Da La Repubblica del 13/09/2005

Il caso

Se i servizi diventano una fabbrica di allarmi

di Giuseppe D'Avanzo

QUAL È il mestiere dell´intelligence? Spaventare o proteggere il Paese? Con la consueta prassi furbesca, nota a tutti come "lancia il sasso e nascondi la mano", il servizio segreto italiano nega ora di aver preparato un rapporto su un possibile attentato nucleare di Al Qaeda in Italia. Alti funzionari della nostra intelligence riferiscono alle agenzie di stampa che quel rapporto non è farina del loro sacco, ma produzione dell´"alleato americano". Purtroppo per gli anonimi funzionari della nostra intelligence, le rivelazioni de La Stampa sono accurate. Non si parla di Phoenix o Los Angeles, ma di Milano, di Trieste, di Roma. Di casa nostra. Del pericolo nucleare che incombe, non sugli Stati Uniti, ma sulle nostre città.
Di «decine di migliaia di contaminati»; di devastazioni per «250 milioni di euro»; di «5.000 vittime» qui nel nostro Paese. Gli agenti segreti italiani avvertono, nero su bianco, che l´attentato nucleare è possibile. Anzi, probabile perché, scrivono, «si può ipotizzare che l´ordigno nucleare sia già presente in Italia, non potendosi escludere che sia avvenuta la collocazione per esempio di bombe da 10 chilotoni del tipo di quelle asportate dagli arsenali nucleari dell´Urss o di "valigette" da parte di una rete coperta operante fino al 1990 in tutti i Paesi Nato».
Bombe da 10 chilotoni, addirittura. Ogni kiloton, unità di misura della potenza esplosiva delle armi nucleari, equivale all´energia sviluppata dall´esplosione di 1000 tonnellate di tritolo (trinitrotoluene o TNT). Se si pensa che le due bombe lanciate dagli Stati Uniti contro Hiroshima e Nagasaki, il 6 e il 9 agosto 1945, avevano una potenza che oscillava tra i 12,5 e i 20 kiloton, si può comprendere come il dossier dell´intelligence che parla di bombe da 10 chilotoni annuncia la più grave catastrofe planetaria dalla fine della seconda guerra mondiale.
Si può non fare un salto sulla sedia? Si può lasciar cadere la rivelazione de La Stampa e non chiedersi se quel rapporto ha un fondo di attendibilità o è, come direbbero gli americani, a bunch of bullshit, un mucchio di cazzate? Perché delle due l´una: o il pericolo di un attentato nucleare di al Qaeda in Italia è concreto o non lo è. Prendiamo in considerazione l´ipotesi, avanzata dall´intelligence, che quelle bombe da 10 chilotoni siano già presenti in Italia. Consideriamola soltanto un´ipotesi di lavoro. Sarebbe un dovere istituzionale per chi ha la missione di proteggere il Paese raccogliere informazioni utili o per escludere la loro presenza nel cortile di casa o per rintracciarle in qualche anfratto e renderle innocue. Purtroppo, nessuna di queste necessità pare sia avvertita dalla nostra intelligence. Il rapporto non contiene una sola informazione, notizia, "soffiata", indiscrezione per quanto debole che possa escludere o confermare la presenza in Italia di un arsenale nucleare così terribile. Si lascia pencolare nel vuoto l´ipotesi (Osama Bin Laden, che si prepara a colpirci per «aprire una fase nuova della strategia globale del terrore», potrebbe utilizzare un ordigno nucleare, già nascosto in Italia) e si passa ad occuparsi, nel rapporto, dei morti e delle distruzioni come se il mestiere degli 007 fosse contare e comporre cadaveri e non evitare che ce ne siano. Stupefacente.
Naturalmente, nessuno dei nostri 007 pensa che Osama abbia a disposizione in Italia un ordigno nucleare. In quella "ditta" non sono ancora così irresponsabili da credere concreto un pericolo e non lavorarci su. Ma è proprio questo il punto: perché rendere pubblico un "niente" che tuttavia terrorizza?
Il rapporto lo si potrebbe rubricare alla voce "lista delle minacce", lo strumento con cui i burocrati della sicurezza in tutto il mondo proteggono le loro carriere. «Pochi alti burocrati raccontano gli addetti trascurerebbero una minaccia, se c´è almeno una probabilità su un milione che si verifichi e costi loro una promozione». Capita così che, per proteggere il loro futuro professionale, i burocrati della sicurezza si disinteressino della essenziale circostanza che ogni allarme fasullo brucia risorse, tempo, uomini e memorie del computer oltre a creare angoscia nell´opinione pubblica e, negli apparati, un clima di "al lupo, al lupo" che non favorisce l´attenzione e la lucidità. Nel "caso italiano" però c´è dell´altro. Che nei regimi del terrore, la paura possa diventare un mestiere e addirittura una carriera non sorprende. Sorprende che il mondo politico e soprattutto l´opposizione sottovaluti, con il carrierismo dei burocrati, le conseguenze politiche che una lunga teoria di allarmi, palesemente assurdi, può infliggere a un Paese. Già gli americani, dopo l´11 settembre, hanno sperimentato quale straordinario strumento di governo possa essere la paura. Diventata fondamento della ragione politica (e morale), la paura svela una forza incontrollabile. Può correggere la mappa del potere (rafforzandone la verticalizzazione autoritaria); ridistribuire le risorse di una società; influenzare il dibattito pubblico; condizionare in modo significativo le scelte della politica pubblica; deformare pesantemente i diritti fino a trasferire la soluzione di ogni controversia a uno stato pre-giuridico dove contano soltanto il sospetto e il pregiudizio. Diventata "idea politica", e magari alimentata con sapienza dalle élite del potere, la paura può modificare le nostre convinzioni su presente e futuro, conflitto e sicurezza, libertà e protezione, "noi e loro". Sono ormai troppi gli allarmi fasulli dell´intelligence diventati inutilmente (o utilmente?) pubblici. Appena qualche mese fa, gli 007 sostennero che a Milano era in attività addirittura «una scuola per kamikaze», il Parlamento cercò di saperne di più senza riuscire a cavare un ragno dal buco e, dalla bocca dei responsabili, nessuna attendibile traccia di quel pericolo. In un anno elettorale, già oppresso dai proclami di Bin Laden, converrà separare la manipolazione della paura del terrorismo dalle minacce del terrorismo. Magari chiedendo con qualche vigore all´intelligence di proteggere il Paese, non di spaventarlo.

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