della tutela della fede e che per darsi questa immagine da una parte interpreta in modo severo la shari’a, la legge islamica, dall’altra fa studiare i suoi figli più celebri, quelli dei vari principi, nelle università americane o britanniche. Nelle città saudite le condanne corporali eseguite per strada si celebrano ogni venerdì, talvolta anche in altri giorni, sempre dopo la preghiera: taglio delle mani o delle dita, ma anche decapitazioni, secondo un macabro rituale: la vittima inginocchiata per terra viene prima colpita a un fianco, perché alzi il tronco e il capo; non appena accade la sciabola gli taglia la testa con un colpo secco. «Stavamo andando a fare la spesa con il minibus», racconta Orietta, «quando ci siamo trovati in una piazza dove la gente sembrava impazzita, correvano verso una specie di pedana allestita in fretta vicino alla moschea, dove si sarebbe svolta l’esecuzione. Sono scesa, mi sono rifugiata in un negozietto di un signore che conosco, un orafo indiano che mi ha dato del the. I negozi erano tutti chiusi, come accade in questi casi, lui mi ha fatto entrare solo per amicizia. Mentre bevevo e cercavo di riprendermi dalla scena, il capannello ha cominciato a dirardarsi, le saracinesche dei negozi sono state alzate di nuovo, la gente è tornata a passeggiare, le donne, che non possono assistere alle pene, sono riapparse nelle strade. È rimasto il lago di sangue. Lo hanno lavato via con l’acqua e la vita è ripresa in breve, come se niente fosse».
Orietta, moglie di un tecnico italiano, fa l’estetista e alle sue cure si affidano tanto le donne occidentali quanto alcune, poche, arabe. Vive nel villaggio per stranieri, come tutte le donne. Qualche volta, con un’amica araba va al mercato di Qatif, fuori Daharan. Spezie e sudiciume, polli e montoni, cammelli e donne beduine ripudiate dai mariti che chiedono l’elemosina e vendono cesti fatti a mano e colorati con l’henné, bambini che girano con i carretti di frutta. Tanfo di pesce marcio e profumi di cumino e cannella. Le donne occidentali, almeno fino a prima dell’11 settembre, venivano semplicemente ignorate, tenute a distanza dalle donne arabe: «Una volta ho dato dei soldi a una donna ripudiata che intrecciava paglia. Li ha rifiutati, li ha lanciati per terra davanti a me. Ho dovuto raccoglierli, darli alla mia amica araba che li ha consegnati alla donna e solo allora li ha accettati», racconta Orietta.
Necessariamente per uscire bisogna essere coperte con il velo, soprattutto nel mese del Ramadan, il digiuno imposto dalla legge islamica. Prima dell’11 settembre 2001, prima dell’attentato alle torri gemelle, nessuna tensione particolare. Come dire ognuno stia al suo posto e non capita nulla. Nel mirino dei dirottatori di Al Qaida e dei top gun americani, non sono finite solo le torri gemelle e i villaggi afghani: anche quella forma consolidata di convivenza tra occidentali e sauditi è finita nel mirino, quella tolleranza distante, che sarebbe però potuto scivolare verso il dialogo. Ora quell’accenno di dialogo è incrinato.
«Alcuni giorni fa mentre mi trovavo per strada a fare le spese, due donne arabe si sono avvicinate, hanno alzato il velo e hanno iniziato a insultarmi e a sputarmi addosso. Non era mai successo, mai. Pochi giorni dopo, cosa ancora più strana, due uomini hanno inziato a gridare contro di me». Un fatto eccezionale, anomalo. La tensione è cresciuta inarrestabile. A ottobre 2001 un pakistano si fa saltare in aria ad Al Khobar, vicinissimo a Daharan, in un negozio frequentato da occidentali. Un americano rimane ucciso, un inglese viene ferito gravemente. Poco dopo, in Bahrain l’insegnante di una scuola chiede agli alunni un minuto di silenzio per le vittime israeliane di un attentato palestinese. Tanto basta: manifestazioni in Bahrain, diverse molotov vengono scagliate contro la rappresentanza diplomatica americana, i McDonald’s vengono devastati. A Daharan e in varie città dell’Arabia Saudita, altre manifestazioni. I fatti continuano: un britannico salta in aria sulla sua auto, un altro inglese che sta facendo jogging viene bersagliato a fucilate, senza essere colpito.
Le lunghe e calde giornate arabe da noiose e diffidenti sono diventate inquietanti.

