Da La Stampa del 31/03/2008

Luther Kink, 40 anni dopo

Obama, il sogno avverato

di Boris Biancheri

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DossierStorie senza tempoMartin Luther King
Sono passati quarant’anni da quella sera di aprile in cui Martin Luther King, mentre stava sul balcone di un modesto motel della città di Memphis nel Tennessee, venne assassinato da un fanatico del quale, come in altri celebri omicidi politici negli Stati Uniti, non sono state forse ancora accertate l’identità e le vere motivazioni. Scomparve con lui uno dei grandi protagonisti della storia americana del secolo, forse la prima figura in tutto il mondo occidentale a far proprio in modo sistematico il principio della non violenza appreso da Gandhi e ad applicarlo alla causa dei diritti civili e dell’integrazione razziale.

La vita di Martin Luther King era stata una breve, scintillante cometa: un ragazzo vivacissimo, figlio di un pastore protestante da cui aveva ereditato il dono di una retorica emotiva tipica delle chiese nere del Sud, uno studente brillante e popolare, pronto a lanciarsi subito alla rincorsa di grandi e lontani ideali. Aveva appena ventisei anni quando si gettò in un’azione che lo fece conoscere all’America intera. Una donna di colore che viaggiava su un autobus della città di Montgomery era stata arrestata per aver rifiutato di cedere il suo posto a un passeggero bianco, come prescriveva il regolamento. Martin Luther King organizzò un boicottaggio degli autobus che fu seguito massicciamente dalla cittadinanza nera e che si protrasse per 380 giorni, fin quando una Corte distrettuale non abolì la discriminazione razziale nel trasporto pubblico dell’Alabama. Seguì una lunga serie di raduni, di manifestazioni e di iniziative di sostegno in favore di lavoratori neri che chiedevano parità di trattamento.

Sino a quel capolavoro che fu la grande marcia su Washington per i diritti civili del 1963 nella quale pronunciò il celebre discorso «io ho un sogno», in cui riassunse la sua visione di un paese dove tutti vivono in fraternità sotto le stesse leggi. La marcia fu uno straordinario successo politico e mediatico e l’anno successivo gli venne conferito il Premio Nobel per la pace. Dopo altri quattro fu ucciso.

Il ricordo di Martin Luther King fa pensare istintivamente alla figura di colore apparsa ora sulla scena politica americana, quella di Barack Obama, la prima, dopo quegli anni lontani, che abbia una connotazione razziale assieme a una notorietà trasversale che va dal Nord al Sud, da una comunità etnica e culturale all’altra, dentro e fuori degli Stati Uniti. E ci si pone una domanda: si possono intravedere delle affinità tra il protagonista delle campagne sui diritti civili di ieri e quello della campagna presidenziale di oggi? O le condizioni di fondo della società americana sul tema razziale sono talmente mutate in quarant’anni da rendere un paragone improponibile?

Alcune affinità tra i due, oltre al colore della pelle, sono evidenti. Sia Obama che King hanno avuto studi e carriere folgoranti e hanno offerto dei volti giovani all’opinione pubblica: il primo già da senatore dell’Illinois, il secondo diventando addirittura il più giovane Nobel per la pace della storia. Entrambi hanno avuto in dono eccezionali capacità oratorie. Certi loro discorsi, come quelli di Martin Luther King a Washington o quello di Obama alla Convenzione democratica del 2004, sono dei veri punti di riferimento e taluni passaggi vengono citati a memoria da milioni di americani. In loro il sentimento religioso si è tradotto anche in doti da predicatore. L’uno e l’altro, poi, hanno menti che corrono verso il futuro, verso il progetto, verso la speranza; non si presentano come esperti amministratori ma come audaci architetti.

Vi è però tra loro una differenza profonda, che è tanto un prodotto quanto un segno delle trasformazioni dell’America. Martin Luther King è il frutto di una famiglia nera e di una educazione nera in un quartiere nero di Atlanta. Obama è nato nelle Hawaii da un padre nero e da una madre bianca e ha vissuto parte della sua infanzia in Indonesia. La loro visione della società e del loro ruolo in essa è necessariamente diversa. Martin Luther King si sentiva ed era uomo di lotta, sebbene non violenta; Obama si sente ed è uomo di conciliazione e pace. King diceva: l’America è divisa e dobbiamo colmare la frattura esistente. Obama dice: l’America è unita e dobbiamo conservarne l’unità. Egli non nega che secoli di segregazione alle spalle siano per la comunità di colore un’eredità pesante in termini di opportunità e di benessere. Ma il progresso sarà raggiunto costruendo insieme e non rivendicando agli uni ciò che gli altri non hanno.

Basta una cosa a dire quanto sia cambiata l’America da quel 4 aprile 1968. Il «sogno» che Martin Luther King espresse nel suo famoso discorso di Washington era questo: che i suoi quattro figli fossero valutati per quanto avrebbero detto e fatto e non giudicati in base al colore della pelle. Barack Obama appartiene alla loro generazione. È nato anzi lo stesso anno del terzo figlio di Martin Luther King. Oggi viene giudicato per ciò che dice e fa ed è su questa base che si guarda a lui come a un possibile presidente della nazione americana. Se quello era un sogno, esso si è avverato.

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