Da Pagine di Difesa del 29/11/2006

In Somalia la calma è solo apparente

di Luca de Fusco

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Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniOggiI conflitti dimenticatiSomalia
Nelle capitali dell’East Africa (Kenya, Uganda, Tanzania, Rwanda, Burundi) gli argomenti più attuali di discussione sono, in ordine di importanza: il processo di integrazione che dovrebbe portare questi cinque Paesi a federarsi in una nuova unione regionale e l’attuale situazione di fermento della Somalia. I due processi sono antitetici e già se ne possono rilevare i sintomi. Dopo decenni di crisi, le economie dei cinque Paesi procedono bene, l’ordine interno è accettabile, vi si sono persino scoperti gas e petrolio, e i donatori vedono qualche spiraglio di stabilizzazione e reale sviluppo.
Ma la Somalia fa ricordare il passato e questo fa temere che le cose possano volgere nuovamente al peggio. Ogni giorno il numero di profughi di quel Paese che varca il confine con il Kenya aumenta e un numero imprecisato di essi si imbarca direttamente per lo Yemen. Come altre volte nel passato, affiorano i sottoprodotti abituali delle crisi politiche somale. Tra tanta gente comune non sono pochi i miliziani sbandati che decidono di cambiare zona portandosi dietro armi leggere da rivendere per contanti oltre confine. Anche malattie come la polio, da anni sotto controllo, ricompaiono in percentuali allarmanti nei sovraccarichi ospedali kenyoti.

Le motivazioni dell’esodo sono varie ma comprensibili. Il cambiamento delle condizioni di vita conseguente all’insediamento delle Corti Islamiche non è gradito a un gran numero di persone, dalle coppie di fatto ai giovani che non vedono nulla di male nell’assistere ai mondiali di calcio o masticare il cat, uno stimolante molto blando. In generale si percepisce che l’imposizione di un modello di islam ‘asiatico’ non è bene accetta dopo che, dalla pulizia delle strade e dall’allontanamento delle milizie inizialmente applauditi dalla maggioranza, si è arrivati a una forte limitazione delle libertà personali. Inoltre, chi si occupa di commercio lamenta un prelievo fiscale che, anche se in linea con l'aritmetica tributaria dell’Islam, non è proprio quello a cui i suk somali erano abituati.

Non sorprende, quindi, che all’interno del movimento fondamentalista ci sia una differenziazione sempre più evidente tra jihadisti in versione al-Qaeda, qtubisti più accomodanti (che si rifanno alle teorie di Sayyed Qtub, un ideologo egiziano fatto impiccare da Nasser nel ’66) e, molto recentemente, tradizionalisti somali, che desiderano arginare l’invadenza degli esterni.

Esiste in teoria un’ultima possibilità che le Corti Islamiche e il governo di Transizione (Tfg), arroccato nella cittadina di Baidoa, si accordino, ma il contesto non è dei più favorevoli. Come da copione, quelli che appaiono a prima vista come due contendenti sono ora frazioni minoritarie di schieramenti sovranazionali molto vasti e compositi. L’amministrazione Bush, sotto pressione da molte parti per la superficiale politica di appoggio a forze screditate in tutto il Corno d’Africa con la motivazione della lotta al terrorismo, ha materializzato un rapporto apparentemenmte dettagliato sulla situazione.

Redatto da David Shinn (ex ambasciatore Usa in Etiopia) e sottoposto al dipartimento di Stato, il rappprto individuerebbe ben 12 Paesi che in varie forme e misure sarebbero coinvolti nel conflitto. Un ottimo argomento per suffragare i massicci aiuti che Washington fa affluire sotto diverse etichette al governo etiopico, il soggetto più affidabile di una iniziativa militare anti jihadista in Somalia. Il rapporto elenca Etiopia, Uganda, Kenya, Yemen nel campo antiterrore e Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Eritrea, Sudan, Gibuti, Libia, Egitto, Iran in quello avverso, sia pure con enfasi e intenti disomogenei. Nel complesso il rapporto non sembra un capolavoro di sensibilità politica, soprattutto in considerazione del fatto che esso sta circolando liberamente per redazioni e uffici vari.

