Da Diario del 17/01/2003

L'inchiesta vecchio stile

Il comandante dell’altra guerra

L’ex capo delle truppe Usa nel 1991, Norman Schwarzkopf, ricorda che la chiave di volta è stato l’appoggio saudita

di Riccardo Romani

Articolo presente nelle categorie:
Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniIeriLe guerre del Golfo
NEW YORK.

Il generale Norman Schwarzkopf è un uomo estremamante organizzato. Potrebbe dire con precisione dove sarà e cosa mangerà per colazione in un giorno qualsiasi dei prossimi sei mesi; quante ore avrà dormito e a che punto della giornata riceverà la telefonata dei propri familiari, oppure in quale albergo si fermerà prima di esibirsi in uno dei suoi celebri discorsi. Il generale Norman Schwarzkopf detesta gli imprevisti, sia che si tratti di accordarsi per un’intervista, sia che gli si richieda di radere al suolo una città, cosa che quasi gli capitò di fare nel 1991, quando guidò le forze americane nella vittoriosa campagna della Guerra del Golfo fino alle porte di Baghdad. È qualcosa che si annida nel suo dna perché Norman Schwarzkopf senior, il papà di Norman, a sua volta era intollerante nei confronti di improvvisazione e disordine.
Due parole su Schwarzkopf padre. Quando uscì a pieni voti dall’Accademia di West Point nel 1917, era ovvio che la sua sarebbe stata una carriera luminosa. Lo fu. Si segnalò immediatamente in Germania per spirito organizzativo e lucidità durante la Prima guerra mondiale, divenne in seguito uno stimato e inflessibile capo della polizia in New Jersey (dove i suoi criteri di assunzione spietati coincidevano con la bocciatura di un aspirante agente ogni tre) e venne infine richiamato in servizio in occasione della Seconda guerra, dove raggiunse il grado di brigadiere generale. Curioso il suo commiato con le armi: venne inviato in Iran ad istruire poliziotti su come si mantiene l’ordine. Il figlio, qualche decennio più tardi da quelle parti ce lo hanno spedito a ristabilirlo, l’ordine. Norman padre non aveva una grossa fantasia in fatto di nomi quando si trattò di sceglierne uno per il proprio erede, ma era comunque considerato un tipo spassoso, al punto che gli affidarono una popolare trasmissione radiofonica dove lui raccontava storie di crimini realmente accaduti. Capacità comunicativa.
Norman figlio ha ereditato anche quello da Norman senior: quando nel 1991 fece la sua prima apparizione sugli schermi planetari per raccontarci come la guerra stesse procedendo, si conquistò immediatamente la simpatia dell’audience. Era soprannominato The Bear, l’orso, era per via della sua mole massiccia e un po’ goffa. Sapeva essere affabile, persino simpatico, e anche per questo l’allora segretario di Stato (e oggi vicepresidente) Dick Cheney, lo volle fortemente in quel ruolo. All’America in guerra serviva una faccia positiva, un individuo che sapesse infondere certezze e bonarietà. Norman era l’uomo giusto, anche se presso i suoi uomini aveva fama di ufficiale inflessibile, esigente e degno di grande rispetto.
Era stato in Vietnam, aveva guidato brillantemente i suoi soldati nel blitz a Grenada e quando toccò all’Iraq si rivelò il comandante adeguato, nel momento ideale. Quella campagna durò poco più di un mese. Il 27 febbraio del 1991 il generale Norman salì sul podio delle conferenze per annunciare che la guerra era finita. Che i «danni collaterali» erano stati «minimizzati», usando il classico gergo militare oscuro, che spesso litiga con i bollettini di guerra, quelli veri.
Non si può negare che quella campagna militare avesse costituito un successo. Desert Storm, la battezzarono, e così il generale sarebbe diventato per tutti «Storming Norman», l’uomo che aveva travolto Saddam. Andò in pensione subito dopo. La rete Nbc lo ha messo sotto contratto per le sue conoscenze in campo militare, mentre lui ha creato una fondazione che raccoglie fondi da destinare ad un ambizioso progetto: migliorare la qualità della vita per bambini con problemi fisici.
È diventato un oratore apprezzato: per svariate decine di migliaia di dollari fa discorsi «motivazionali» volando in ogni angolo d’America. Corre a ispirare migliaia di impiegati annoiati e imbolsiti dalla routine. Sul proprio sito fa notare che di quest’America conosce ogni risvolto. E soprattutto sa cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Si ricomincia, come 11 anni fa. Adesso è di nuovo il suo momento. Le forze militari americani si ammassano al confine meridionale dell’Iraq esattamente come fecero 11 anni fa. Saddam Hussein è sempre il nemico da sconfiggere e tutti vogliono conoscere l’opinione di «Storming Norman». Vogliono sapere se stavolta è la volta buona.
