Da La Repubblica del 04/05/2007

In libreria dall'8 maggio "Spingendo la notte più in là" scritto dal figlio del commissario ucciso nel '72.

Il giorno che uccisero Calabresi, mio padre. Quell'agguato alla Cinquecento blu

Pubblichiamo alcuni stralci del romanzo: "Di quel 17 maggio mi resta un ricordo netto, preciso"

di Mario Calabresi

Nella primavera del 1972 avevo poco più di due anni. Normalmente non si hanno ricordi di quell'età, si cancellano, restano forse delle sensazioni, legate a un giro sulle giostre, ai pesci dell'acquario, a una moto, un rimprovero, uno scherzo. Io ho due ricordi di quei giorni: il primo è di domenica 14 maggio, ed è indefinito, è il ricordo di una sensazione bellissima, ed è l'unica cosa tangibile e reale che ho di mio padre. Il secondo è della mattina di mercoledì 17 maggio, quando lo hanno ucciso: è netto, dettagliato, preciso. (...)

Spararono a mio padre alle 9.15 mentre apriva la portiera della Cinquecento blu di mia madre. Era appena uscito di casa, dopo vari tentennamenti che lo avevano portato a rientrare per ben due volte, la prima per sistemarsi il ciuffo, la seconda per cambiarsi la cravatta. Era uscito con una cravatta rosa, se la sfilò per metterne una bianca, e a mamma che lo guardava scuotendo la testa e prendendolo in giro rispose: "Preferisco questa perché ha il colore della purezza".

Lei richiuse la porta senza dare peso a quelle parole. Stava aspettando una donna, che doveva arrivare da un momento all'altro. Non l'aveva mai vista, ma da quel giorno sarebbe dovuta venire due volte alla settimana per aiutarla in casa: il lavoro era troppo con due bambini e un terzo in arrivo. Si presentò in ritardo, trafelata: "Signora, mi scusi, ma giù in strada c'è il finimondo: hanno sparato a un commissario". Mia madre, nel libro che ha scritto nel 1990, ha ricordato così quel momento: "Stavamo entrando in cucina, Paolo era nel box, ancora in pigiama, Mario girava attorno con i giocattoli. Mi sedetti. Ero impallidita. Sentii il feto, di tre mesi, fare un balzo dalla pancia allo stomaco. La donna corse a prendere un bicchiere d'acqua: "Signora, si sente male? Che le succede?"

Commissario ha detto? Hanno sparato a un commissario? Ma mio marito è un commissario". Ebbene, quella donna, mai vista prima e che mai più avrei visto, una donna semplice, dimessa, sulla quarantina, quella donna intuì subito la verità. E fu bravissima. "Ma signora, che cosa ha capito? Io sono scesa dal tram in piazzale Baracca. C'era un appostamento, pedinavano dei ricercati e c'è stata una sparatoria. Hanno bloccato il traffico e ho dovuto fare a piedi corso Vercelli. Per questo sono così in ritardo".

"Io dissi: "Ora telefono in questura, a mio marito, per sapere cosa è successo". Feci il numero, chiesi di Gigi. "Un attimo, le passo l'ufficio" disse il centralinista. Dopo un attimo qualcuno rispose. "C'è il dottor Calabresi? Sono la moglie" dissi. Dall'altro capo del filo sentii come una esitazione. Poi, "non è ancora arrivato, signora. Stia tranquilla, appena arriva la faccio chiamare". Sapevano già che era morto. Da quel preciso momento il mio telefono fu muto, l'avevano fatto isolare dalla Sip. Tentai più volte di formare ancora il numero della questura, ma la linea non dava segno di vita".

Mamma, al contrario delle settimane precedenti, segnate da pensieri negativi e premonitori, sembrava quasi voler negare che potesse essere davvero successo. Per sopravvivere si attaccò a flebili spiegazioni e improbabili coincidenze, cercando di fare altro.

Finché suonò il campanello. Andò ad aprire. Era il signor Franco Federico, un sarto amico del nonno, che abitava poco distante. Un uomo che dimostrò grande coraggio, scegliendo, per vera amicizia, uno dei peggiori ruoli che la vita possa assegnare. "Signor Federico, come mai da queste parti?" chiese mia madre, sforzandosi di sorridere, ma lui non riuscì a dire nulla, rimase immobile, con le labbra serrate. Il castello di speranze, che nonostante tutto ancora restava in piedi, crollò in un attimo, di schianto, e lei, cercando di fuggire dalla verità, corse in casa, lanciando un urlo. Il mio ricordo parte da lì, da quel "No!" disperato(...).

Per anni ho avuto paura del signor Federico, se mi si avvicinava cominciavo a piangere in modo incontrollabile (...). Spesso nella vita si elencano le occasioni perdute, io tengo anche la lista delle occasioni non sprecate e quel pomeriggio è sempre ai primi posti. Il "signor Federico" - lo abbiamo chiamato così per una vita - le aveva detto: "Gemma, gli hanno sparato, è molto grave, stanno facendo il possibile". Lei, con un gesto ampio del braccio a indicare la casa e gli oggetti che conteneva, aveva sussurrato qualcosa come: "Tutto questo non ha più senso". Il mio ricordo non ha le voci, solo le immagini, e non ha colori (...).