VELO CASUAL. La piscina, la sauna e il silenzio assolato al posto del relax restituiscono timori, che mano a mano si fanno paure esatte: la paura dell’altro, reciproca paura, reciproca diffidenza.
La vita è cambiata. Prima il velo le donne, almeno in città, lo tenevano sul capo senza troppa meticolosità: casomai i muttawa, tre guardiani religiosi accompagnati sempre da un poliziotto, compaiano da dietro un angolo, nel mezzo della gente, lo si sistemava con più attenzione. Ma con la gente in strada nessun problema. Solo nei villaggi beduini era davvero necessario coprirsi. «Ci sono posti come Abba, una cittadina di montagna dove i sauditi vanno a passare qualche giorno al fresco. Lì le donne oltre ad avere il capo e il corpo coperto portano guanti neri, non c’è un solo lembo della loro pelle che sia visibile. Anche in città ci sono donne vestite così, ma altre non lo sono. Ad Abba sono tutte, indiscriminatamente e completamente coperte». Orietta, occidentalissima bionda, accompaganta dal marito è osservata da tutti: le sue mani sono nude, il velo lascia che alcuni capelli si mostrino. «Mi sono chiusa in camera per tre giorni, ho chiesto a mio marito di comperare dei guanti neri, lunghi, da usare nel tragitto tra la stanza e l’aeroporto. Essere come loro, essere anonime, almeno nel nostro modo di guardare, è rassicurante. Sai cosa c’è di incredibile? Sono tutte uguali identiche, ma a decine di metri di distanza i loro figli le riconoscono e gli corrono incontro».

PRIME PAGINE. Ora che i venti di guerra tornano a soffiare sul Golfo persico, il dialogo silenzioso dei bazar, dei suk, dei mercati, si è fatto tagliente e tra le grida dei venditori, i profumi e i tanfi dei mercati la distanza tra occidentali e arabi è diventata una voragine. «Continuiamo ad avere molti amici musulmani, ci sono molti sauditi aperti, ma la maggior parte della gente è diventata ostile, istintivamente. È cambiato anche il dialogo con i nostri amici islamici: ogni volta che si parla di rapporti tra mondo occidentale e islam si finisce in polemica. Se noi ci sentiamo nel mirino degli integralisti, loro si sentono nel mirino dell’occidente. Una mia cara amica saudita, dopo l’assalto al teatro Dubrovka a Mosca, e dopo la vicenda del cecchino americano, mi diceva che sembra che oramai per noi occidentali tutto ciò che è islam è male e tutto ciò che è male è islam».
E come se non bastasse ci si è messo anche Berlusconi a surriscaldare i rapporti. «Non ci si può immaginare i danni che ha creato la sua dichiarazione sulla presunta superiorità della civiltà occidentale su quella islamica. Per una settimana le prime pagine dei giornali sauditi hanno riportato le parole di Berlusconi e le polemiche che ha creato. Mi sono finta spagnola per un bel po’ di tempo, ero imbarazzata e avevo anche paura. Avrei voluto fosse lui qui, che fosse lui in un negozio con la gente che ti chiede: Italian? E aggiunge subito: Berlusconi? Poi quando sono arrivate le sue strane scuse sono state accettate: un dovere di forma ma il danno era fatto, la diffidenza e un certo disprezzo rimasti». Orietta riassetta le valigie: torna in Italia, definitivamente. Il contratto del marito è terminato. Nelle valigie non ci stanno di certo le comodità del villaggio, non ci sta neppure un gatto nero che girava da quelle parti a scroccare cibo, non ci stanno le atmosfere di un Paese estremo per il fascino che emana e per le sue contraddizioni: «Qui non ho scoperto soltanto sauditi e il mondo islamico, nelle sue diverse e contraddittorie forme: ho visto anche la sbruffonaggine americana. Un esempio stupido: non ho mai visto una donna statunitense che si coprisse il capo a meno che fosse costretta dai guardiani religiosi, anche durante il Ramadan».
Mentre la vicina di casa giapponese viene istruita sulla via di fuga in caso di guerra, sui piani di evacuazione e quant’altro necessario, lei sistema le ultime cose in valigia. «In tre anni ho visto la circospezione trasformarsi in diffidenza, l’ignoranza reciproca in ottusa convinzione. Di certo, in valigia non ci starà la distanza che in questi tre anni è stata costruita».

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