Da Famiglia cristiana del 10/04/2005
Originale su http://www.stpauls.it/fc/0515fc/0515fc58.htm
Esclusivo: un libro svela il mistero del traghetto incendiato
Moby Prince, l'altra verità
Quella sera del 10 aprile 1991 la nebbia non c era. Ma allora come è stata possibile la collisione che ha provocato 140 vittime?
La risposta nell'inchiesta di Enrico Fedrighini.
di Luciano Scalettari
Articolo presente nelle categorie:
Fitta nebbia, un comandante distratto dalla partita di calcio, una rotta sbagliata, la "tragica fatalità". Nella memoria degli italiani, evoca questi ricordi il "Moby Prince", il traghetto della Navarma che alle 22,25 del 10 aprile 1991 si è infilato nella fiancata della petroliera Agip Abruzzo prendendo fuoco: 140 vittime, un solo sopravvissuto, la più grave sciagura della marineria civile italiana. Questa "verità", confezionata all’indomani della tragedia, è rimasta indelebile nel ricordo collettivo.
Ma non è la verità. La vicenda del traghetto-passeggeri torna alla ribalta per la tenace ricerca di Enrico Fedrighini, milanese, già consigliere presso il Comune e la Provincia di Milano. Ma, soprattutto, uno col "vizio della memoria":
«Un bel giorno ho incrociato questa storia, per caso. Ho cominciato a leggere e a scavare. Poi, non so quando sia successo, mi sono reso conto di aver oltrepassato la soglia di non ritorno, quella oltre la quale decidi che devi andare fino in fondo».
L’ha fatto. La ricerca di Fedrighini è diventata un libro: Moby Prince. Un caso ancora aperto (edizioni Paoline), in uscita in questi giorni. In quattro anni l’autore s’è studiato tutto sul Moby: faldoni processuali, relazioni, inchieste amministrative, perizie. «Ebbene, c’è tutto nelle carte. Occorreva metterle insieme. Nell’impressionante mole di documenti c’è quanto basta per dire che quella verità è fasulla e che nella rada del porto di Livorno è accaduto ben altro. Qualcosa che abbiamo diritto di sapere. Perché è una brutta storia, una storia che fa paura».
Il terribile rogo della "Moby Prince" generato dalla collisione
contro la petroliera Agip Abruzzo (foto Barontini).
Non è vero che c’era nebbia, né che il comandante Ugo Chessa fosse distratto, né che avesse scelto una rotta pericolosa. ب accertato invece che il tratto di mare antistante Livorno quella sera era affollato: navi, imbarcazioni e bettoline che andavano e venivano. Per fare cosa?
Quella del 10 aprile è una bella sera di primavera. Il mare è calmo, la visibilità è di 5-6 miglia. «Una leggera brezza salmastra mischiata ai vapori della ciminiera della nave penetra nelle narici e accarezza i volti dei pochi passeggeri rimasti sul ponte esterno del traghetto a osservare le luci della città», scrive Fedrighini. «Sono le 22,03 quando la nave passeggeri molla gli ormeggi e si allontana scivolando sulle acque scure e oleose». Destinazione Olbia. I passeggeri vengono accolti a bordo dalle note musicali di una canzone degli anni ’60, Quando, quando, quando. Accadono le solite cose: c’è chi si prepara per la notte, chi chiacchiera, chi beve una birra al bar. «Non si tratta di una sceneggiatura, purtroppo», aggiunge Fedrighini. «Quelle piccole cose banali che ogni persona compie rappresentano gli ultimi istanti di un’intera vita. Centoquaranta persone stanno scrivendo le ultime parole sulle pagine di un libro che per loro è destinato a interrompersi di lى a pochi minuti».
I minuti saranno esattamente 22, quando il "Moby Prince" perfora con la prua l’imponente Agip Abruzzo, alta come un palazzo di dieci piani e lunga 280 metri. Ciٍ che avviene subito prima è il mistero che il libro prova a chiarire. Come pure nelle 16 ore successive (tanto è trascorso prima che le squadre di soccorso salissero sul traghetto), durante le quali si è consumata la lenta, terribile agonia delle 140 persone a bordo, chiuse nella sala antifuoco con l’incendio che divampa tutto intorno.
Un puzzle da ricomporre
Quindi, che accade? Fedrighini ricostruisce puntigliosamente i frammenti del puzzle, incrociando testimonianze, perizie, deposizioni processuali. Ebbene, la sera del 10 aprile ’91 è appena finita la Guerra del Golfo e ci sono cinque navi militarizzate americane in rada a Livorno. Una di queste sta trasbordando materiale bellico e armamento su altre ignote imbarcazioni. Un elicottero – non identificato, ma certamente non italiano – controlla dall’alto l’operazione. Nel contempo, alcune "bettoline" riforniscono di carburante le navi. Qualcosa va storto, un’esplosione, un incendio. Alcuni testimoni parlano di vampate e bagliori che si sviluppano prima dell’impatto del "Moby Prince" contro la petroliera. Il traghetto transita poco lontano. All’improvviso gli arriva contro un’imbarcazione "impazzita" che si allontana dal luogo dell’incidente.