"Il signor Federico aveva appena richiuso la porta alle sue spalle, quando suonarono di nuovo. Era un vicequestore. Molto emozionato, disse qualcosa come: "È ferito a una spalla. Lo hanno portato all'ospedale. Adesso la accompagniamo". Poi, "Lei sta bene, signora, come si sente? ". "Sono incinta del terzo figlio". Con il palmo della mano, si batté un colpo sulla fronte, come a dire: "Mio Dio, ci voleva anche questa!". Intanto i bambini erano vestiti e scendemmo tutti le scale. Avevano portato un'auto della polizia, una Giulia, nell'atrio. Fuori dal portone, sulla strada, avevano fatto mettere dei poliziotti in borghese vicino alla Cinquecento, affinché, passandovi davanti, non vedessi il sangue (...).

"Dopo una corsa che mi parve interminabile, la Giulia si arrestò davanti a casa della mamma, in viale Caprilli. Sul portone, ad aspettarmi c'era mia sorella Aurora. La mamma era andata al San Carlo. In casa non c'era nessuno. Mia sorella Mirella era in Africa, papà in Australia, uno dei miei fratelli nel Biellese, un altro in Germania. "Aurora, prendi i bambini, io vado" dissi, e vidi che Aurora cercava come di trattenermi, abbracciandomi. Allora mi rivolsi ai due poliziotti della Giulia: "Che cosa aspettiamo? ". Uno cercò di prender tempo dicendo che non conoscevano bene la strada per il San Carlo. "Ma io la conosco benissimo," replicai "l'ospedale è qui vicino. Andiamo!" Ancora esitazioni.

La radio della Giulia gracchiava. "Aspettiamo che ci avvertano dall'ospedale " continuò il poliziotto. "Ci devono comunicare in quale reparto lo hanno portato. Vada di sopra un attimo, signora. La chiamiamo noi." Sopraggiunse il vice-questore di prima: "Signora, salga in casa. Adesso, vedrà, arriva sua madre ". Mi lasciai convincere, ma capii che stavano tergiversando. Così, appena fummo entrati, io guardai don Sandro: "Insomma, perché non siamo andati? Mi dica la verità ". E lui, ma solo con il movimento delle labbra, senza che dalla sua bocca uscisse alcuna voce, disse, afferrandomi le mani: "È morto ". Allora, finalmente, mi accasciai su un divano (...).

L'unico ricordo che ho di mio padre è quello dell'ultima domenica mattina passata insieme. La data l'ho ricostruita grazie all'agenda olandese: "14 maggio. Gigi porta Mario a vedere la sfilata degli Alpini. Rientra con paste, gelato e rose". Mia madre conserva ancora una rosa di quel mazzo. È secca, ma si intuisce il colore rosa screziato di rosso. La tiene in un cassettone, insieme alle migliaia di lettere ricevute negli anni.

Alla data ci siamo arrivati insieme, dopo che quel diario aveva ripreso vita per fare la sua parte nei processi. Ma di quella mattina ne avevamo parlato la prima volta solo due o tre anni prima, quando ero al ginnasio. Dopo essermelo tenuto per me per anni, un pomeriggio, in cucina, le dissi: "Io ho un ricordo di papà Gigi, è fortissimo, è una bellissima sensazione, ma non so cosa sia, se te lo racconto mi puoi aiutare a capirlo?". E le raccontai di una folla, di una piazza, di una banda musicale. Io ero sulle sue spalle, ero un po' spaventato dalla calca e dal rumore, ma ero incredibilmente attratto dalla grande apertura dorata di un trombone. Lui mi chiese se volevo toccarlo, ero timido, e poi nessuno si avvicinava, la gente stava tutta lungo il bordo della strada, ad assistere alla sfilata. Nessuno superava la linea immaginaria.

Lui invece scavalcò qualcosa, superò delle transenne, io mi attaccai ai suoi capelli, lui mi stringeva le gambe, io avevo timore, sentivo che stavamo facendo qualcosa fuori dalle regole, ma lui mi dava fiducia. Ci avvicinammo alla banda, lui parlò con qualcuno, chiese qualcosa, si piegò sul trombone e me lo fece toccare, solo per un attimo. Tornammo indietro, io ero felice, mi sentivo grande, forte, orgoglioso di stare sulle sue spalle, mi sembrava avessimo fatto una cosa coraggiosissima. Non avevo più paura della folla, mi sembrava tutto solare e caldo. Era una sensazione fortissima, che sento ancora oggi, viva, netta, pulita. Una sensazione di pienezza.

Ci ho pensato tante volte, a scuola, nella calca all'uscita dallo stadio, a Montecitorio nei giorni concitati della caduta di Prodi o dell'elezione di Ciampi, a New York davanti alla sede dell'Nbc al Rockefeller Center, mentre la gente scappava perché avevano trovato una busta con le spore d'antrace, mentre organizzavamo gli inviati da mandare a Madrid pochi minuti dopo le bombe ai treni dell'11 marzo 2004, o durante la notte dell'edizione straordinaria per l'inizio della guerra in Iraq. Ho sentito quella sensazione calda e ho pensato a lui. È l'eredità che mi ha lasciato.

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