Da Corriere della Sera del 29/01/2007

GENOCIDIO ARMENO DIFENDO LA

Genocidio Armeno, difendo la memoria contro i negazionisti

di Bernard-Henry Levy

Si dice: «Non spetta alla legge scrivere la Storia». È assurdo, perché la Storia è già scritta. La Storia di questa storia è stata fatta, cento volte fatta, da tutti i testimoni degni di fede. Che gli armeni siano stati vittime, nel senso stretto, preciso del termine, di un tentativo di genocidio, cioè di un'impresa pianificata di annientamento sistematico, Churchill l'ha detto. Jaurès l'ha gridato fin dal principio, nel 1894. Péguy, nel periodo in cui si schiera dalla parte di Dreyfus, parla di quell'inizio di genocidio come del «più grande massacro del secolo». Anche i turchi lo ammettono. Sì, è una cosa non abbastanza nota e che occorre instancabilmente ricordare: subito dopo la guerra mondiale, dopo il 1918, Mustapha Kemal riconosce le carneficine perpetrate dal governo dei Giovani Turchi; vengono istituite corti marziali, che pronunciano centinaia di sentenze di morte; i peggiori artefici del crimine, individui come Hodja Ilyas Sami, che è un po' l'Eichmann degli armeni, finiscono con il confessare, chiaramente e distintamente. E non parlo degli storici né dei teorici del genocidio, non parlo dei ricercatori di Yad Vashem, né di Yehuda Bauer, né di Raul Hilberg; non parlo di tutti gli studiosi per i quali, con l'eccezione degna di nota di Bernard Lewis, il problema di sapere se ci sia stato o no genocidio non si è mai posto e non si pone. Quindi, non si tratta di «dire la Storia». La Storia, ripeto, è stata detta, ridetta e arcidetta. Oggi, si tratta d'impedire la sua negazione. Il Senato francese discuterà come complicare, almeno un poco, la vita di chi insulta. Esistono leggi, in Francia, contro l'insulto e contro la diffamazione. Non è forse il minimo che si possa avere, una legge che penalizzi l'insulto assoluto, l'oltraggio che supera tutti gli oltraggi e offende la memoria dei morti?
Si dice: «Sì, d'accordo; però darete fastidio agli storici; la legge non deve immischiarsi neppure un poco nell'accertamento della verità, poiché, quando lo fa, la rinchiude in un corsetto che impedisce agli storici di lavorare». È falso. È il contrario. Sono i negazionisti che impediscono agli storici di lavorare. Sono loro che, con falsificazioni e follie, confondono le piste e complicano le cose. È la legge, invece, a proteggere i ricercatori. Prendiamo ad esempio la Legge Gayssot: non troveremo un solo storico al quale essa, penalizzando chi nega la distruzione degli ebrei, abbia ostacolato il lavoro. È una legge che frena le derive di Le Pen o Gollnish, pone qualche limite alle parole di Faurisson e ostacola gli incendiari d'anime come Dieudonné. Una legge che, fra parentesi, ci evita carnevalate come il processo, sette anni fa, del super negazionista David Irving, a Londra, durante il quale, proprio perché non c'era una legge, abbiamo visto giudici, procuratori, avvocati, giornalisti da strapazzo, acrobati di podi televisivi impegnati, per mesi e mesi, a sostituirsi agli storici, a improvvisarsi cacciatori di verità e a seminare davvero il turbamento negli animi. È una legge che, per prendere un esempio completamente diverso e in un altro campo, ha il merito di risparmiarci i presunti dibattiti che impazzano negli Stati Uniti fra sostenitori delle due «tesi» cosiddette «avverse»: il darwinismo e il creazionismo. Ma è una legge che, ripeto, non ha mai ostacolato il cammino di un solo storico degno di questo nome.

