Da L'Unità del 15/11/2007

Cossiga e il rapimento di Aldo Moro: la "Strategia della nebbia"

di Nicola Tranfaglia

Sogno o son desto?

Non so per quale ipotesi propendere, leggendo con una certa attenzione l’intervista che sul Corriere della Sera, con la penna di Aldo Cazzullo, ha dato ieri l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga a proposito del caso Moro.

L’on. Cossiga che, nel marzo-maggio 1978, ricoprì l’incarico, cruciale e decisivo, di ministro dell’Interno nel governo Andreotti e, per cinquantacinque giorni, diresse (del tutto inutilmente) le indagini sul rapimento di Aldo Moro nell’agguato di via Fani da parte delle Brigate Rosse, interviene ora sul più diffuso quotidiano del nostro Paese per smentire la recente testimonianza dell’on. Giovanni Galloni. Quest’ultimo, un mese fa, durante la presentazione del libro di Giuseppe De Lutiis, aveva riaffermato la sua convinzione della presenza della Cia nell’affare complesso legato al rapimento e all’assassinio successivo dello statista cattolico.

Galloni aveva detto allora (il 22 ottobre scorso) che gli americani sapevano dove Moro era prigioniero. Ma Cossiga che, con i servizi segreti americani era in stretti rapporti (come nell’intervista ha riaffermato) esce in affermazioni incredibili e non supportate da alcune prove per ribaltare completamente quello che è emerso nei trent’anni dagli otto processi svolti dalla magistratura sul caso e dalle ricerche storiche che si sono accumulate in tutto il periodo, oltre che dalle inchieste parlamentari protratte fino all’altro ieri. La versione ultima, offerta ora da Cossiga e trasmessa ai lettori del Corriere e di tutti quelli che la riprenderanno nei prossimi giorni, chiama in causa il supposto silenzio del Pci che «in mille sapevano dov’era. Non i vertici del partito - dice Cossiga - non Berlinguer e Pecchioli ma i capi sindacali nelle fabbriche conoscevano la verità e tacquero». Secondo l’ex presidente, che chiama in causa l’ex brigatista Gallinari, «i comunisti e più ancora il Kgb hanno alimentato la leggenda nera della P2; ma i piduisti che facevano parte del comitato di crisi del Viminale erano tutti protetti di Moro. Ed erano filoamericani. Del resto l’unico suggerimento che mi venne dagli americani fu di aprire la trattativa con le Br per farle venire allo scoperto».

Con simili affermazioni, Cossiga allontana da sé tutti i sospetti che ancora gravano, dal punto di vista storico, sul suo ruolo di ministro dell’Interno durante quei drammatici giorni, giacché assolve otto su dieci membri del Comitato di crisi del Viminale legati alla P2 in quanto «protetti di Moro» e cade subito in una grave contraddizione perché sostiene che erano tutti filoamericani ma dimentica che Moro era, in quel momento, in grave contrasto con il Dipartimento di Stato americano per la politica di compromesso storico con il Pci. E allora i casi sono due: o non erano protetti di Moro o, se lo erano, non potevano essere filoamericani, come sostiene Cossiga.

La seconda affermazione, assai dubbia, dell’intervistato (la leggenda nera della P2 sarebbe stata una costruzione del Pci e del Kgb): ma come si fa a dire una cosa simile se la commissione di inchiesta su Gelli e la sua loggia è stata voluta dal presidente del Consiglio Spadolini e se quella commissione che dichiara fuori legge la loggia è stata presieduta dalla democristiana Tina Anselmi e non certo da un parlamentare comunista? Si potrebbe ancora continuare con altri esempi dell’intervista che, dal punto di vista delle ricerche storiche e dei processi sul caso Moro appare del tutto infondata.

Nella sua lunga intervista, Cossiga sostiene che gli americani non erano per nulla interessati al caso e che inutilmente l’allora ministro dell’Interno tentò di farli partecipare alle ricerche. Moro, secondo Cossiga, era stato il fondatore di Gladio in Italia e la preoccupazione maggiore del ministro è che rivelasse i segreti che in pochi conoscevano di quella vicenda. Il generale Dalla Chiesa, secondo l’ex presidente, avrebbe consegnato a Craxi e ad Andreotti, le carte scomparse dei suoi interrogatori e aveva come referente principale il segretario socialista da cui si aspettava un incarico di governo. Peccato che di tutte queste cose molti dei protagonisti (se si esclude l’on. Andreotti) non possono più parlare, per confermare o smentire, semplicemente perché non sono più in vita.

Di fronte a una miriade di affermazioni e rivelazioni in parte credibili ma non provate, in parte niente affatto verosimili, Cossiga non cita elementi in grado di stimolare nuove indagini o di rintracciare fonti non consultate. Ma, dal suo racconto, appare una chiara difesa dell’operato di Andreotti e del suo governo, come del ministero dell’Interno gestito dal ministro democristiano ma si addossano tutte le colpe al partito comunista, guidato da Berlinguer e dal Kgb sovietico. Così gli Stati Uniti e i suoi servizi segreti che, da quasi quarant’anni, erano in rapporti assai stretti con la Dc e i suoi governi ed avevano da tempo il timore di un ingresso dei comunisti nel governo Andreotti, per l’intervistato, non si sarebbero occupati del sequestro e, all’opposto i comunisti che avevano deciso di accettare l’incontro con la Dc, avrebbero invece comunicato con i brigatisti.

Ma come è possibile sostenere, dal punto di vista storico ma anche logico e razionale, tesi di questo genere senza uno straccio di prova? E può il più diffuso quotidiano italiano, con tutte le sue conoscenze e il suo archivio, dare tanto spazio e tanto peso a una intervista senza fare le domande necessarie per far notare a Cossiga le molte contraddizioni del suo discorso invece che limitarsi a registrare passivamente quello che l’ex presidente afferma? C’è da chiedersi come tutto questo possa accadere trent’anni dopo quelle drammatiche vicende.

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