Da Corriere della Sera del 08/02/2006

Ayala: diedi a un colonnello la valigetta di Borsellino

La borsa venne rimessa nell’auto, ma sparì l’agenda. Oggi interrogato l’ex pm. Caso riaperto grazie a un video

di Felice Cavallaro

Articolo presente nelle categorie:
Storia del crimine organizzato in Italia1. Mafia
PALERMO — Confronto incrociato oggi a Roma sul mistero dell’agenda rossa di Paolo Borsellino sparita nel giorno della strage di via D’Amelio. Saranno imagistrati
di Caltanissetta a interrogare in trasferta il colonnello Gianni Arcangioli, attuale comandante del nucleo operativo dei carabinieri di Roma, e Giuseppe Ayala, il parlamentare del centrosinistra che il 19 luglio del ’92 si ritrovò nel teatro della strage poco dopo l’esplosione. Si riapre una pagina oscura perché in quell’agenda dalla copertina rossa, omaggio dell’Arma, Borsellino annotava ogni dettaglio sulle trame che avevano portato alla strage di Capaci, all’intreccio tra mafia e politica, affari e servizi deviati, come ritengono il procuratore di Caltanissetta Francesco Messineo e l’aggiunto Renato Di Natale. Di certo c’è solo che l’agenda fu
sottratta da qualcuno e fatta sparire dalla borsa in pelle lasciata da Borsellino sotto il sedile posteriore della Croma blindata, dietro la poltrona dell’autista. Come dimostrerebbero la fotografia ritrovata per caso da un fotoreporter palermitano e un video da alcune settimane acquisito agli atti, di certo c’è solo che quella borsa fu portata via per un po’ proprio da Arcangioli, allora giovane capitano, in camicia, il distintivo dorato dell’Arma sul petto. Di certo c’è solo che fu ritrovata da un assistente di polizia due ore dopo la strage all’interno della blindata.
Un dettaglio finora ignorato da inchieste e processi. Un dettaglio che sorprende soprattutto l’onorevole Ayala, fraterno amico di Falcone e Borsellino. Perché era stato lui a consegnare la borsa ad un colonnello dei carabinieri in divisa. Borsa che un uomo in abiti borghesi, probabilmente un agente o un carabiniere, aveva tirato fuori poco prima dalla Croma di Borsellino, come dirà oggi Ayala ai suoi colleghi di Caltanissetta e come ricostruiva ieri: «Arrivai sul posto subito dopo l’esplosione perché abitavo lì a due passi. Fui il primo a riconoscere il corpo di Paolo, nel giardinetto del palazzo. Poi mi trovai di fronte qualcuno che mi porgeva la borsa. La riconobbi. Ma non potevo tenerla. Non avevo titolo. Non ero più pm. Vidi di fronte ame un ufficiale dei carabinieri in divisa e la passai a lui, certo di trasferirla in buone mani...». Ma a questo punto la borsa fa un giro misterioso mai registrato
agli atti. Perché, come si scopre adesso, ufficialmente la borsa viene ritrovata da un assistente di polizia quasi due ore dopo la strage all’interno della blindata. Con l’assistente che la consegna ai suoi superiori portandola nella questura allora diretta da Arnaldo La Barbera dove viene inserita fra i reperti sotto sequestro. Tutto come se quell’ufficiale del quale Ayala ormai non ricorda nemmeno la fisionomia avesse riposto la borsa dov’era. Un buco nero. Una contraddizione archiviata fra i misteri di Palermo. Senza soluzioni. E forse non se ne sarebbe parlato più se un fotografo, controllando l’archivio, non avesse recuperato lo scatto su Arcangioli che s’allontana con la borsa. Gliel’aveva data l’ufficiale che aveva rassicurato Ayala? Dove la portava?L’ha aperta? Come è tornata dentro l’auto blindata? Sono alcune delle domande obbligate di un’inchiesta che riparte dopo tre processi. Anche su indicazione della Procura nazionale di Piero Grasso con obiettivo i «mandanti esterni», quelli «a volto coperto».

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