Da Aprile del 11/07/2006
Originale su http://www.aprileonline.info/articolo.asp?ID=11367&numero='201'#

I pericolosi intrecci tra Sismi e Cia

Caso Abu Omar. La magistratura milanese porta alla luce l'esistenza di una colonna occulta all'interno dei servizi italiani. Uomini utilizzati dall'intelligence Usa nelle operazioni ''sporche''

di Andrea Santini

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Servizi segreti, spie e dintorniServizi Segreti italiani
La fila degli agenti italiani al servizio della Cia si allunga, in questa vicenda del sequestro milanese dell’imam Abu Omar. Giuliano Ferrara può anche vantarsi pubblicamente di essere stato informatore della Cia. Ma lui era un privato cittadino e, anche per l’Ordine dei giornalisti, era trascorso tempo sufficiente per far cadere in prescrizione la cosa. Se lo avesse detto allora, probabilmente avrebbe ricevuto le stesse attenzioni della “fonte Betulla”. Marco Mancini e i suoi erano, e sono, invece, funzionari del Sismi, e quindi dello Stato italiano. Accerteranno la magistratura da una parte e la politica dall’altra se la “servitù” era istituzionale, e se quindi i suoi superiori e il governo ne fossero informati. Per ora lo escludono o, almeno, non risultano prove che avvalorino questa tesi. Quello che risulta, per il momento, è che all’interno del servizio di informazione e sicurezza militare c’era una colonna occulta i cui uomini venivano, e forse vengono, utilizzati come “operativi” della Central Intelligence Agency americana in operazioni “sporche”, a cui lo stesso Stato italiano è contrario.

E si tratta degli stessi uomini che spuntano come birilli impazziti nelle varie inchieste sulle intercettazioni. Alcuni sono tuttora agenti del Sismi, altri sono ex. Ma sono veramente ex? Perché, facendo un piccolo excursus nel passato, che preferiamo chiamare memoria storica piuttosto che dietrologia, la cloaca che si sta spalancando appare di una profondità sempre più vertiginosa, e apre inquietanti interrogativi. Se prendiamo tre di questi personaggi, l’ex numero due del Sismi Marco Mancini, l’ex direttore della prima Divisione generale Gustavo Pignoro, e l’ex maresciallo Tavaroli (in veste civile responsabile della sicurezza di Telecom, e appunto in quella veste coinvolto negli ultimi casi di intercettazioni abusive), si scopre che facevano parte, insieme, del gruppo antiterrorismo comandato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e che in quella veste si occuparono, tra le altre cose, del famoso covo di via Montenevoso, quello dei misteriosi documenti delle Br, nucleo centrale dei segreti ancora coperti sul sequestro e sull’omicidio del leader Dc che intendeva portare nel governo i comunisti.

Nel novembre del 2005 il “Washington post” ha rivelato l’esistenza dei “Ctic”, Centri di operazioni congiunte tra Cia e agenti di almeno due dozzine di Stati alleati degli Usa. I Ctic, spiegava il quotidiano americano, dipendono, come catena di comando, dalla Company, e sono le più segrete di qualsiasi altra struttura operativa. La centrale più importante sarebbe l’Alliance Base di Parigi, cui partecipano, accanto agli americani, i servizi di Francia, Gran Bretagna, Germania, Canada e Australia. Nessuna presenza, a quanto risulta, dell’Italia. Forse perché gli Stati Uniti non si fidavano di un Paese prima con una forte presenza politica “costituzionale” dei comunisti, poi con gli stessi post-comunisti al governo, e quindi con influenza diretta sui servizi di intelligence. In Italia, quindi, se esiste un Ctic, deve essere occulto al massimo grado, non investire catene di comando istituzionali, e operare nella assoluta clandestinità. Sembra quasi la fotografia di quanto stanno scoprendo i magistrati milanesi. La domanda è: da quanto esiste una struttura di questo tipo? E in quali vicende “occulte” è stata coinvolta? Perché, da quello che appare, la splendida carriera che ha portato il colonnello Mancini da maresciallo del nucleo segreto di Dalla Chiesa a numero due del Sismi sembra indissolubilmente legata proprio alle amicizie nella Cia. Che non crediamo molto generosa nel dispensare favori, a meno che non venga dimostrata una fedeltà totale e continuata.

