Una tragedia che non si può archiviare

Lettera dell'Associazione “140” Familiari Vittime Moby Prince

Documento aggiornato al 18/01/2012
Come familiari delle Vittime abbiamo passato questi 20 anni che ci separano dalla data della tragedia a chiederci perché, a domandarci come fosse stato possibile che 140 persone morissero bruciate in una tranquilla notte d’aprile.

Abbiamo in questi 20 anni combattuto contro montagne di indifferenza e omertà, contro nemici che hanno fatto di tutto dall’inizio della vicenda per corrompere, insabbiare, nascondere, occultare, e che l’hanno avuta vinta. Il processo di primo grado si è concluso con le amare parole del PM “destino cinico e baro…”.

Noi che quella notte abbiamo perso una parte di vita non potevamo accettare queste conclusioni ed abbiamo iniziato a lottare per la Verità, che è una sola, certi che prima o poi questa sarebbe venuta fuori, fiduciosi che la Magistratura di questo Paese avrebbe fatto Giustizia.
Non ci siamo mai arresi, abbiamo nelle piazze e nelle aule di tribunale fatto sentire la nostra voce, il nostro accorato grido di giustizia.
Lo abbiamo fatto con la certezza e con la prova che qualcosa quella notte non ha funzionato, che tante troppe cose hanno concorso alla causa e all’ingigantirsi dell’evento, responsabilità diffuse, ma pur sempre responsabilità.

Il Traghetto, corpo del reato pur essendo stato, oggetto di varie manomissioni con lo scopo di cancellare prove e manomettere lo stato dei luoghi, raccontava la sua verità, la stessa verità che poi sta scritta nelle carte processuali: un mezzo di trasporto logoro, pieno di carenze, che ogni volta pur con le prescrizioni del caso superava le prove del R.I.N.A.

La sentenza di primo grado emessa da un collegio giudicante (un cui membro è stato condannato per concussione e corruzione) ci ha lasciati interdetti ma consapevoli, e lo avevamo detto più volte, che non erano quelli i veri responsabili: non si poteva certo ascrivere il peso della tragedia al marinaio di leva di guardia in capitaneria di porto etc… Sentenza di primo grado poi riformata dalla Corte d’Appello di Firenze, che evidenziando responsabilità diffuse a carico dell’armatore del traghetto, del comandante delle petroliera, del comandante della capitaneria, condanna l’ufficiale di guardia sulla petroliera, afferma in sentenza che molte delle testimonianza udite e tenute in conto dai giudici livornesi erano palesemente false.

Quello di cui ci siamo convinti in questi anni è che i responsabili di questa tragedia hanno un nome e cognome, solo che è mancato il coraggio di sbatterli sul banco degli imputati in un giusto processo. Sono per essere chiari, l’armatore del traghetto, il comandante della capitaneria di porto e il comandante della petroliera Agip Abruzzo (deceduto nei mesi scorsi).

Il Moby Prince non evoca nell’immaginario collettivo la tragedia e le sue vittime, ma il concorso tra l’errore umano e l’incidente. Noi fin dal primo momento abbiamo escluso la fatalità, perché non esiste fatalità in tragedie umane di questo tipo, c’è sempre la mano dell’uomo e in un caso come il nostro, come in altre tragedie sul luogo di lavoro, il risparmio sulla sicurezza operato dai datori di lavoro.

Il traghetto Moby Prince come la fabbrica Tyssenkrupp era un luogo di lavoro e per questo dovevano essere sul banco degli imputati l’armatore e i dirigenti della compagnia, perché stava a loro l’arduo compito di dimostrare che quel traghetto viaggiava in sicurezza e noi a noi il contrario.

Come stava al comandante della Capitaneria dimostrare di avere emesso regolamenti atti a impedire collisioni tra mezzi in movimento o peggio ancora fermi (regolamento promulgato nel maggio 91 successivamente all’evento) e di avere quella notte ottemperato al ruolo che gli competeva con il verificarsi dell’evento.

Stava al comandante della petroliera dimostrare che si era messo in atto un procedimento teso a salvaguardare la nave da eventuali collisioni in presenza di banchi di nebbia già dal pomeriggio (come il personale di bordo dell’Agip afferma senza essere mai smentito) e di aver taciuto sull’entità del mezzo che era andato in collisione.

Purtroppo questo non è stato il processo e rimane l’amaro di essersi sentiti scippati di una verità sacrosanta.

Non per questo noi abbiamo mai solo per un attimo ceduto, ma abbiamo sempre reclamato ciò che è un diritto, sapere perché?

Abbiamo fatto un percorso incontrando e unendoci ad altre realtà: a L’Aquila e a Viareggio abbiamo sancito la creazione di un Coordinamento di tutte le Associazioni familiari Vittime e di tutti coloro che supportano queste iniziative, eravamo tante e tante realtà perché in questo paese purtroppo le tragedie non finiscono mai.

Siamo stati insieme a Roma quando si discuteva e votava il DL sul processo breve, quella legge avrebbe privato tutti della possibilità di giusti processi.

