Da Panorama del 23/05/2006
Originale su http://www.panorama.it/italia/vaticano/articolo/ix1-A020001036344/idpag1-1

Tonache al servizio del Kgb

Alcuni erano veri e propri agenti, altri semplici infiltrati: un dossier rivela lo sconcertante ruolo di sacerdoti e vescovi polacchi

di Ignazio Ingrao

Una rete di collaboratori dei servizi segreti polacchi (Sb) e di quelli sovietici (Kgb e Gru, il servizio segreto militare) infiltrata nei ranghi del clero polacco sia in patria sia in Vaticano: è quanto emerge dalle ricerche dell'Istituto della memoria polacco, incaricato di indagare sui crimini nazisti e comunisti.
Ed è una nuova indicazione che giunge a complicare la già difficile agenda della visita di Benedetto XVI in Polonia dal 25 al 28 maggio.

Doveva essere un viaggio dei sentimenti, nella patria di Karol il grande.
Ma quanto più si avvicina la data, tanto più appare come una visita ricca di incognite e di questioni irrisolte: l'atteso annuncio della beatificazione di Karol Wojtyla rinviato a data da destinarsi, l'influente emittente cattolica Radio Maria commissariata, l'episcopato polacco diviso, la leadership politica dei fratelli Kaczynski, appoggiati dalla Chiesa, in difficoltà.

Negli archivi dell'Istituto della memoria ci sono migliaia di dossier relativi a sacerdoti, religiosi e persino vescovi che erano in contatto con i servizi segreti fin dagli anni Quaranta e durante tutto il pontificato di Wojtyla.
Molti di loro erano considerati agenti, altri semplici informatori o fiancheggiatori. Secondo i dati raccolti dall'Istituto, già nel 1956 nelle diocesi di Cracovia, Tarnów e Kielce, su 1.400 sacerdoti, i servizi segreti polacchi potevano contare su oltre 100 sacerdoti informatori.
Analoga la situazione nel resto del paese dove, secondo lo storico Andrzej Grajewski, il 10 per cento del clero era in contatto con gli Sb.
A partire dell'elezione di Giovanni Paolo II nel 1978, la rete dei servizi segreti polacchi in collaborazione con quelli sovietici e tedeschi orientali (Stasi) si è ampliata fin dentro i palazzi vaticani.

I nomi dei sacerdoti coinvolti restano secretati, ma dall'elenco che Panorama è riuscito a ottenere emergono diverse conferme e qualche sorpresa. Vi figura Konrad Hejmo, il domenicano che coordinava i pellegrinaggi dei polacchi in Vaticano. Ci sarebbe anche un noto vescovo che aveva iniziato la sua carriera al servizio di Paolo VI ed era stato successivamente promosso alla guida di un'importante diocesi polacca, fino a quando ne è stato rimosso con l'accusa di aver compiuto abusi sessuali.
E ancora: un cerimoniere pontificio allontanato dal Vaticano dopo i primi anni dall'elezione di Wojtyla; il rettore di un importante santuario a pochi chilometri da Cracovia, persino il confessore dell'ex primate polacco, il cardinale Stefan Wyszynski.

L'esame di questi elenchi ha indotto nei giorni scorsi l'Istituto della memoria a chiedere l'avvio di un nuovo filone di indagine sull'attentato a Wojtyla del 13 maggio 1981. «È ormai accertato che la mattina dell'attentato in piazza San Pietro c'erano agenti dei servizi polacchi.
E non era certo una coincidenza» dichiara a Panorama Ferdinando Imposimato, ex giudice istruttore in uno dei processi per l'attentato al Papa e autore del volume Vaticano, un affare di Stato (ed. Koiné) sul rapimento di Emanuela Orlandi. Imposimato è appena tornato dalla Polonia dove ha incontrato il presidente dell'Istituto della memoria Janusz Kurtika, che gli ha confermato la presenza di agenti dei servizi polacchi anche alla cerimonia di inaugurazione del pontificato di Wojtyla. Tra questi Adam Pietruska, alto ufficiale del Quarto dipartimento dei servizi, incriminato per l'omicidio di padre Jerzy Popieluszko.
Grazie anche alle indagini svolte dalla commissione Mitrokhin, Imposimato afferma che vi erano contatti costanti tra gli uomini del Kgb e dei servizi segreti degli altri paesi del blocco orientale incaricati di seguire l'attività del Vaticano. Molti, sostiene l'ex giudice, «erano agenti doppi al servizio dei sovietici e dei polacchi e non si può escludere che vi fossero anche alti esponenti ecclesiastici».
Lo stesso Giovanni Paolo II nel libro autobiografico Memoria e identità ha lasciato intendere che la mano di Alì Agca possa essere stata armata dai sovietici in collaborazione con altre forze dell'ex blocco comunista.

