Da Liberazione del 28/09/2002

Assoluzione al processo di appello per la strage davanti alla Questura di Milano del 17 maggio 1973

Strage alla Questura di Milano: fascisti tutti assolti

Cancellata la condanna anche per Maletti

di Saverio Ferrari

Inaspettata assoluzione per tutti gli imputati al processo d'appello per la strage alla questura di Milano. I giudici hanno assolto Francesco Neami, Giorgio Boffelli, Amos Spiazzi e Carlo Maria Maggi "perché il fatto non sussiste" o "per non aver commesso il fatto". Rovesciata la sentenza di primo grado, che aveva inflitto ai quattro la condanna dell'ergastolo. Assolto anche il generale Gianadelio Maletti che in primo grado aveva avuto 15 anni di reclusione. Un'assoluzione che contrasta con l'evidenza della mole di riscontri che in questi anni è andata ad accumularsi.

La strage di via Fatebenfratelli a Milano davanti alla Questura, avvenuta il 17 maggio 1973 (4 morti e 45 feriti), è forse, tra tutte le stragi che hanno insanguinato il nostro paese, la più emblematica. Quella che, a livello di ricostruzione storica e giudiziaria, più di ogni altra consente di cogliere il movimento eversivo dei tanti e diversi soggetti che alimentarono in Italia la "strategia della tensione".

L'esecutore materiale, Gianfranco Bertoli, arrestato immediatamente sul posto, dopo il lancio di una bomba a mano, si qualificò come un anarchico individualista, giunto da un lontano kibbutz israeliano in Italia per vendicare l'assassinio di Giuseppe Pinelli. Un gesto isolato senza complici e mandanti. Dietro a questa versione, meglio, questa maschera, Bertoli si trincerò sempre, anche dopo essere stato processato e condannato all'ergastolo, fino alla sua morte. Ma nessuno riuscì mai a credere al suo racconto, indiscutibilmente falso e indimostrabile. Da allora, per ben 25 anni, il giudice istruttore Antonio Lombardi proseguì nelle indagini, giungendo solo nel 1998 ad un nuovo rinvio a giudizio per alcuni fra i complici e i mandanti che armarono la mano di Bertoli.

Ora, a distanza di 29 anni, con la sentenza d'Appello, pronunciata dalla 3° Corte d'Assise di Milano, si è quasi definitivamente chiuso questo capitolo giudiziario.

Sia la sentenza di primo grado nel 2000, con le sue motivazioni, che la requisitoria svolta in appello dal Procuratore Generale, Laura Bertolè Viale, avevano fornito corposi elementi non solo per una rilettura completa di questo tragico episodio, ma anche per definire in profondità il ruolo e la complicità di tutte le figure che lo ispirarono e ne favorirono l'esecuzione: le organizzazioni terroristiche neofasciste, Ordine Nuovo in primo luogo; i servizi segreti; alti ufficiali dell'esercito; settori della destra politica d economica. Gli stessi soggetti che operarono dietro tutte le altre stragi e segnarono l'intero corso della "strategia della tensione".

Unicamente basandosi su atti e riscontri, il quadro che è emerso è chiarissimo: la strage di via Fatebenefratelli è da collocarsi nell'ambito del tentativo golpista della cosiddetta "Rosa dei venti", promosso dallo stesso schieramento che aveva provocato la strage di piazza Fontana; Gianfranco Bertoli non è mai stato un anarchico, in strettissimi rapporti con la destra radicale veneta fin dagli anni '50 (procurava armi già nel '54 al Fronte Anticomunista costituito da ex-repubblichini), era divenuto un agente del Sifar prima e del Sid poi (nome in codice "Negro"), restandovi attivo ancora negli ani '70. Aiutato ad espatriare in Israele dal colonnello dei carabinieri Renzo Monico (per conto del Sid e con la collaborazione di un informatore del Mossad israeliano), operò in Francia (mantenendo rapporti con il gruppo neofascista de "La Catena") ed in Germania (dove si rese per altro protagonista di un attentato con armi e bombe nel 1972). Nello stesso periodo (giugno '72-maggio '73) rientrò clandestinamente più volte anche in Italia, nonostante figurasse ufficialmente in un Kibbutz di Israele (dove tra altro riceveva e incontrava noti neonazisti di Ordreau Nouveu). Addestrato nel covo di Ordine Nuovo di via Stella a Verona, un paio di mesi prima l'attentato, giunse a Milano accompagnato da altri camerati che lo attesero quella mattina del 17 maggio in piazza Cavour, a poche centinaia di metri dalla Questura, a bordo di un'auto (una Lancia Flavia) per consentirgli la fuga. Per lui era già stata stanziata anche la quota di un grosso finanziamento (intestata a tale "Robert", altro nome dietro il quale Bertoli usava celare la propria identità) messa a disposizione da alcuni industriali finanziatori del "partito del golpe" (tra gli altri Piaggio e Miralanza).

L'obiettivo vero dell'attentato in via Fatebenefratelli era l'allora Ministro degli interni Mariano Rumor, un "traditore" agli occhi della destra eversiva e dei golpisti, colui che al tempo della strage di Piazza Fontana era venuto meno, come Presidente del Consiglio, all'impegno di proclamare lo "Stato di emergenza" sospendendo l'attività dei partiti e le funzioni del Parlamento.

Dietro a Bertoli, dunque, non solo Ordine Nuovo, il gruppo neonazista fondato da Pino Rauti, ma la trama di una rete ben più vasta e articolata, con i servizi segreti italiani che, tramite il reparto D del Sid diretto da Gianadelio Maletti, controllavano ogni passo dell'operazione.

Sullo sfondo di questa vicenda anche i rapporti fra Bertoli, i servizi segreti italiani e quelli israeliani. Questa l'ipotesi del Procuratore Generale: «L'ingresso di Bertoli in Israele era avvenuto senza controlli, senza visita medica, senza attese, con un passaporto privo delle firme e dei bolli regolamentari. Inoltre il passaporto era intestato "Massimo Magri" mentre le lettere di presentazione, essenziali per entrare in un kibbutz, erano a nome "Roberto Magri". Bertoli fu fatto fuggire dall'Italia dal Sid e da uomini legati al Mossad. E' uscito ed entrato da quel paese più volte, sfruttando una corsia preferenziale e protetta, anche per compiere attentati e frequentare terroristi di destra. E' del tutto evidente la collaborazione fra i servizi segreti italiani e israeliani. Non si spiegherebbe altrimenti ciò che è accaduto». Una conclusione che potrebbe fare discutere a lungo. Anche se i fatti pesano come pietre.
 
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