Giovani in piazza, a Parigi, a sostegno della legge che punisce chi nega lo sterminio degli armeni. La Turchia, già a ottobre, quando la norma è stata approvata per la prima volta dall'Assemblea francese, aveva protestato, minacciando ritorsioni nei rapporti con gli alleati Nato.
Per Ankara, qualunque riferimento a quanto accaduto negli anni 1915-1923, quando un milione di armeni fu massacrato dall'esercito turco, è considerato un attacco al «sentimento nazionale». Molti intellettuali, tra cui il premio Nobel Orhan Pamuk, e lo stesso Hrant Dink, il giornalista di origine armena assassinato il 19 gennaio, sono stati processati in passato sulla scorta del famigerato articolo 301 del Codice penale turco che punisce «gli insulti e le attività anti-turche».
L'Europa, tra le condizioni poste per l'adesione di Ankara, ha chiesto anche la cancellazione di questo articolo
no tanto le petizioni, li protegge, sì li protegge dall'inquinamento negazionista. E così accadrà, ne sono profondamente convinto, quando la legge Gayssot sarà estesa alla negazione del genocidio armeno.
Si dice: «Dove arriveremo? Perché, visto che ci siamo, non fare leggi sul colonialismo, la Vandea, la notte di San Bartolomeo, le caricature di Maometto, il delitto di bestemmia? Non ci stiamo dirigendo verso il trionfo di un politicamente corretto che vieta l'espressione delle opinioni non conformi? Non ci stiamo orientando verso decine, se non centinaia di leggi della memoria il cui unico risultato sarà di giudiziarizzare lo spazio del discorso e del pensiero?». Altro errore. Altra trappola. Per due ragioni molto semplici. Innanzitutto, non si tratta di «leggi della memoria» ma di genocidi; non si tratta di legiferare su qualsiasi cosa, ma soltanto sui genocidi. E di genocidi, cioè di imprese in cui si pretende di decidere, come diceva Hannah Arendt, chi ha diritto e chi no di abitare su questa Terra, non ce ne sono cento, né dieci: ce ne sono tre, forse quattro, al massimo cinque, con il Ruanda, la Cambogia e il Darfur. È un imbroglio intellettuale quello di agitare lo spauracchio della moltiplicazione di nuove leggi che violano la libertà di pensiero. Ma siamo seri: non si tratta di opinioni non-conformi, scorrette, ma di negazionismo, solo di negazionismo, cioè di una mentalità molto particolare che si esprime soltanto a proposito di genocidi e che non consiste nell'avere una certa opinione sulle ragioni della vittoria di Hitler o su quelle del trionfo dei Giovani Turchi nel 1908 o sui meccanismi che hanno scatenato la soluzione finale di tutsi o armeni. L'oggetto non è tale o tal'altro giudizio, ma una mentalità molto speciale, molto strana, che non ha niente a che vedere con il fatto di enunciare questo o quello e che consiste nel dire che la realtà

non ha avuto luogo.