E questo ci riporta indietro di molti anni, al caso Moro, appunto. Se fissiamo in mente il quadro descritto dal “Washington Post” e lo trasferiamo nell’anomalia italiana, i libri dell’ex senatore comunista, poi consulente della commissione stragi, Sergio Flamigni, sul caso Moro, acquistano un diverso sapore. Come acquista un diverso sapore il film di Renzo Martinelli “Piazza delle Cinque lune”, tratto dai libri di Flamigni e di cui l’ex senatore è stato consulente. Cosa raccontano? Semplicemente che il Ctic Alliance Base di Parigi di cui parla il Washington Posto, anche se sotto altra forma, esisteva anche allora. Sarebbe in pratica stato la famosa Scuola Hyperion, ufficialmente creata da brigatisti italiani per appoggiare la latitanza dei propri uomini mentre, in realtà, afferma Flamigni, era “la base più importante della Cia in Europa”. Stessa tesi portata avanti anche dall’ex brigatista Alberto Franceschini.

Nel suo ultimo libro, scritto senza sapere nulla di Mancini, Flamigni opera una connessione inquietante che, in maniera indiretta, ci porta proprio al colonnello del Sismi. Quando Mario Moretti sposa Amelia, (dalla quale poi divorzierà) - e che fino a quel momento viveva in famiglia nello stesso palazzo in cui c’era la sede milanese di Luigi Cavallo, ex comunista poi principale collaboratore di Edgardo Sogno - va ad abitare a Milano in via delle Ande al numero 16. Al numero 15 abita Antonino Allegra, capo dell’Ufficio politico della questura milanese, mentre al numero 5 abita Roberto Dotti, anche lui ex comunista pentito, collaboratore, come Cavalli, di Edgardo Sogno. Ed è proprio Dotti che Corrado Simioni, capo dell’organizzazione Superclan, nata da una costola delle Br, poi fondatore della scuola Hyperion di Parigi, avrebbe indicato a Mara Cagol, moglie di Curcio, come destinatario delle schede dei nuovi aderenti alle Br. Ed è poi Marco Mancini, allora nell’antiterrorismo di Milano assieme a altri che tornano nel sequestro di Abu Omar e nelle intercettazioni, ad infiltrare nelle Br l’agente Silvano Girotto, alias “frate Mitra”, e a far arrestare Curcio e Franceschini.

Quando Mario Moretti si trasferisce a Roma, nel periodo del rapimento Moro abitava, assieme a Barbara Balzarani, nel famoso covo di via Gradoli. Nella stessa palazzina ben 24 appartamenti erano di proprietà di immobiliari nei cui organismi c’erano funzionari del servizio segreto, e proprio dinanzi al covo viveva un sottufficiale dei carabinieri in forza al Sismi, originario, come Moretti, di Porto San Giorgio. Forse, oggi, i misteri che ancora impediscono la verità sul sequestro e l’omicidio del leader Dc sono proprio sotto i nostri occhi.
Difficile pensare che si tratti solo di coincidenze. Qualcuna, forse, non tutte. La scoperta di una quinta colonna all’interno del Sismi che i magistrati milanesi che indagano sul sequestro dell’Imam stanno portando alla luce, e soprattutto i metodi operativi, fanno intuire che la struttura sia ferrea, operativa da tempo e per anni coperta dalla più assoluta segretezza. Basti pensare a come i dissensi venivano risolti. Dopo le prime riunioni per analizzare la fattibilità del rapimento, di fronte all’opposizione dei due capicentro del Sismi di Milano e di Trieste, i due funzionari sono stati rimossi e trasferiti in quattro e quattr’otto. Nel momento in cui anche il capocentro della Cia di Milano ha mostrato perplessità, dal comando centrale Cia di Roma è arrivata a commissariare l’operazione una agente speciale, ufficialmente con la copertura di secondo segretario dell’ambasciata Usa nella capitale. Nel momento in cui il direttore del Sismi ha messo fuori gioco Mancini costringendolo a prendersi un periodo di malattia, al posto di Mancini è andato uno dei suoi uomini, e come primo atto ha riunito i coinvolti nel sequestro dicendo loro di opporre ai magistrati il segreto di Stato.

Per arrivare ad una efficienza e una efficacia di questo tipo ci vuole di più di una organizzazione abborracciata, ci vuole una struttura operante da anni, e che ha avuto il tempo di piazzare i suoi uomini nelle stanze dei bottoni. Resta da capire se questa struttura è nata e si è costruita su ambizioni personali oppure se è stata imposta da qualche protocollo riservato firmato nell’immediato dopoguerra, epoca con priorità ed emergenze ben lontane da quelle di oggi. E questo è un problema che non possono risolvere i magistrati, ma che esige una grande attenzione politica.

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