Da La Stampa del 16/11/2006

DAI SEQUESTRI IN FABBRICA AGLI ATTENTATI MORTALI: LA FOLLE STRATEGIA DELLE ORGANIZZAZIONI TERRORISTICHE

Br, un omicidio che segna il «salto di qualità»

Sei mesi più tardi ci sarà il rapimento di Aldo Moro

di Vincenzo Tessandori

Era cambiato. Da lotta armata, con quel vago sapore rivoluzionario, terzomondista, utopistico era diventato terrorismo: un'arma letale in mano ai rivoluzionari, ha detto qualcuno. Ma non era con il terrorismo che le Brigate rosse avrebbero potuto «colpire il cuore dello Stato», cancellare regole antiche, fare la rivoluzione.

La parabola cominciata sui banchi universitari e nei comitati di fabbrica clandestini, fra la fine dei Sessanta e l'alba dei Settanta, avrebbe spinto una parte non insignificante di una generazione in una strada senza uscita, scadita a ogni passo da assassinii, ferimenti e sequestri.

In questa logica aberrante s'inserisce l'omicidio di Carlo Casalegno, vicedirettore de La Stampa. Quattro mesi più tardi, il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro, presidente della democrazia cristiana, avrebbe segnato il punto di non ritorno di quella «rivoluzione» che non sarebbe mai diventata «guerra di popolo». Era cominciata quasi come un gioco pericoloso. E perverso.

I modelli erano l'Oriente rosso, il Mao-tse Dong pensiero, la lunga marcia, la Sierra Madre, il «Che» e Fidel, l'Angola e l'Irlanda del Nord. Si era cominciato con l'arma della propaganda per finire con la propaganda delle armi. Carlo Franceschini, un comunista ortodosso, superstite di Auschvitz, mi raccontò che suo figlio Alberto, considerato un capo fra le bierre e l'inquisitore del giudice genovese Mario Sossi, un giorno gli aveva detto: «La nostra guerra durerà magari 500 anni, l'importante è cominciarla».

Contro chi, quella guerra? C'è sempre un nemico da combattere. L'elenco di quelli «del popolo» si allungava di giorno in giorno: lo stato borghese, le multinazionali, gli intellettuali, coloro che non si piegavano alla logica della minaccia e della paura. «Il professore» era uno di quelli, uno che aveva il coraggio delle proprie idee dunque, peccatore irrecuperabile, agli occhi dei brigatisti, ormai incapaci di uscire dal labirinto.

Nessuna indulgenza con chi praticava il terrore, nessuna ambiguità, aveva più volte ripetuto sulle colonne de La Stampa. Un giorno aveva scritto: «Esistono, tra il terrorismo e le formazioni eversive dell'estrema sinistra, rapporti indiretti e un'obiettiva complicità. Br, Nap, Prima Linea con l'azione armata clandestina, i fanatici dell'ultrasinistra con i cortei violenti, i sabotaggi, le spedizioni squadristiche, la pratica organizzata dell'illegalità conducono, utilizzando mezzi diversi, una stessa guerra alle istituzioni, ai principi della convivenza civile, a interessi primari, politici ed economici della collettività.

E le organizzazioni oltranziste non clandestine offrono al terrorismo una solidarietrà dichiarata, anche se talvolta critica; una copertura psicologica; una vasta schiera di giovani combattivi da cui poter trarre nuove reclute».

Ecco smascherati i «cattivi maestri», che ammettevano di provare euforia al momento di abbassare sul volto il passamontagna, che ispiravano e incoraggiavano i più ribelli a dare inizio alla rivoluzione con gli «espropri proletari», che erano rapine per autofinanziamento, o con i «processi proletari» come quelli a cui erano stati sottoposti Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit Siemens di Milano, Ettore Amerio, della Fiat Auto e Sossi.

Quando spararono al «professore» le Brigate rosse sprecarono tre pagine per tentare una spiegazione politica inesistente: «Come agente della controguerriglia attiva aveva fatto una chiara scelta di campo». Come dire: o con noi o contro di noi, e chi è «contro» dev'essere spazzato via. Del resto, non era stato Stalin a dire che «la morte risolve ogni problema... via l'uomo via il problema»?

Quella ricerca di una motivazione aveva aspetti ossessivi. Altro che «né con lo Stato né con le brigate rosse». L'agguato, sostennero, era un capitolo nella «campagna contro i giornalisti»: quando alcuni militanti della Raf tedesca, fra i quali Ulrike Meinhof, erano morti di morte dubbia nel carcere di Stammheim, la pubblica posizione presa dal «professore» aveva spinto i terroristi a deciderne l’omicidio.

Ma la ragione dell'attentato sarebbe ancora più tragicamente maschina, se si deve credere a Patrizio Peci, il primo grande «pentito» fra le Bierre che così la racconta nell'autobiografia «Io, l'infame»: «Tutto nacque, credo, da un'irritazione particolare di Andrea Coi nei confronti di Casalegno. Coi - che era un intellettuale, e quindi sensibile a quelle cose - ce l'aveva a morte con i suoi articoli. Effettivamente erano articoli durissimi: Casalegno si era fatto carico, sulla Stampa, del problema del terrorismo e lo trattava con estrema decisione: a mali estremi estremi rimedi.

Ma non era tanto questo che dava fastidio. Casalegno era un maestro nello sminuire e ridicolizzare l'Organizzazione. L'Organizzazione non tollera l'ironia né tollera di essere sbeffeggiata». Nessun gruppo, di destra o di sinistra, ha mai tollerato critiche, tantomeno l'ironia. Due mesi avanti l'attentato, Azione rivoluzionaria, che seguiva un credo anarchico riveduto e corretto, aveva compiuto un attentato al tritolo contro il giornale che soltanto la buona sorte, o la Provvidenza per chi crede, aveva impedito si risolvesse in una carneficina.

Quel mercoledì era un giorno normale, lui al giornale, la moglie Dedi in casa, col cuore in gola perché quelli erano tempi drammatici. I brigatisti, lo controllavano da tempo e quando furono certi che non avesse più il piantonamento della polizia sotto casa, decisero di uccidere. Quell'anno i terroristi delle varie organizzazioni assassinarono 23 persone e ne ferirono 38: con l'uccisione di Marco Biagi, 19 marzo scorso, le vittime sono diventate 130, centinaia i feriti, i più colpiti alle gambe, da cui il termine ganbizzati.

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