Da Famiglia cristiana del 02/08/2003

Caso Alpi - Una trama internazionale ancora aperta

Ilaria sapeva

otto anni dall'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è emerso solo qualche brandello di verità ufficiale. Chi fece fuoco? Mandato da chi? Per quale motivo? Tre cronisti di Famiglia Cristiana in cinque anni di ricerche hanno riaperto le indagini, facendo luce sui traffici di armi e scorie radioattive che lei aveva scoperto. E che portano a Gladio e oltre...

di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari

Ciò che accadde quel giorno è tragicamente noto. Il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore, Miran Hrovatin, furono uccisi in un agguato. Nella capitale somala erano appena rientrati, provenienti da Bosaso.
A oltre otto anni di distanza, è emerso solo qualche brandello di verità ufficiale. C'è un colpevole, un giovane somalo, Hashi Omar Hassan, condannato a 26 anni di reclusione in quanto membro del commando, anche se - è ormai accertato - lui non sparò. C'è un colpevole, uno solo, e ci sono tanti, troppi perché senza risposta.
Chi fece fuoco? Mandato da chi? Per quale motivo? Qualcuno sostiene che si trattò di una rapina finita male o di un rapimento fallito. Altri pensano che il duplice omicidio sia frutto di una feroce ostilità anti-italiana o vada considerato come una macabra opera-prima del terrorismo islamico (Al Qaeda, precisano i sostenitori di quest'ultima tesi, all'epoca era già ben radicata in Somalia).

Una trama internazionale
C'è tuttavia un'ulteriore ipotesi secondo la quale Ilaria e Miran furono uccisi per quanto avevano scoperto. Cinque anni di inchieste giornalistiche (siamo andati in Somalia, Kenya, Yemen, Inghilterra, Francia, Spagna, Svizzera nonché in tante città italiane), ci fanno ritenere che questa sia la vera ragione del duplice omicidio. Pure dei magistrati si sono detti convinti che questa sia la causa reale della loro uccisione. La prima sentenza d'Appello che chiuse il processo contro Hashi Omar Hassan (24/11/2000), ha - ad esempio - fatto proprio questo convincimento. E la pubblica accusa ha continuato a sostenere l'ipotesi dell'eliminazione preordinata dei due giornalisti fino al secondo Appello, nel giugno 2002. "L'esecuzione di Ilaria Alpi" ha affermato il sostituto procuratore generale Salvatore Cantaro, "fu ordita da chi temeva ripercussioni a livello internazionale per quello che la giornalista poteva rivelare".
Troppe tracce portano al lavoro di Ilaria e di Miran. A cominciare da quell'ultimo viaggio a Bosaso, la piccola cittadina di 10 mila abitanti nel nord est della Somalia, affacciata sul Golfo di Aden, ridotta a un ammasso di rovine da anni di guerra civile, ma dotata di porto e di aeroporto. Là, Ilaria e Miran hanno operato dal 16 al 20 marzo '94. E non per caso.
Nel corso del primo processo qualcuno sostenne che quel viaggio fu deciso e organizzato all'ultimo momento. Invece, è vero il contrario. La loro, fu una scelta voluta. Siamo riusciti a mettere insieme diverse testimonianze, al riguardo. Che fugano ogni dubbio.
"Ilaria intendeva da tempo recarsi a Bosaso" ci ha infatti dichiarato Alberto Calvi, l'operatore Rai che l'accompagnò in Somalia per ben quattro volte. "Non ci andammo prima perché non avevamo soldi e scorta a sufficienza". Notizia confermata dal caporedattore del Tg3, Massimo Loche: "Sin dalla partenza da Roma Ilaria aveva intenzione di recarsi a Bosaso". Anche i genitori di Ilaria non hanno dubbi. "Che Ilaria volesse andare là" hanno ripetuto più volte "lo provano gli appunti da lei scritti sia prima di partire, sia quelli che erano tra i suoi effetti personali".