I dossier parlano di agenti e informatori sotto copertura che operavano in Vaticano e potevano avere accesso diretto alle congregazioni e alle udienze del Papa. Il che lascerebbe intendere che si trattasse di ecclesiastici di alto rango.
Hejmo probabilmente era un «pesce piccolo», ritiene l'ex giudice, il cui nome sarebbe stato fatto circolare per coprire personaggi più in vista. A questo proposito Imposimato cita la microspia rinvenuta in una radio dell'appartamento papale poche settimane dopo l'attentato: «Solo chi aveva molta familiarità con Giovanni Paolo II poteva collocare tale dispositivo nell'appartamento del Pontefice» sottolinea l'ex magistrato.

Marek Lasota, storico dell'Istituto della memoria, in un libro pubblicato il mese scorso in Polonia e significativamente intitolato Delazione su Wojtyla (editore Znak) spiega con dovizia di particolari come avveniva il reclutamento di agenti e informatori dei servizi segreti tra il clero polacco. Fin dagli anni del seminario, gli uomini degli Sb compilavano un dossier su ogni sacerdote.
L'attenzione si concentrava su coloro che apparivano più sensibili alla vita agiata, che avevano problemi di alcolismo o intrattenevano relazioni sentimentali clandestine.

Questi sacerdoti, spiega Lasota, venivano avvicinati e «indotti a collaborare» con denaro o con il ricatto. I preti in contatto con i servizi segreti erano suddivisi in due categorie: «nemici neutrali», cioè sacerdoti che si impegnavano a non ostacolare la polizia segreta e non facevano propaganda contro il regime, e «nemici positivi», cioè quelli che svolgevano un vero ruolo di informatori.
«Nonostante l'attenzione della polizia segreta si fosse concentrata sulla figura di Wojtyla fin dal suo primo soggiorno romano nel 1946, dai dossier emerge come non ci fossero ombre sul suo conto. Questo lo rendeva pericoloso per il regime, perché insensibile a qualsiasi ricatto» spiega Jarek Cielecki, sacerdote e giornalista di origine polacca.
Oggi la Chiesa si divide sull'ipotesi di rendere noti gli elenchi del clero conservati nell'Istituto della memoria.
L'arcivescovo di Lublino, Jozef Miroslaw Zycinski, ha chiesto di istituire una commissione con il compito di aprire tutti gli archivi. Il cardinale Stanislaw Nagy si è detto contrario.

Intanto a Cracovia, l'ex segretario di Wojtyla, cardinale Stanislaw Dziwisz, lo scorso 28 febbraio ha istituito una commissione composta da storici e prelati, con il compito di raccogliere documenti, testimonianze e confessioni di sacerdoti della diocesi di Cracovia che avrebbero collaborato con i servizi segreti.
«Credo che i nomi dovrebbero essere noti, non per fare processi sommari ma per rispetto della memoria di coloro che si sono fatti uccidere pur di non cedere ai ricatti» afferma padre Cielecki. E i fedeli polacchi si chiedono se Papa Benedetto XVI aiuterà la Chiesa polacca a diradare il clima di sospetto che ancora sembra avvolgerla.

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