Da Pagine di Difesa del 31/07/2006
Originale su http://www.paginedidifesa.it/2006/defusco_060731.html

La tensione in Somalia annuncia un finale da catastrofe

di Luca de Fusco

Articolo presente nelle categorie:
Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniOggiI conflitti dimenticatiSomalia
Gli ultimi eventi verificatisi a Baidoa (la città nel Sud della Somalia in cui si è stabilito il governo di transizione) hanno tutte le caratteristiche della tragedia e preludono a un finale da catastrofe. Privo di un esercito, il governo transitorio della Somalia, riconosciuto da Onu, Unione Africana e Paesi vari tra cui l’Italia, è protetto discretamente da un contingente etiopico accampato nelle vicinanze della improvvisata capitale. Eppure, proprio la presenza dei soldati di Addis Abeba è causa ora di dissensi all’interno del governo, che hanno portato nel giro di pochi giorni alle dimissioni di un gruppo di esponenti governativi e all’uccisione di un ministro lealista. Si segnalano anche scaramucce tra etiopici e seguaci delle Corti Islamiche che controllano Mogadiscio.
Con il Somaliland a nord e il Puntland al centro sempre più autonomi, ora una vasta area costiera attorno a Mogadiscio sembra saldamente controllata dall’alleanza delle Corti Islamiche, organismi giustizialisti costituiti su base clanica sostenuti anche da alcune migliaia di militanti jihadisti asiatici e oppositori etiopici. Pur non gradite a tutta la popolazione, è evidente che le Corti godono di un appoggio notevole e, soprattutto dopo l’adesione di molti signori della guerra con le loro bande, dispongono di un potenziale di mobilitazione non indifferente. Appaiono ora anche bene armate, avendo ricevuto nell’ultima settimana non meno di ottanta tonnellate di armi da due voli di Ilyushin-76 che hanno anche provveduto a scaricare alcune decine di consiglieri militari eritrei (fonte: Bbc, Ap). Questo contributo di personale, veterano di lunghe guerre con l’Etiopia, nel contesto somalo assuma un’importanza strategica.

E’ questa la prova inoppugnabile che il regime eritreo si cela dietro alle Corti Islamiche e persegue una guerra per procura contro l’Etiopia. Fatto ancor più grave, conferma che esso ha buoni rapporti con i finanziatori dei jihadisti, le cui tracce da tempo permettono di risalire ad alcuni principi della casa reale saudita e ad altri ricchi arabi del Golfo. La situazione ha quindi molti tratti in comune con l’intrigo creato da Usa e Pakistan in Afghanistan in funzione anti Urss negli anni 80 e che ha portato alla costituzione della rete internazionale di al-Qaeda e a tutto ciò che questo ha comportato.

Inoltre, la presenza in Somalia di oppositori etiopici Ogaden e Oromo, cioè la principale etnia del Paese in prevalenza musulmana, lascia intendere che il vero obiettivo di tutta l’operazione appena iniziata non sia la Somalia ma l’Etiopia. In questo Paese, di cui è nota l’antica civiltà cristiano-copta, i musulmani ora ammontano a non meno del 60 per cento della popolazione con punte massime nel sud-est confinante con la Somalia.

Pur non esistendo una questione religiosa vera e propria, l’Islam accomuna la maggioranza dei popoli dell’Etiopia che manifestano aspirazioni separatiste createsi o ravvivatesi sotto l’oppressione etnica messa in atto dall’attuale regime di Melles Zenawi, fondato sulla esigua etnia Tigrina in una forma sciovinista e discriminatoria che non ha precedenti nella storia moderna del Paese. Se storicamente l’Islam si è diffuso in Etiopia con secoli di ritardo rispetto ad altri Paesi, va ricordato che esso trasse vantaggio dalla oppressione esercitata in sintonia dalla chiesa copta e dai signori feudali abissini sulla massa dei contadini. La situazione attuale appare più semplice con il solo obiettivo di un regime pseudo-parlamentare che, in difficoltà, non potrebbe certo evitare secessioni a catena.

Evidentemente nessuna delle due parti ha interesse a far precipitare la situazione. Gli esponenti delle Corti Islamiche sanno che gli uomini di Addis Abeba sarebbero un nemico ben diverso dai signori della guerra che si sono fatti sconfiggere uno dopo l’altro. Da parte loro gli etiopici non hanno ancora l’alibi della provocazione e, presentandosi come paladini di un governo transitorio della Somalia che ha molto credito all’estero ma assai poco presso i propri cittadini, si trovano costretti ad agire in modo ‘pulito’ che osservi standard di comportamento adeguati. Ma la volontà di scontro esiste, come esiste una univocità di intenti tra il regime eritreo e le sue controparti, di cui le Corti Islamiche sono solo la facciata.

Quello che non è chiaro, anche tenendo conto delle attuali tensioni internazionali, sono le intenzioni dell’Onu e delle potenze occidentali, gli Usa in particolare. Dopo avere condotto operazioni di significato eccepibile, come le forniture di fondi e armi a capibanda somali e micro operazioni militari come la cattura di alcuni pirati, gli Usa nella zona non danno segnali di esistere. Sarebbe infine curioso conoscere le motivazioni che hanno permesso ripetutamente ad aerei di enormi dimensioni come gli Il-76 di violare l’ennesimo embargo sulla fornitura di armamenti senza che sia stato proferito il minimo richiamo verbale. L’evidente inconsistenza degli organismi sovranazionali e anche della maggiore potenza non può apparire altro che un incoraggiamento ai contendenti.

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