I taccuini spariti
Che cosa videro e ascoltarono, con chi parlarono, cosa filmarono i due giornalisti a Bosaso? Dal materiale ritrovato (almeno tre taccuini sono sicuramente spariti durante il viaggio di ritorno in Italia), è certo che nella cittadina somala la Alpi intervistò il sultano Abdullahy Moussa Bogor a proposito della flotta di pescherecci Shifco, del sequestro di una di queste navi, e - forse - di qualche traffico tra l'Italia e la Somalia.
La telecamera, spenta, venne riaccesa da Hrovatin giusto in tempo per registrare la frase più delicata dell'intervista: "...venivano da Roma, da Brescia, da Torino, dal Regno sabaudo, a maggioranza", dice il Bogor. E la Alpi, di rimando: "Invece non crede che si sapesse che c'è questa...". Il sultano, a questo punto, accortosi che la telecamera era di nuovo in funzione, fece spegnere.
Di cosa stavano parlando i due? Che cosa arrivava in Somalia da quelle città italiane? Carichi di pesce? Difficile crederlo: il pescato non era un argomento tanto delicato da temere una telecamera accesa. Allora, cos'altro? Armi? O rifiuti?
A Bosaso, Ilaria intervistò anche il direttore del porto, il capo dei servizi sanitari, l'ambasciatore Dardo Scilovich (rappresentante di Unosom in città) e un esponente dell'ong italiana Africa 70.
Ma tra il materiale girato da Hrovatin in quei giorni (che abbiamo visto più volte) ci fu anche un lungo filmato della strada che unisce Bosaso a Garoe: una zona, quella della Garoe-Bosaso, indicata da molti come possibile sito di interramento di rifiuti pericolosi.
"Quando mi chiamò da Bosaso, il 17 marzo, sentii Ilaria molto eccitata perché aveva realizzato un buon servizio" dichiarò Massimo Loche agli investigatori della Procura della Repubblica di Torre Annunziata. In una seconda telefonata al Tg3, fatta il 20 marzo '94, e riferita dal collega Flavio Fusi, Ilaria disse: "Ho delle cose grosse, ho un ottimo servizio".
Poche ore dopo venne uccisa.

I misteri di Bosaso
Di Bosaso, e del rilievo che assume in relazione a diversi affari illeciti, ci ha parlato Guido Garelli, uno "007" abituato a muoversi con disinvoltura sullo scacchiere internazionale. Garelli - stando a quanto risulta - era noto per svolgere attività d'intelligence a favore dell'Autorità territoriale del Sahara (l'area che da anni punta a staccarsi dal Marocco); secondo molti, è stato ed è vicino pure ai servizi segreti inglesi e americani.
Ebbene, in una lettera scritta a Famiglia Cristiana, Garelli ha raccontato che il 4 maggio '94, nemmeno due mesi dopo il duplice omicidio di Mogadiscio, si trovava a Nicosia, nell'isola di Cipro. Qui incontrò Ilija Fashoda, "un cittadino somalo, in possesso di passaporto jugoslavo", con il quale parlò del delitto. L'uomo gli disse: "Ero al nord della Somalia mentre quella giornalista ficcava il naso negli affari di Bogor, il sultano di Bosaso, e immaginavo che l'avrebbero minacciata di non andare più in là di tanto. Quello che di sicuro le ha creato problemi è il fatto di aver "grattato" le questioni della cooperazione. Ho saputo con certezza", avrebbe continuato Fashoda, "che la giornalista aveva ripreso delle scene nel nord della Somalia, con lunghe carrellate sulle casse di materiale in mano alle "bande" di Bosaso: tu sai che origine avevano quelle armi, no?".

Sotto gli occhi dell'Onu
Cercare la verità significa anche scandagliare i sotterranei della storia. La Procura di Torre Annunziata ha provato a farlo. Sono molti gli elementi che disegnano un articolato sistema di traffici di armi, rifiuti pericolosi e scorie radioattive i cui proventi alimentavano in parte conti neri o finivano in tangenti. In queste carte, trasmesse per competenza alla Procura di Roma all'inizio del 1999, ci sono numerosi spunti interessanti.
Il sistema sarebbe stato gestito da faccendieri italiani e stranieri che, interrogati, hanno chiamato in causa complicità politiche legate in special modo all'area socialista. In particolare, gli inquirenti di Torre Annunziata, sulla base del materiale raccolto, ritengono che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin possano esser stati uccisi per aver scoperto a Bosaso depositi di armi trasportate da Hercules C-130 italiani e ancora recanti l'indicazione della loro provenienza dai paesi dell'Europa orientale (ex Patto di Varsavia).
Armi, insomma. Dall'Italia alla Somalia, via mare e via cielo. Così nel 1992, nel 1993, e anche nel 1994, sotto gli occhi della missione Onu. Ma non solo. "Posso dire con sicurezza che in Somalia sono arrivati rifiuti tossico-nocivi di tipo industriale; tutti i riferimenti fanno capo a Bosaso", dichiarò un testimone attendibile agli investigatori della Procura di Asti (era il 5 maggio '99).
Interrogato dagli inquirenti di Torre Annunziata il 7 agosto '97, Marco Zaganelli, un veterinario incaricato dall'Università di Pisa di curare un programma di assistenza e di insegnamento presso l'Università di Mogadiscio, disse: "Tra l'87 e l'89 ricordo che mi chiamò un amico prospettandomi un grosso affare perché era stato contattato da alcuni italiani, i quali dovevano sbarazzarsi di un carico di container fermi al porto di Castellammare di Stabia o a quello di Gioia Tauro, contenente rifiuti tossici o radioattivi, e volevano un referente capace di riceverli e sotterrarli in un'area desertica della Somalia".

