Da Avvenire del 29/04/2007

«Abdu Majd, il ragazzo battuto, legato, torturato con tenaglie che strappano la pelle, mi ha detto senza esitazione: “Io ormai non ci penso più, io ho già perdonato”»

Darfur, stesso tetto per i figli di vittime e carnefici

Insieme in un centro salesiano per imparare un lavoro e a convivere la storia. A el-Obeid una struttura ospita ragazzi salvati dal genocidio e strappati dai campi profughi per insegnare loro un mestiere. Don Vincenzo Donati, 80 anni: «Riappacificazione dei cuori e promozione sociale: gettiamo semi di riconciliazione».

di Luca Miele

Articolo presente nelle categorie:
Il mondo in guerra: ieri, oggi, domaniOggiI conflitti dimenticatiSudan
Quel primo viaggio don Vincenzo Donati se lo ricorda bene. Il treno - partenza da Nyala nel Darfur meridionale e destinazione il Centro Don Bosco a el-Obeid in Sudan -, era stato "inghiottito" dal nulla. Niente notizie, black-out totale. Passano le ore, poi i giorni: «Non facevo che chiedermi angosciato - ricorda don Vincenzo - che cosa potesse essere successo a quei ragazzi: erano finiti tutti nella mani dei feroci janjaweed?». Cinque giorni dopo una nuvola di polvere annuncia che «una camionetta era entrata nel cortile del nostro centro». E poi un'altra e un'altra ancora. «Ed eccoli i mie primi ragazzi, i primi 60, strappati ad un campo profughi, che avrebbero lavorato per un anno, con noi, nel nostro centro: "scodellati" dai mezzi erano tutti affamati, stanchi, impolverati ma tutti felici». L'anno successivo - siamo nel 2005 - si ripete un copione simile: questa volta i ragazzi da ospitare nel centro salesiano per il "Progetto Darfur" sono 120. Ma il treno in partenza è "assaltato" da centinaia di mamme che chiedono una possibilità per i loro figli. E sui vagoni la conta non torna: molti ragazzi sbucano da sotto i sedili. Ogni anno, un passo in avanti, un numero sempre crescente di "ospiti". Da allora il centro salesiano di el-Obeid "sforna" ogni anno ragazzi con un mestiere in mano. Grazie ai laboratori ospitati all'interno della struttura: di automobilistica, di idraulica, di falegnameria, di saldatura, di elettricità, di muratura. Accolti, sfamati, istruiti. Sottratti ad un destino di violenza a cui nulla sembra riuscire a sfuggire in questa martoriata regione. Le cifre della tragedia del Darfur sono da incubo: 350mila i morti "ufficiali", molti di più nella realtà, 2milioni gli sfollati, la situazione dei campi profughi al limite del disastro umanitario. È qui che il progetto dei salesiani mostra tutta la sua forza. Non offrire solo cibo e supporto immediato: ma competenza, lavoro, prospettive per il futuro. Speranza. E con l'aiuto («indispensabile» sottolinea con forza don Vincenzo) di "maestri" locali: 25 quelli attuali, ma destinati ad aumentare. Senza mai perdere di vista il fatto che i giovani ospitati nel centro "fanno gola" a chi ha necessità di manovalanza, a chi ha bisogno di carne da macello per la propria guerra. Ora don Vincenzo - 80 anni, gli ultimi 27 passati in Africa, barba e capelli bianchi, un sorriso disarmante e una volontà da leone - ha in mente il progetto più ambizioso: accogliere nel centro non solo i figli delle vittime, ma anche i figli dei carnefici, i figli di quella milizia janjaweed che il governo ha armato e usato per i "lavori" più efferati, per seminare morte e distruzione. «Solo così può rinascere la speranza - dice don Vincenzo -: solo con la riappacificazione dei cuori e la promozione sociale attraverso il lavoro». Perché nel centro non si impara solo ad adoperare degli arnesi ma «si gettano semi di riconciliazione là dove si hanno maggiori probabilità di sviluppo: nel cuore dei giovani». Ma è possibile sradicare l'odio nella mente e nel cuore di chi ha subito ogni genere di violenza e umiliazione? In chi ha visto l'orrore in faccia? Don Vincenzo non ha dubbi: «Abdu Majd, il ragazzo battuto, legato, torturato con tenaglie che strappano la pelle, mi ha detto senza esitazione: "Io non ci penso più, io ho già perdonato"». Certo ospitare 400 ragazzi nel centro è un'impresa, in tutti i sensi, che divora non solo energie ma anche denaro. «Ci siamo rimboccati le maniche - racconta il salesiano -. Costruendo due nuovi dormitori con materiale smontabile, ad esempio. Stiamo comprando nuovi attrezzi per le esercitazioni tecniche. Ma bisogna pensare a 400 ragazzi da nutrire, vestire, curare, educare». Inevitabile chiedersi come sia il rapporto con la comunità locale. Anche qui don Vincenzo non ha esitazioni, e spiega come il centro salesiano sia potuto crescere grazie al tam-tam spontaneo della gente. E anche all'appoggio delle autorità locali. «I primi ad accorgersi di noi sono stati proprio g li "sceikki" locali: bianco il turbante, bianca la barba, bianca la "jallabia", la vestaglia araba. Poi il tam-tam locale africano ha diffuso la buona novella ai giovani: "Gettate via il kalashnikov e prendete in mano gli attrezzi del mestiere"». Insomma il "ponte" con la comunità locale ha funzionato. Senza diffidenze o ostilità. E con i ragazzi? «Loro sono affezionatissimi. Per tutti sono "baba" Vincent. Un padre».

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