Da La Stampa del 10/07/2006

UNA VITA PER L’INTELLIGENCE ALTI E BASSI DELL’EX BRACCIO DESTRO DI DALLA CHIESA IMPLICATO NEL RAPIMENTO DELL’IMAM EGIZIANO

Pignero, il generale che arrestò Curcio

di Vincenzo Tessandori

TORINO. «Vanno/ vengono/ ritornano», come le Nuvole di Fabrizio De Andrè. Come i nomi di certi nostri agenti segreti, che poi, tanto segreti non sono. Quello di Pignero Gustavo erano lustri che non appariva nelle cronache. È un generale dei carabinieri, domani dovrà difendersi di fronte al magistrato da un’accusa di quelle che, di solito, si beccano i comuni malavitosi: concorso in sequestro di persona. Anche lui, pare, componente della poco allegra brigata che, nel febbraio 2003, dette appoggio a quelli della Cia per rapire, a Milano, l’imam Abu Omar. Pare il finale nibelungico di una carriera votata all’intelligence, che poi è il modo un po’ vago per definire lo spionaggio o il controspionaggio: attività assolutamente lecite, ben inteso, se fatte secondo le regole e per il bene dello Stato. Il proprio, non quello degli altri.

Il primo acuto
Bene, trentadue anni or sono, il capitano Pignero Gustavo partecipò alla cattura di due brigatisti rossi, ma non due qualsiasi. Era l’8 settembre ‘74, quando, a Pinerolo, i carabinieri del nucleo speciale del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, tirarono su la rete. Dentro, Renato Curcio e Alberto Franceschini, primi inter pares nell’organizzazione clandestina che aveva già scosso il Bel Paese con azioni clamorose, l’ultima delle quali era stato il sequestro del magistrato Mario Sossi, a Genova.

Gli arresti non erano stati frutto d’improvvisazione, tanto meno di un colpo di fortuna, come tentarono di accreditare i carabinieri. Alla base c’era stato un lungo, meticoloso lavoro concluso con l’inserimento di un infiltrato, nel cuore delle bierre che parevano impermeabili a tutto e a tutti. Di buona famiglia torinese, Silvano Girotto aveva allora 34 anni, un passato burrascoso e forse un piccolo avvenire dietro le spalle. Qualche reato, i debiti con la società più o meno saldati, la vocazione: era diventato frate francescano, ma l’orizzonte doveva sembrargli troppo angusto, così, racconta la mitologia che, come tutti i miti, qualcosa di autentico ce l’ha, era partito per la Bolivia e aveva diviso con i campesinos pane, utopie e proiettili. Una breve parabola, costretto a lasciare gli altipiani andini, tornò in Italia. Dove, nel frattempo, era arrivata l’eco delle sue gesta di uomo della fede votato al prossimo e alla Giustizia. Qualcuno lo aveva chiamato «frate Mitra». Perfetto per svegliare l’interesse di un’organizzazione rivoluzionaria priva di figure simbolo, insomma, di un «Che». E lui aveva lasciato capire di poter essere molto utile, aveva parlato dell’organizzazione di una vera e propria scuola di guerriglia, quindi, dell’opportunità di tirar su nuove leve di rivoluzionari. I brigatisti lo ignoravano, ma quando s’incontravano con lui, venivano fotografati dai carabinieri.

Frate mitra
Giorni difficili, quelli, all’interno delle bierre: tutti erano consapevoli che lo scontro sarebbe diventato cruento, non c’era che da decidere quando. I carabinieri lo sapevano e quindi, forse era il momento per un’azione decisa. «Frate Mitra» aveva stabilito contatti non saltuari e c’era la possibilità di una cattura importante, forse i capi, i «cervelli», Curcio, Franceschini, Moretti. Si credette di dover fare presto. Eppoi, c’era da fronteggiare la polizia e l’ufficio «affari riservati» che facevano una concorrenza spietata al Nucleo del generale dalla Chiesa e riuscivano a individuare una base brigatista dietro l’altra. E poco importava che fossero «covi freddi», abbandonati: era sufficiente la notizia della scoperta per garantire il successo. Il generale radunò i suoi, nell’ufficio al piano rialzato della caserma di via Valfrè, a Torino. «Bisogna prenderli e prenderli ora», ordinò. C’era il capitano Luciano Seno e c’era Pignero, e i brigadieri Angelo Fodde, Giuseppe Severino e Domenico Calapai. «Non è prematuro?», chiese qualcuno. «No», rispose il generale.

Quella seconda domenica di settembre, la 128 targata BO 545217 su cui viaggiavano Curcio e Franceschini fu bloccata alle porte di Pinerolo, al passaggio a livello sulla strada per Orbassano. Ricorda ora Franceschini: «Pignero, che mi teneva per il collo, mi disse: “Io non so chi tu sia, ma conosco quell’altro”. E indicò Curcio. “Lo conosco tanto bene che ho chiamato il mio cane Renato”. Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo, il 10 febbraio 2000, Girotto raccontò: “Ricordo molto bene, perché sono cose che ti colpiscono, quando fu arrestato Alberto Franceschini, che non avevo mai visto e che capitò a Pinerolo per caso: quando il giorno dopo, vedendo il capitano Pignero, gli chiesi chi era quello con gli occhiali, alto, che stava insieme a Curcio, mi rispose che era un certo Franceschini, uno dei capi, arrivato il giorno prima da Praga”. Ecco, la storia della mia Praga è nata così».

L’oblìo
Quel duplice arresto doveva essere l’atto conclusivo, il trionfo per gli uomini del Nucleo speciale, invece ne era stato il passo di addio. Ragioni politiche poco o troppo chiare portarono alla decisione di «ristrutturare» il gruppo di via Valfrè. Il generale si lamentò con i magistrati: «Stanno disfacendo tutto, se pensate che abbiamo lavorato bene, fate qualcosa». Ottenne soltanto un plauso. «I tempi erano quelli, oggi la decisione sarebbe stata ben altra», sospira Giancarlo Caselli, procuratore generale di Torino e, allora, giudice istruttore impegnato nelle inchieste sulle Brigate rosse. Il patrimonio di conoscenze messo insieme giorno dopo giorno dai carabinieri venne disperso, gli uomini trasferiti. Pignero a Napoli.

La nuova vita
Da quel momento ha seguito quella che par essere la vocazione della sua vita: fare lavoro d’intelligence. Che vuol dire infilarsi in labirinti sempre più complessi con un filo che ogni volta appare maledettamente più corto per uscirne. Fino a non averne in mano più. Come per l’affaire Abu Omar. Anche il generale Pignero, come tutti, forse ha avuto un modello. Non James Bond, fedele fino all’impossibile all’Inghilterra, forse il suo era Harold Philby, il brillante e timido laureato di Cambridge al servizio di Sua Maestà ma anche a quello del Cremlino per il quale combatté una lunga, estenuante guerra segreta, quello che scrisse: «Non sembri strano che io abbia deciso di adottare la dottrina comunista solo a trent’anni: molti miei contemporanei hanno fatto altrettanto». Ma è difficile credere che la collaborazione con la Cia sia stata decisa per ragioni ideologiche. Forse anche per questo certi nomi «vanno/ vengono/ ritornano».

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