Scorie in cambio di armi
C'è dell'altro. Ed è ancor più inquietante. Nelle mappe e negli appunti consegnatici da una fonte etiope incontrata a Londra, il tratto di mare di fronte a Bosaso è indicato come luogo di scarico di "fanghi nucleari provenienti dalla Russia"; un secondo sito di smaltimento viene individuato a est della città somala. Infine, in quelle stesse carte, ecco un tetro avvertimento: "In nessun caso si desidera che giornalisti italiani raggiungano Bosaso. Se in questo territorio dovesse essere individuato un qualsiasi giornalista italiano gli sarebbe inflitta una pena severa".
Che Ilaria Alpi stesse indagando anche su traffici di rifiuti pericolosi, durante un'udienza del processo di primo grado lo ha detto e ripetuto Faduma Mohamed Mamud, figlia di un ex sindaco di Mogadiscio: "Mi aveva confidato che seguiva questa pista".
In un'intervista concessa a Famiglia Cristiana, il colonnello Franco Carlini (comandava il distaccamento italiano presso l'ex ambasciata di Mogadiscio) ha offerto a sua volta ricordi netti: "Ho incontrato Ilaria Alpi tre volte. La prima risale all'estate 1993. Eravamo sotto il gazebo dell'ex ambasciata. Lei, a un certo punto, mi chiese se avevo mai sentito voci strane riguardo a traffici di armi e di rifiuti tossici. Le risposi prendendola in giro: "Forse tu guardi troppi film". Ma lei insistette. E aggiunse: "Sei sicuro che sotto sotto la missione non nasconda qualcosa di diverso?". Insistette sui rifiuti, che antepose addirittura al traffico di armi: "E se ci fosse un traffico di rifiuti tossici?", disse".
L'ultima traccia che riportiamo è tratta dal diario del maresciallo dei carabinieri Francesco Aloi. "Sono andato a trovare Ilaria in albergo", ha scritto Aloi. "Sta cenando. Mi invita a sedermi con lei e mi racconta le novità. Pare che abbia scoperto essere in atto traffici di armi che dall'Est (Europa, ndr), passando per l'Italia attraverso un corrispondente, giungono al nord della Somalia, distribuendosi capillarmente in tutto il paese. Ilaria probabilmente ha scoperto uno dei canali che vengono utilizzati per il traffico delle armi e che è lo stesso che serve a società di vari paesi - tra cui l'Italia - allo smaltimento di scorie radioattive. Andando lungo la strada dei pozzi, dice, passa per i porti di Bosaso e Merka. Ilaria dice di averne le prove".

L'ultimo omicidio
Il sostituto procuratore di Roma Franco Ionta è titolare dell'inchiesta chiamata a far luce su movente e mandanti. Il ministro Franco Frattini ha di recente annunciato la consegna di documenti del Sismi e del Sisde che riguardano la tragica vicenda. Nel frattempo, il 13 settembre 2002, poche settimane fa, dunque, è morto Sid Ali Abdi, l'autista che il 20 marzo '94, a Mogadiscio, guidò l'auto di Ilaria e di Miran verso il luogo dell'agguato. Testimone oculare, fu il principale teste d'accusa contro Hashi Omar Hassan. Abi è morto in Somalia in circostanze ancora tutte da chiarire. Un altro mistero. L'ennesimo di una lunga serie.

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