Da Archivio '900 del 08/02/2012

Posto fisso, pensioni e riforme. Quando le certezze non esistono più

di Gavino Pala

Articolo presente nelle categorie:
Il secolo globalizzatoEconomia e mercato
Dopo il Salva-Italia e il Cresci-Italia, utili per non finire come la Grecia, il nostro Paese ha bisogno di una seria riforma che possa in qualche modo rilanciare l’economia. Ma, mentre i primi due decreti, per forza di cose, sono stati approvati in tempi record, per il rilancio dell’economia il governo si sta dando dei tempi di riflessione per poter mettere sul tavolo una riforma che possa, in qualche modo, accontentare tutti (o almeno non scontentare veramente nessuno), provando a mettere insieme le esigenze di Confindustria, le richieste dei sindacati e le opzioni dei partiti impauriti di appoggiare un governo e perdere contemporaneamente l’elettorato.

La cosa chiara che arriva da Palazzo Chigi è che bisogna mettere mano, e in maniera significativa, al mercato del lavoro, e sono mesi che importanti esponenti del governo ci fanno sapere, con varie dichiarazioni, le loro considerazioni soprattutto sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
In principio fu il ministro del Welafare Elsa Fornero, in un’intervista al Corriere della Sera, a spiegare che l’articolo 18 non deve essere un totem (forse voleva dire tabù, ma il senso era chiaro), fino a questi giorni, dove sia Monti che il ministro dell’Interno la Cancellieri, hanno spiegato la loro idea del posto fisso. Il ministro Cancellieri “Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà. Dobbiamo fare un salto, ma non demonizziamo” dopo le parole del premier che parlava di monotonia del posto fisso. Ma anche il ministro Fornero si è preoccupato di dire la sua, mentre si scopre, grazie al web, che la figlia, Silvia Deaglio, 37 anni, è professoressa associata presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Torino dove insegna la Madre e il Padre, l’economista e giornalista Mario Deaglio (la giovane Deaglio si giustifica affermando che per lei parla il suo curriculum, ma il dato rimane).

Uno potrebbe pensare che in sintesi il governo vorrebbe una schiera di giovani precari, con pochi diritti, e adulti che i diritti li vedono sfumare sotto il naso. Senza pensare alla riforma delle pensioni già approvata dal governo.

Naturalmente le proteste sulle dichiarazioni del governo non si sono fatte attendere, e in rete, su blog e nei social network, come sui giornali, le storie di giovani precari o di professionisti costretti ad andare all’estero per poter vivere dignitosamente non sono mancate, con tabelle per far capire la giungla di contratti che esistono. Sul precariato però non ci sono dei dati certi e quindi non è facile capire quanto esattamente pesa sull’economia nazionale, ma sembra che otto giovani su dieci lavorino con un contratto in scadenza.

La mia di storia è come quella di molti miei coetanei e di molti amici, più di dieci anni nel mondo del lavoro nonostante sia poco più di un trentenne e con decine di contratti firmati (alle volte anche 3 in un anno con lo stesso datore di lavoro e per le stesse mansioni), sfigato per non aver ancora preso la laurea (anche se lavorare e studiare non sempre è facile), almeno 3 mesi senza nessun contratto (facendo un lavoro stagionale l’estate non si lavora, e quindi non si percepisce nessun compenso), l’iscrizione ogni estate all’ufficio di collocamento ma non mi è mai arrivata nessuna proposta lavorativa. Andare a vivere da solo diventa difficile, almeno di non trovare un’occasione imperdibile. Accendere un mutuo per mettere su famiglia? Purtroppo le banche vogliono solo le garanzie di un lavoratore annoiato con posto fisso.

La tutela dell’articolo 18 per la mia generazione? È più reale la Terra di mezzo di Tolkien.
Certo, anche la mia generazione ha le sue colpe. Spesso ha barattato il benessere (iPhone e affini) con la precarietà, ma forse, prima di fare certe dichiarazioni alcuni ministri si dovrebbero preoccupare come poter risolvere il problema di un esercito di precari che affolla l’Italia.
Si parla molto del modello Danese. Ma come spiega Damiano, poco prima di diventare ministro del Lavoro con Prodi, fece una gita istruttiva in Danimarca per capire come funzionasse lì il mercato del lavoro. Per lui, come ha dichiarato in una recente intervista, è un modello non importabile, per ora in Italia, sia perché la popolazione danese è molto inferiore a quella italiana, sia, soprattutto, perchè lì il sistema degli ammortizzatori sociali funziona, con gli uffici di collocamento che lavorano effettivamente a trovare un impiego ai disoccupati (in Italia due lavoratori su tre trovano lavoro solo grazie al passaparola o ad amicizie).
E la tanto sperata flessibilità? Ci avevano promesso che, facilitando l’uscita dal mercato del lavoro, sarebbe stato più facile rientrare, ma oggi, come ci ricorda l’ISAT ogni mese, le percentuali dei disoccupati, soprattutto dei giovani aumentano ogni mese, quelle dei i giovani inattivi sono anche peggio (chi non studia più e non lavora ancora).

Aspettiamo la riforma, quella arriverà sicuramente, non come la pensione.

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