Da La Repubblica del 28/11/2002

Il giornalista fu ucciso dalle br venticinque anni fa

Carlo Casalegno, un dramma italiano

“Lotta continua” intervistò il figlio Andrea

di Nello Ajello

Torino, 29 novembre 1977, venticinque anni fa. Carlo Casalegno, sessantun anni, vice-direttore della Stampa, muore assassinato dalle Brigate Rosse, dopo tredici giorni di agonia. Il 16 dello stesso mese, due giovani mascherati lo avevano aspettato al portone di casa, in corso Re Umberto, colpendolo con quattro proiettili di pistola alla testa, al volto, al collo. Dieci minuti più tardi, era arrivata una telefonata all'Ansa: «Qui Brigate Rosse. Abbiamo giustiziato il servo dello Stato Carlo Casalegno». L' indomani, il 17, un volantino viene trovato in una cabina telefonica. Sotto la stella a cinque punte, la dizione: "Brigate per il comunismo, colonna Mara Cagol". Nel testo, una rudimentale motivazione dell' attentato: Casalegno, «pennivendolo di Stato», è «un uomo della Dc» che si distingue per la parte attiva svolta «nella difesa e nella costruzione dello Stato di polizia». Intanto una voce anonima rivolge per telefono all' Ansa (di Milano, stavolta) fredde minacce: «Vivo o morto che sia, Casalegno è liquidato. Meditino i giudici, i giurati, gli avvocati e i loro familiari. Il processo alle Brigate Rosse non si farà né domani né mai. Sappia il ministro di polizia» (la minaccia è rivolta a Cossiga, responsabile degli Interni) «che abbiamo alzato la mira». Le intimidazioni per bloccare il processo alle Br, in preparazione a Torino, si sono già concretate in aprile nell' assassinio di Fulvio Croce, presidente dell' Ordine degli avvocati e incaricato, in questa sua veste, di difendere i terroristi. La promessa di passare dalle «gambizzazioni» agli assassinii mirati, è stata annunciata la settimana precedente col solito linciaggio rituale: «I giornalisti sappiano che d'ora in poi sapremo alzare il tiro». In estate erano stati colpiti alle gambe Indro Montanelli, Vittorio Bruno, Emilio Rossi, Antonio Garzotto, Leone Ferrero dell'Unità. Casalegno è il primo sul quale venga sperimentata la variante omicida. La scelta della testata da "punire" non è casuale. La Stampa è il quotidiano di una città-fabbrica: un bersaglio già raggiunto dalle violenze (sia pure non di pari gravità) dell' ultrasinistra armata. Il vice-direttore del quotidiano è finito nel mirino per un articolo uscito in data 9 novembre. Titolo: «Chiusura dei covi, basta applicare la legge». Casalegno vi ha sostenuto che le norme in vigore offrono «tutti i mezzi necessari per combattere l'eversione», purché «applicate con risolutezza». E comunque la chiusura dei covi non è «liberticida». Lo scritto somigliava ad altre decine di articoli che Casalegno andava pubblicando nella sua rubrica «Il nostro Stato», riconoscibile per una franca difesa della legalità e della convivenza democratica. Sul fatto che lui fosse un democratico non potevano esserci dubbi. Durante la Resistenza, era stato nelle file di Giustizia e Libertà. Da trent'anni lavorava alla Stampa, da nove come vice-direttore. La vittima dell' attentato è tra la vita e la morte quando, sabato 19, Lotta continua pubblica un' intervista con suo figlio Andrea. Nel presentarla, Gad Lerner e Andrea Marcenaro scrivono che «Le Brigate rosse non hanno più niente a che fare con la nostra concezione del comunismo». La testimonianza di Andrea è mesta e lucida. Egli parla della «assoluta disumanizzazione» cui è giunta l' eversione armata. Dice di non riconoscere suo padre nell'epiteto di «codino» che gli rivolgono i suoi giustizieri. Ne rivendica l'indipendenza e l'onestà. Ciò che Carlo Casalegno ha sempre temuto, racconta Andrea, «è molto più una menomazione definitiva che non la morte». E ora suo padre è lì, in un reparto delle Molinette, con «dei frammenti di denti e di piombo conficcati in gola. Deve essere molto doloroso». In ogni angolo del Pci fino a Democrazia proletaria, il chiamare «compagni» gli uomini delle Br comincia a sollevare scandalo. In Lotta continua l'escalation terroristica fa discutere, con un ventaglio di opinioni: dalla verifica del «baratro che ci separa dalla Brigate rosse» all'aperto rifiuto della solidarietà per Casalegno. In generale, i lettori che intervengono appaiono assai più oltranzisti dei redattori del quotidiano. La Stampa è al centro del dramma. A una manifestazione in piazza san Carlo prende la parola il direttore Arrigo Levi, nei cui editoriali è già emersa una «chiamata di correo» rivolta ai fiancheggiatori, dichiarati o "passivi", del terrorismo. Nel valutare il grado di solidarietà che Torino offre al suo giornale non tutti sono concordi. Rapubblica manda Giampaolo Pansa, insospettabile di simpatie terroristiche, a parlare con gli operai, fuori del cancelli di Mirafiori. Ne risulta una certa freddezza che confina con la "disumanizzazione", quasi che il sacrificio di Casalegno non abbia scalfito la scorza classista degli intervistati. La reazione della Stampa è impetuosa, come il momento richiede. A sopire le polemiche (di aggressioni «fra amici» ha parlato Furio Colombo) interviene appunto la morte di Casalegno, quel 29 novembre. Non ce l' ha fatta. Il cuore ha ceduto. «Chi spara», scrive Rossana Rossanda sul Manifesto, «mette la morte in conto anche se mira alle gambe. Pretende di dosarla, la morte, distribuendola a rate. Quella di Casalegno la si voleva intera». Nel luglio del 1983, l' epilogo giudiziario. La Corte d' assise di Torino emette la sua sentenza a carico della colonna torinese delle Brigate rosse. Fra i suoi delitti si cita l'assassinio del vice-direttore della Stampa. L'episodio Casalegno si stempera così, negli anni di piombo al loro tramonto. E' stata una storia italiana, drammatica e desolata, come tante altre di quell' epoca buia.

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