Da L'Opinione del 20/12/2004

I Bisaglia furono uccisi?

Vent’anni e due misteri che fanno riaprire gli archivi giudiziari con possibili sviluppi clamorosi. Un tragico destino ha accomunato i due fratelli. Le rivelazioni di un “Gladiatore”

di Gianni Fossati

Don Mario Bisaglia, fratello del leader Dc Antonio, venne trovato morto nel lago di Centro Cadore, sulle Alpi Bellunesi nei pressi di Domegge alle ore 20,30 del 17 agosto 1992 con le tasche piene di sassi (come nel caso del banchiere Roberto Calvi). Una fine davvero strana per un sacerdote impegnato a far luce sulla morte del fratello Antonio, potente esponente della Dc già ministro delle Partecipazioni Statali e custode di molti segreti della Prima Repubblica, annegato a sua volta nell’estate del 1984 in circostanze non del tutto chiarite nella baia di Portofino. L’inchiesta stabilì che il sacerdote si era suicidato anche se l’autopsia accertò che nei polmoni non vi era acqua. Indizi contrari come una telefonata anonima che aveva riferito di una macchina dalla quale venne scaricato nel lago qualcosa di voluminoso, e un appuntamento con due giornalisti (Daniele Vimercati e Michele Brambilla autori del volume “Gli Annegati”) ai quali aveva preannunciato grandi rivelazioni, non furono presi in considerazione. Il caso venne archiviato nel 1997 con la conferma del suicidio per asfissia da annegamento. Alcuni osservatori arrivarono a immaginare che il viaggio ferragostano del sacerdote avesse come meta il Pontefice Giovanni Paolo II in vacanza in Cadore per ottenere una dispensa dal segreto del confessionale che inutilmente sarebbe stata richiesta da Don Mario al Vescovo di Belluno. Il suicida ebbe in ogni caso un funerale solenne nel Duomo. Il mistero della morte di Don Mario è peraltro collegato alla morte del fratello caduto in mare, si disse, in seguito a un’onda anomala mentre prendeva il sole sdraiato sul panfilo “Rosalù” di proprietà della moglie Romilda Bollati di Saint Pierre che si trovava a bordo con lui. Era il 24 giugno del 1984, una giornata di mare straordinariamente calmo per una barca di 22 metri e di oltre 50 tonnellate di stazza. Don Mario non fu mai convinto che Toni fosse morto per disgrazia e confidò i suoi dubbi a un amico sacerdote. Ma, lasciamo a questo proposito la parola anche a un testimone del tempo, un giornalista che ebbe con lui occasione di un colloquio proprio alla vigilia del viaggio in Cadore. Si tratta di Italo Tassinari, “Gladiatore” e attuale direttore di “Mondo Libero” che nei giorni scorsi ha dato conto di quella terribile confidenza. “Caro amico, per me la verità è questa ma per l’amor di Dio non scriva nulla, non dica nulla, non parli perché mi ammazzano” gli disse il prete. “La persona che ha fatto uccidere mio fratello sa che io so e che qualcuno mi ha confidato un segreto che il confessionale copre ma che preoccupa me proprio perché sono al corrente della sorte toccata a mio fratello”. “Lei mi vuole indurre a parlare ma non posso, se ne vada, non capisce che anche lei stesso dovrà tacere altrimenti se la prendono anche con lei. Ora lei deve giurarmi sul suo onore che non dirà mai a nessuno quel che le ho detto, che non si lascerà mai sfuggire le mie confidenze dettate dalla mia disperazione. Io sono solo con me stesso, nessuno mi difende e il fatto che ho parlato con lei è già per me una condanna”. Due giorni dopo Don Mario sarà trovato nel lago. Il corpo del senatore democristiano venne ripescato ormai cadavere e trasportato in fretta a Roma per le esequie di stato con un elicottero militare e dove venne tumulato senza autopsia. Una procedura insolita resa forse possibile dalla presenza a Santa Margherita del Senatore Cossiga e del segretario generale della Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico. Il 12 ottobre di quest’anno il colpo di scena. Un tenace magistrato, Raffaele Massaro sostituto Procuratore a Belluno - che aveva riaperto l’inchiesta un anno fa - ha accolto la perizia disposta dal consulente tecnico che rivela come don Bisaglia non morì annegato bensì gettato nel lago quand’era già cadavere. Rimane invece ignoto il testimone che, pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo del sacerdote si era fatto vivo in forma anonima con gli inquirenti. L’invito del magistrato allo sconosciuto è quello di rimettersi in contatto con gli organi investigativi con la garanzia della più assoluta riservatezza e, in questo senso, la trasmissione “Chi l’ha visto?” del 18 ottobre scorso ha amplificato il messaggio. Il giallo dunque riparte da zero e si incrocia specularmente con la riapertura dell’inchiesta sulla morte del senatore Dc sollecitata dal magistrato di Rovigo. Da parte sua il Procuratore della Repubblica di Chiavari Luigi Carli ha definito “frettolose” le indagini condotte nel 1984 e ha affidato una consulenza tecnica al medico legale genovese Marco Canepa. Il Procuratore ligure dovrà anche avvalersi della testimonianza - a vent’anni data - di Luigi Campodonico, il sanitario in servizio il giorno di San Giovanni che scrisse il referto di annegamento a Santa Margherita Ligure ma non gli atti successivi e non venne mai interrogato dal Pubblico Ministero dell’epoca. Adesso, altri protagonisti potrebbero essere chiamati a dare la propria testimonianza perché il caso non è ancora chiuso.

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