Il tribunale di Livorno aveva riaperto il caso (non condividevamo affatto i presupposti dai quali partiva l’avv. Palermo su incarico dei Chessa) ma eravamo fiduciosi che riaprire le indagini con 4 magistrati di provata serietà e affidabilità avrebbe portato a nuove conclusioni.
Indagini e prove in loco che hanno richiesto anni di lavoro e dai quali mai è emerso però che quel traghetto fosse il gioiello della flotta che l’armatore decantava, anzi semmai si sono evidenziate ulteriormente le carenza che abbiamo sempre denunciato.

Abbiamo posto la nostra piena fiducia nel magistrati che hanno riaperto l’inchiesta e nella Procura, perché avevamo compreso di essere di fronte a persona che avrebbero fatto con correttezza e dedizione il loro lavoro. Le loro conclusioni sono amare, inaccettabili per una familiare delle Vittime ma al tempo stesso inattaccabili.

Il castello di prove portato dall’avv. Palermo si è sciolto come neve al sole basandosi su un testimone palesemente falso e mitomane.

L’avere riportato alle luce in quella memoria la vicenda Sini (ufficiale di marina deceduto sul Moby Prince, che Palermo nei suoi scritti addita come esperto di guerra elettronica e conoscitore di chissà quali segreti su Ustica) la dice lunga del rispetto che si ha sui morti altrui. Non possiamo sottacere su questo episodio odioso, perché se i figli del comandante Chessa esigono rispetto per la memoria del padre (che peraltro da noi non è mai stato minimamente criticato) è altrettanto vero che il rispetto lo devono agli altri 139 che sono deceduti su quel traghetto.

I giudici livornesi hanno per anni indagato, e sono giunti a conclusione che l’eventuale traffico d’armi diretto a Camp Derby nulla entrava con la vicenda Moby Prince e con quanto accaduto quella notte.

A distanza di vent’anni siamo ancora qui con poche certezze e molti dubbi.

A squarciare questa coltre di nebbia, ci ha pensato un giudice romano chiamato a giudicare un giornalista dell’Europeo Roberto Bertone che in un suo scritto “lede” la memoria del comandante Chessa. Questo giudice non ha il minimo dubbio, anzi scrive nella sua sentenza di condanna che il giornalista in questione si è inventato tutto o quasi, perché in effetti niente si può ascrivere al traghetto che a detta sua era perfetto, aveva addirittura (qui sta il vero scoop del giudice romano) tre radar funzionanti come affermano in coacervo i plurismentiti Sgherri (pilota del porto) e Drago (del R.I.N.A.). Questa sentenza davvero ribalta la verità accertata sul piano giudiziario sulla tragedia del Moby Prince e per di più punisce ingiustamente il diritto di cronaca e di informazione sancito costituzionalmente. Chi avrà più il coraggio di scrivere nulla sul Moby Prince?

A che siano serviti anni di indagini e di consulenze tecniche ce lo chiediamo ancora, bastava prendere un giudice e fargli scrivere la verità su commissione, perché se la sentenza Lamberti (giudice lo ripeterò fino alla noia, corrotto) è un capolavoro di equilibrismo, quella del giudice monocratico di Roma Damiana Colla è un capolavoro di negazione della verità, con la sola scusante di aver letto e giudicato su ciò che gli è stato fornito.

Ci deve anche spiegare questo giudice monocratico quale nesso hanno le condizioni del traghetto (pessime) e il comportamento perlomeno poco previdente del comandante Chessa: si fa notare che in tutte le sentenze, nell’inchiesta sommaria della Capitaneria e anche nell’inchiesta delle commissione trasporti della Camera dei Deputati si censura tale comportamento.
Non siamo a conoscenza dei documenti che sono stati prodotto all’attenzione del giudice in questione, ci permettiamo soltanto di segnalare una frase contenuta nella richiesta di archiviazione n 9726/06 pag 141 : Una causa della tragedia - anche se è doloroso affermarlo - è dunque individuabile in una condotta gravemente colposa, in termini di imprudenza e negligenza, della plancia del moby prince.

Non ci interessa riabilitare nessuna figura, non è questo il compito che si deve assumere una Associazione familiari delle Vittime, ci preme rimarcare una Verità storica provata, che è quella di un mezzo di trasporto, il traghetto Moby Prince che aveva una lunga serie di deficienze, che non saranno state la causa primaria del sinistro ma che come concausa hanno fatto si che l’evento si avvenisse e si ingigantisse.

Concludendo se da una parte è encomiabile la missione che i fratelli Chessa si pongono, e cioè riabilitare la figura del padre, dall’altro è senz’altro un ostacolo al cammino della Giustizia e della Verità se per far questo, sentano il bisogno di usare scenari apocalittici, o testi mitomani e falsi, la Verità è una sola e noi vogliamo conoscere solo quella.

Loris Rispoli,
Presidente “Associazione 140” Familiari Vittime Moby Prince
 
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