Niente ricatti, dunque, alla tirannia della penitenza! Finiamola con la falsa argomentazione del vaso di Pandora che apre la via a un'inquisizione generalizzata! Il fatto che questa legge sia votata, che si punisca il negazionismo antiarmeno, non implica in alcun modo la famosa proliferazione, con metastasi, di leggi politicamente corrette.
Si dice ancora: «Tre genocidi, d'accordo; forse quattro, e sia; ma attenzione a non mescolare tutto; non bisogna correre il rischio di banalizzare la Shoah».
La mia risposta è chiara. È vero che non è lo stesso. È vero che il numero dei suoi morti, il grado di demenza e l'irrazionalità assoluta raggiunti dagli autori, il tipo di tecnica molto particolare che implica l'invenzione della camera a gas conferiscono alla Shoah un'irriducibile singolarità. Ma, a quest'evidenza, dobbiamo aggiungere che forse non è «lo stesso», ma i crimini come minimo si assomigliano maledettamente. E il primo a saperlo, il primo a prenderne atto fu un certo Adolf Hitler, di cui non diremo mai abbastanza quanto il genocidio antiarmeno l'abbia colpito, l'abbia fatto riflettere e, oso dire, l'abbia ispirato. Conosciamo tutti la famosa frase, pronunciata davanti ai suoi generali, nell'agosto del 1939, appena prima che la Polonia fosse invasa: «Chi parla ancora, oggi, dello sterminio degli armeni?». La verità è che c'è voluto l'esempio armeno per convincerlo, molto presto, della possibilità, nel contesto di una guerra mondiale e totale, di risolvere un problema come quello della «questione ebraica». La verità è che il genocidio armeno, questo primo genocidio, fu il «primo» in tutti i sensi del termine: un genocidio esemplare e quasi fondatore; un genocidio come banco di prova; un laboratorio del genocidio considerato come tale dai nazisti. Un genocidio a partire dal quale, logicamente, nel memorandum alleato del maggio 1915, è stata formulata per la prima volta la nozione di crimine contro l'umanità; e che fu uno dei due campi di riferimento (il secondo è, beninteso, la Shoah) che, dopo la seconda guerra mondiale, permise al giurista ebreo polacco Rafael Lemkin d'inventare il concetto moderno di genocidio e di far sì che fosse iscritto nella Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del genocidio.
Da qualche giorno mi sono dovuto immergere, confesso senza piacere, nella letteratura negazionista che riguarda gli armeni. Con sorpresa ho scoperto che è la stessa letteratura, letteralmente la stessa, di quella che mira alla distruzione degli ebrei. Stessa retorica. Stesse argomentazioni. Stesso modo ora di minimizzare (ci sono stati dei morti, d'accordo, ma non tanti quanti ci dicono), ora di razionalizzare (massacri che non furono demenziali né gratuiti ma rientravano in una logica che era quella di una situazione di guerra), ora d'invertire i ruoli (come Céline faceva degli ebrei i veri responsabili della guerra e quindi del loro martirio, così i negazionisti turchi spiegano che sono gli armeni, con il loro doppio gioco, il loro comportamento da traditori, la loro propensione a intendersela con i russi e a colpire le truppe ottomane alle spalle, ad aver suggellato il proprio destino) e ora, infine, di relativizzare (che differenza c'è fra Auschwitz e Hiroshima o Dresda? che differenza fra gli armeni morti di fame nel deserto siriano e le vittime turche del terrorismo delle «bande armate» armene?).
Insomma, a coloro che sarebbero tentati di giocare lo sporco gioco della guerra delle memorie e della rivalità tra vittime voglio rispondere difendendo la solidarietà delle vittime di genocidi. È la posizione del filosofo ceco Jan Patocka quando inventa la magnifica formula di «solidarietà dei traumatizzati». Era la posizione, che riguardava specificamente gli armeni, dei pionieri d'Israele, dei primi abitanti dello Yishuv, che sentivano tutti di avere un destino comune con gli armeni naufragati. Non lasciamoci ingannare: la lotta contro il negazionismo non è divisibile; i due meccanismi sono così vicini, il tentativo di negarli è, nei due casi, così incredibilmente simile che lasciare una possibilità all' uno equivarrebbe necessariamente ad aprire una breccia nell'altro.
Infine si dice, e questo vuole essere l'argomento definitivo, schiacciante: «Perché non lasciare che la verità si difenda da sola? Non è abbastanza forte per opporsi, per imporsi, per fare mentire i negazionisti?». Ebbene no. Temo proprio di no. Innanzitutto, perché il negazionismo antiarmeno ha una particolarità che non si trova in quello che nega il genocidio degli ebrei: è un negazionismo di Stato, che si appoggia sulle risorse, la forza, la diplomazia, la capacità di ricatto di un grande e potente Stato.
Proviamo a immaginare la situazione dei sopravvissuti alla Shoah se lo Stato tedesco fosse stato, dopo la guerra, negazionista! Proviamo a immaginare il loro sconforto ancora più grande se si fossero trovati davanti, invece dei Faurisson e altri Rassinier — i quali, per quanto nocivi siano stati, erano comunque capi di sètte abbastanza strampalati —, una Germania non pentita che facesse pressione sui suoi partner minacciandoli di ritorsioni qualora avessero qualificato di genocidio la tragedia di uomini, donne e bambini selezionati sulla rampa di Auschwitz!
È la situazione attuale degli armeni. È un' avversità che, stavolta, non ha equivalenti e alla quale non sono certo che la verità, nella sua nudità, abbia sufficiente forza per opporsi. E c'è il fatto che qui non si tratta più di «verità» e di «smentita»: poiché, cosa c'è nella testa di un negazionista? Qual è la strana passione che, come dicevamo prima, si manifesta solo per offendere le vittime di genocidi e mai, ad esempio, per negare che la Terra è rotonda o che Mozart è un musicista austriaco? Di cosa si tratta, quando ci si accanisce nel dire a degli uomini: «No, non siete morti; i vostri genitori, i vostri nonni e bisnonni non sono morti come voi sostenete; e il fatto di sostenerlo, di tenere così fortemente a farcelo credere significa che siete grandi imbroglioni, trafficanti della disgrazia matricolati, significa che avete un interesse inconfessabile»? In questo sentiamo che c'è una qualità di odio senza eguali, una volontà di offendere così totale che si può ricondurre soltanto all'odio antisemita o razzista. Contro tale odio, purtroppo, la verità è priva di risorse.
In conclusione, ricordiamo Himmler che, nel giugno 1942, crea un commando speciale, il commando 1005, incaricato di dissotterrare i corpi, bruciarli e farne scomparire le ceneri. E ricordiamo l'SS gridare a Primo Levi che non un ebreo resterà per testimoniare e che, se per caso ne rimanesse uno, sarà fatto di tutto perché la sua testimonianza non venga creduta. Conosciamo gli eufemismi utilizzati — evacuazione, trattamento speciale, reinstallazione a Est — per evitare di dire «omicidio di massa» e per cancellare dunque, persino nel discorso, il segno di quello che si stava compiendo. Ebbene, la legge della Shoah, il teorema che io chiamo teorema di Claude Lanzmann, secondo cui il crimine perfetto è un crimine senza tracce e la cancellazione della traccia è parte integrante del crimine stesso; l'evidenza di un negazionismo che non è il seguito ma un momento del genocidio, che gli è consustanziale, valgono per tutti i genocidi e quindi, naturalmente, anche per quello del popolo armeno. Si crede che i negazionisti esprimano un'opinione: essi perpetuano il crimine. E pretendendo d'essere liberi pensatori, apostoli del dubbio e del sospetto, completano l'opera di morte. Occorre una legge contro il negazionismo, perché esso è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio.
(traduzione di Daniela Maggioni).

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