Da Corriere della Sera del 29/05/2009

È in Sudafrica: «Voglio tornare». Aiutò Giannettini e Pozzan dopo Piazza Fontana e diede un dossier a Pecorelli

Maletti e gli anni delle stragi. Niente grazia al generale 007

Il no di Napolitano. Due condanne ma nessun giorno in cella

di Giovanni Bianconi

ROMA—Vorrebbe tornare «in Patria», come scrive con tanto di maiuscola, da uomolibero, stanco di una latitanza che dura da oltre un quarto di secolo. Ma c’è una condanna che glielo impedisce, nonostante vari indulti l’abbiano più che dimezzata. Così il generale Gianadelio Maletti — una delle figure più controverse dei servizi segreti degli anni Settanta, il decennio delle stragi ancora misteriose e impunite — ha chiesto la grazia al presidente della Repubblica. «Posso aver sbagliato, ma ho anche fatto molto per il mio Paese, in Patria e in guerra», ha rivendicato invocando l’atto di clemenza in una lettera del 2003, quando al Quirinale sedeva Carlo Azeglio Ciampi. La pratica è stata istruita a lungo, sotto due diversi governi, e a conclusione del suo travagliato iter è ora arrivato il «no» di Giorgio Napolitano. Niente clemenza per il generale che, a dispetto di una pena fissata a quattordici anni di carcere, non ha scontato nemmeno un giorno. In più Maletti continua a proclamarsi innocente, lasciando così intendere che l’eventuale grazia possa in qualche modo riparare l’ingiustizia che lui ritiene di aver subito, e una simile interpretazione è stata esclusa dalla Corte costituzionale. La risposta negativa del capo dello Stato è stata comunicata qualche giorno fa al ministero della Giustizia, al termine delle verifiche svolte dagli uffici competenti di via Arenula e del Quirinale. Compresa quella sulla richiesta di estradizione di Maletti, respinta una prima volta dal Sudafrica, Paese nel quale il militare risiede, ma mai ripresentata dall’Italia dopo la firma di un’apposita convenzione da parte del governo di Pretoria. Il prossimo 30 settembre Gianadelio Maletti, in pensione con il grado di generale di Divisione dell’Esercito, compirà 88 anni. Ai tempi della cosiddetta «strategia della tensione» lavorava al Sid, il Servizio informazioni del ministero della Difesa, e nel 1971 divenne capo del Reparto D, l’ufficio del controspionaggio. Nelle indagini sulle varie stragi, da Piazza Fontana (1969) a quella alla questura di Milano (1973), e tutte le loro derivazioni, è entrato e uscito più volte, a vario titolo. Alla fine restano a suo carico due condanne: una per aver favorito la fuga dell’informatore Giannettini e del neofascista Pozzan coinvolti nell’indagine sulla bomba alla Banca dell’Agricoltura, interamente condonata; l’altra a quattordici anni per sottrazione di atti inerenti la sicurezza dello Stato, il famoso dossier «Mi. Fo. Biali» trovato nell’ufficio del giornalista Pecorelli dopo il suo omicidio. Tra un indulto e l’altro quella pena è stata ridotta a sei anni di carcere, ma è tuttora valida. Ecco il motivo della grazia sollecitata dal generale, che nel 2003 contestava la natura «indiziaria » del processo subito, comunicava di aver subito un intervento chirurgico e perciò chiedeva di «poter tornare in Patria».
Per la storia del dossier, Maletti si attribuisce la «responsabilità morale» in quanto responsabile dell’ufficio nel quale le carte segrete erano custodite, ma niente di più. Anche l’istanza di revisione del processo, tuttavia, è stata bocciata. E al di là della condanna mai espiata, resta il ruolo ambiguo della «spia» che per un periodo, ai tempi del contrasto con l’allora capo del Sid Vito Miceli, ha goduto di qualche credito anche negli ambienti progressisti della politica. Poi sono venuti fuori i coinvolgimenti nelle varie inchieste, le schedature sui magistrati «di sinistra» trovate durante una perquisizione in casa sua, la fuga in Sudafrica. Durante la lunga latitanza il generale non ha mancato di farsi sentire. Una volta, nel 1997, con i parlamentari della commissione d’inchiesta sulle stragi, ai quali spiegò che i Servizi italiani non erano «deviati», bensì piegati alle esigenze del «partito americano »; un’altra con i giudici di Piazza Fontana, nel 2001, quando venne in Italia per qualche giorno grazie a un «salvacondotto ». Disse poche cose, e ripetendo sempre lo stesso concetto: dietro la strage c’erano la Cia e personaggi utilizzati dai Servizi statunitensi. Sulla strage di Brescia e altri episodi Maletti disse di non avere ricordi, e forse anche questo suo atteggiamento gli è valso, oggi, il rifiuto presidenziale della grazia. Ieri Napolitano ha ricordato il trentacinquesimo anniversario della strage di Brescia auspicando «valide conclusioni di giustizia e verità processuale da tanto tempo attese»; e il 9maggio, celebrando il «giorno della memoria » in onore delle vittime del terrorismo, puntò il dito contro «l’attività depistatoria di una parte degli apparati dello Stato», che contribuì a nascondere le responsabilità degli attentati. La mancata
clemenza a Maletti, si può intuire, è anche conseguenza di quell’atto d’accusa.

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