E’ noto dagli anni 90 che componenti della sterminata casa reale saudita hanno fatto affluire verso al-Qaeda e gruppi analoghi finanziamenti consistenti, ma è ben altra cosa affermare che il governo saudita in carica, uno dei principali obiettivi del movimento jihadista, si dedichi a sponsorizzare il terrorimo. Lo stesso si applica agli Emirati. Tenui sono anche le giustificazioni per coinvolgere il Sudan, che ha antichi rapporti di amicizia con tutti i governi somali e Gibuti, etnicamente a maggioranza somala e dove sono presenti militari francesi e statunitensi. Incomprensibili sono le motivazioni attribuite a Libia e Iran, di fatto ideologicamente ostili alle componenti islamiste emergenti in Somalia; sopravvalutate quelle dell’Egitto che è, com’è noto, ossessionato solo dal controllo del bacino del Nilo da cui dipende la propria sopravvivenza come nazione.

Negli ultimi giorni è comparso un altro rapporto analogo a cura dell'Onu in cui si fanno affermazioni ancora più azzardate, che è finito nel mirino di analisti indipendenti che ne obiettano energicamente la fondatezza. Più semplice - almeno per ora - è il quadro delle foze armate in campo. Le Corti potrebbero contare su un totale di circa 15mila uomini di cui però solo duemila addestrati ed esperti. Denominati Shabab, dovrebbero includere almeno alcune centinaia di jihadisti stranieri. Gli altri, armati di armi leggere, sono elementi raccogliticci che non offrono alcuna garanzia di poter portare a buon fine assalti e tanto meno sostenerne, soprattutto se effettuati da forze etiopiche.

I Somali hanno una lunga storia di sconfitte per mano degli etiopici, che essi odiano ma temono enormemente e da cui essi sono diametralmente opposti soprattutto per quando riguarda disciplina ed energia bellica. Divario esemplificato in questi giorni dai soldati etiopici intenti a scavare trincee tutt’attorno Baidoa e somali intenti a litigare tra loro e applaudire quella jihad che, solo per il fatto di averla dichiarata, essi sperano di avere già vinto. Girano per tutto il mondo foto di miliziani somali armatissimi, ma nemmeno una di etiopici (o eritrei) all’interno della Somalia. Due modi diversi di prepararsi alla guerra e, come probabilmente si vedrà molto presto, di farla.

Il rapporto Usa riprende e conferma la versione di circa duemila militari eritrei presenti dalla parte delle Corti islamiche. Pur mancando finora riscontri materiali alla loro presenza, a parte alcune decine di consiglieri, esiste una conferma logica nella vastità del fronte aperto dai jihadsti che hanno truppe a 600 km a Nord di Mogadiscio, ai margini del semiautonomo Puntlad e circa 700 km a Sud di essa, al confine con il Kenya. Una scelta apparentemente assurda, se non si spiegasse con la presenza a nord di un contingente temibile come certamente potrebbe essere quello eritreo. Anche la recente vittoria che avrebbero riportato le milizie delle Corti ai confini della regione semi-autonoma del Puntland sarebbe meglio spiegabile con la presenza di reparti eritrei.

Tuttavia, anche se reale, le presenza eritrea potrebbe non essere essere decisiva, in considerazione delle forze e dei mezzi che l’esercito etiopico - con maggiore conoscenza del terreno - può mettere in campo. Data la conformazione geografica della Somalia, mutilata dell’Ogaden ora parte dell' Etiopia, in molte situazioni gli etiopici dovrebbero percorrere solo 100-200 km per piombare sugli avversari. Il fatto, quindi, che Addis Abeba fornisca numeri molto bassi circa la propria presenza militare in Somalia è del tutto irrilevante, perchè i suoi comandi sono in grado di fare affuire reparti freschi in numero sufficiente in breve tempo e lungo le direttrici più convenienti. In particolare, una puntata verso sud dalla zona montana di Baidoa, potrebbere mettere in serie difficoltà le milizie delle Corti che, verosimilmente, potrebbero sbandarsi cercando scampo in Kenya, la cui zona di confine è abitata prevalentemente da clan somali.

Altro aspetto a totale vantaggio degli Etiopici è la logistica dei rinforzi e dei rifornimenti. Mentre essi non avrebbero alcun problema a farne affluire via terra, le Corti Islamiche potrebbero riceverne solo via mare e via aerea non avendo nessun confinante amico. All’eventuale scoccare delle ostilità, poi, l’aviazione etiopica non avrebbe alcuna inibizione ad attaccare naviglio e aerei, magari coadiuvata da forze navali alleate in quel mare di nessuno come è quello somalo, dove da anni accade di tutto, come gli scontri tra gli equipaggi dei pescherecci stranieri che hanno preso l’abitudine di difendersi con cannoncini da 23mm dagli Rpg dei pirati costieri.

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