Dunque, sarà guerra?
«Io non ho contatti con il Pentagono e tantomeno con la Casa Bianca. Posso solo dire che l’America è pronta a fare un buon lavoro se verrà chiamata a farlo, che abbiamo la possibilità di condurre una campagna vittoriosa e senza ricevere troppi danni. Ma al quesito posto c’è solo una persona che può rispondere, e quella persona è Saddam Hussein».
Pensa che possieda armi di distruzione di massa?
«Credo che Saddam non abbia fatto altro che giocare con il mondo in tutto questo periodo. E soprattutto con gli americani. È ovvio che possiede armi di distruzione di massa. Lo sappiamo per certo, trovarle è una questione di tempo. Le ha usate persino contro la sua stessa gente, se sarà costretto lo farà ancora contro il nostro esercito».
Crede che Saddam voglia entrare in conflitto?
«No. Non ha nulla da guadagnare, è dimostrato dalla storia. Saddam sta solo cercando di accattivarsi la simpatia dei Paesi arabi per creare una sorta di coalizione, per convicere i suoi vicini che i cattivi sono quelli dell’Onu e, ovviamente, gli americani. Gioca a fare la vittima. Non può fare la guerra, ma non vuole mollare nulla e apparire debole di fronte al suo popolo».
È possibile aspettarsi un’azione unilaterale da parte degli Usa?
«La decisione è nelle mani dell’amministrazione Bush. Dipende dal presidente e dal suo staff decidere se aspettare l’Onu o andare avanti per conto proprio dopo aver verificato che Saddam ha superato il limite».
Tecnicamente, che tipo di guerra sarebbe?
«Penso che Saddam potrebbe usare il gas nervino, una prospettiva per cui i nostri uomini sono preparati e addestrati. Ciascuno è equipaggiato per questa eventualità. Sappiamo che ha raccolto quantità enormi di atropina, ma ci sono dubbi sul reale utilizzo. Perché l’unico modo per spargere questo tipo di agente è utilizzando l’aviazione. Ma quando svilupperemo la nostra superiorità aerea, Saddam non avrà molta scelta. Gli resterebbe l’artiglieria, con cui sparare il gas, ma anche qui non avrebbe garanzie: già contro l’Iran parecchio gas nervino era finito col neutralizzare le stesse truppe irachene. Rispetto alla fine degli anni Ottanta l’esercito iracheno è decisamente più debole e tecnologicamente abbordabile. Quando allora fui chiamato a fare una valutazione dovetti ammettere che Saddam disponeva di ottime armi sovietiche, francesi e britanniche. Credo costituisse il quarto esercito mondiale. Ora la situazione è molto diversa».
È vero che dovette alzare la voce alla Casa Bianca, alla vigilia di Desert Storm?
«I fatti sono questi: fui chiamato alla Casa Bianca per un briefing sulla situazione, dopo l’invasione del Kuwait. Avevo trascorso mesi in quell’area e conoscevo ogni minimo dettaglio riguardante il nostro nemico. Ma era venuta fuori la storia per cui l’intelligence aveva raccolto dati molto diversi dai miei. Discussi quelle informazioni e credo che alla fine mi venne dato credito».
Lo spionaggio potrebbe sbagliarsi anche stavolta riguardo le armi a disposizione di Saddam?
«Non è un domanda cui voglio rispondere».
Come fu la vigilia di quell’attacco?
«Riunii i capi del mio staff nella war room. Lessi il messaggio che dava il via alle operazioni. Chiesi al cappellano di recitare una preghiera. Quindi cantammo God Bless America, che magari può far sorridere, ma in quel momento l’orgoglio patriottico e la difesa dei nostri principi era la base di quanto stavamo facendo. Chiusi quel meeting dicendo: “Adesso conosciamo il lavoro che ci aspetta. Diamoci da fare”».
Quale fu una delle chiavi strategiche della guerra?
«Aver ottenuto l’appoggio dell’Arabia Saudita. Senza aiuti nell’area la guerra è difficile».
Il momento più difficile?
«Molti momenti delicati, nessuna difficoltà insormontabile. Avevamo la fortuna di avere un presidente molto risoluto e uno staff molto compatto. Per me, ogni volta che salivo sul podio, iniziava il supplizio perché i media mi chiedevano informazioni che non potevo certo dare. Saddam Hussein guarda la tv come chiunque altro».
Tornerebbe in Iraq a finire il lavoro lasciato a metà nel 1991?
«Tommy Franks è un generale molto capace. Se ci sarà bisogno, farà un ottimo lavoro».

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