Renato Curcio

Militante politico − Italia

Nato a Monterotondo, cattolico, ex studente di sociologia, futuro ideologo delle Brigate Rosse.

"Curcio proviene dall'esperienza di "Giovane Nazione" alla quale aveva aderito all'inizio degli anni Sessanta,e poi di Giovane Europa, due organizzazioni "ideologiche" fondate dal belga Jean Thiriat, disposte ad alleanze con le organizzazioni di estrema destra e con i regimi più disparati (e relativi servizi), per combattere anche militarmente il nemico principale individuato negli Stati Uniti. Dopo un incontro tra Thiriat e Chou En-lai a Bucarest, si era stabilitp un rapporto di collaborazione tra Giovane Europa e i gruppi maoisti. In Italia la collaborazione aveva condotto, nel 1967-68, alla confluenza della maggior parte dei militanti di Giovane Europa nel Partico Comunista d'Italia (marxista leninista) di orientamento maoista." (1)

Lo stesso Curcio ripercorre nel libro intervista con Mario Scialooja "A viso aperto" edito da Mondadori, le tappe del suo impegno politico e di leader rivoluzionario: "Tutto cominciò da uno scontro di potere al convegno di Pecorile. Corrado Simioni arrivò con l'intenzione di conquiestarsi una posizione egemonica all'interno dell'agonizzante sinistra proletaria: pronunciò un intervento particolarmente duro, e sostenne che il servizio d'ordine andava ulteriormente militarizzato. La sua operazione non riuscì, ma una volta tornato a Milano non si diede per vinto: senza avvertire nessuno propose ai responsabili del servizio, alle nostre "zie rosse", delle azioni illegali e degli attentati inconcepibili per una organizzazione ancora inserita in un movimento molto vasto e, praticamente, aperta a tutti. Tra l'altro, si rivolse a Margherita (Cagol, ndr) per chiederle di piazzare una valigetta di esplosivo sulla porta del consolato Usa a Milano. A quel punto, Margherita, Franceschini e io ci trovammo d'accordo nel giudicare le sue idee avventate e pericolose. Decidemmo così di isolarlo assieme ai compagni che gli erano più vicini, Duccio Berio e Vanni Mulinaris: li tenemmo fuori dalla discussione sulla nascita delle Brigate rosse e non li informammo della nostra prima azione, quella contro l'automobile di Pellegrini. Simioni radunò un gruppetto di una decina di compagni, tra cui Prospero Gallinari e Francoise Tusher, nipote del celebre Abbé Pierre: si staccarono dal movimento sostenendo che ormai non erano altro che cani sciolti. C'erano però degli amici comuni che ci tenevano informati delle loro discussioni interne e conoscevamo il loro progetto di creare una struttura chiusa e sicura, super-clandestina (Superclan, ndr), che potesse entrare in azione come gruppo armato in un secondo momento: quando noi, approssimativi e disorganizzati, secondo le loro previsioni saremmo stati tutti catturati una volta superata la caotica situazione di transizione in cui ci trovavamo".

Annotazioni − (1) Cfr. Sergi Flamigni "La tela del Ragno", pag. 98, 99.
 
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