Il Moby è costretto a virare, repentinamente. Il timone si blocca, il suo destino è segnato: l’impatto è inevitabile.
Da quel momento inizia la parte più angosciante del giallo. I radar impazziscono, le comunicazioni radio vengono disturbate. Un misterioso "cono d’ombra" mette il silenziatore ai disperati appelli del Moby. Per ore va alla deriva, in fiamme, mentre i passeggeri in vita, sempre di meno, attendono invano i soccorsi. Il relitto fumante verrà riportato in porto solo a mezzogiorno dell’11 aprile.
Il "dopo", ossia questi 14 anni in cui i familiari delle vittime hanno chiesto verità, è la parte più inquietante della vicenda: un’inchiesta amministrativa conclusa a tempo di record (11 giorni); manomissioni sul relitto; tracciati radar mai chiesti e altri con un’inspiegabile zona buia proprio sull’area della tragedia; i processi senza colpevoli; le dichiarazioni contraddittorie di alcuni protagonisti. E la contraffazione dell’unico filmato amatoriale girato a bordo, scampato all’incendio: quando giunge nelle mani del magistrato il video «presenta una giunzione effettuata in modo non professionale». Cioè, il nastro è stato tagliato e incollato con una parte di nastro vergine. Queste e molte altre "stranezze" scovate da Fedrighini fanno della più dimenticata strage italiana la più inquietante. L’ennesimo mistero d’Italia.
Ma non è la verità. La vicenda del traghetto-passeggeri torna alla ribalta per la tenace ricerca di Enrico Fedrighini, milanese, già consigliere presso il Comune e la Provincia di Milano. Ma, soprattutto, uno col "vizio della memoria":
«Un bel giorno ho incrociato questa storia, per caso. Ho cominciato a leggere e a scavare. Poi, non so quando sia successo, mi sono reso conto di aver oltrepassato la soglia di non ritorno, quella oltre la quale decidi che devi andare fino in fondo».
L’ha fatto. La ricerca di Fedrighini è diventata un libro: Moby Prince. Un caso ancora aperto (edizioni Paoline), in uscita in questi giorni. In quattro anni l’autore s’è studiato tutto sul Moby: faldoni processuali, relazioni, inchieste amministrative, perizie. «Ebbene, c’è tutto nelle carte. Occorreva metterle insieme. Nell’impressionante mole di documenti c’è quanto basta per dire che quella verità è fasulla e che nella rada del porto di Livorno è accaduto ben altro. Qualcosa che abbiamo diritto di sapere. Perché è una brutta storia, una storia che fa paura».
Il terribile rogo della "Moby Prince" generato dalla collisione
contro la petroliera Agip Abruzzo (foto Barontini).
Non è vero che c’era nebbia, né che il comandante Ugo Chessa fosse distratto, né che avesse scelto una rotta pericolosa. ب accertato invece che il tratto di mare antistante Livorno quella sera era affollato: navi, imbarcazioni e bettoline che andavano e venivano. Per fare cosa?
Quella del 10 aprile è una bella sera di primavera. Il mare è calmo, la visibilità è di 5-6 miglia. «Una leggera brezza salmastra mischiata ai vapori della ciminiera della nave penetra nelle narici e accarezza i volti dei pochi passeggeri rimasti sul ponte esterno del traghetto a osservare le luci della città», scrive Fedrighini. «Sono le 22,03 quando la nave passeggeri molla gli ormeggi e si allontana scivolando sulle acque scure e oleose». Destinazione Olbia. I passeggeri vengono accolti a bordo dalle note musicali di una canzone degli anni ’60, Quando, quando, quando. Accadono le solite cose: c’è chi si prepara per la notte, chi chiacchiera, chi beve una birra al bar. «Non si tratta di una sceneggiatura, purtroppo», aggiunge Fedrighini. «Quelle piccole cose banali che ogni persona compie rappresentano gli ultimi istanti di un’intera vita. Centoquaranta persone stanno scrivendo le ultime parole sulle pagine di un libro che per loro è destinato a interrompersi di lى a pochi minuti».
I minuti saranno esattamente 22, quando il "Moby Prince" perfora con la prua l’imponente Agip Abruzzo, alta come un palazzo di dieci piani e lunga 280 metri. Ciٍ che avviene subito prima è il mistero che il libro prova a chiarire. Come pure nelle 16 ore successive (tanto è trascorso prima che le squadre di soccorso salissero sul traghetto), durante le quali si è consumata la lenta, terribile agonia delle 140 persone a bordo, chiuse nella sala antifuoco con l’incendio che divampa tutto intorno.
Un puzzle da ricomporre
Quindi, che accade? Fedrighini ricostruisce puntigliosamente i frammenti del puzzle, incrociando testimonianze, perizie, deposizioni processuali. Ebbene, la sera del 10 aprile ’91 è appena finita la Guerra del Golfo e ci sono cinque navi militarizzate americane in rada a Livorno. Una di queste sta trasbordando materiale bellico e armamento su altre ignote imbarcazioni. Un elicottero – non identificato, ma certamente non italiano – controlla dall’alto l’operazione. Nel contempo, alcune "bettoline" riforniscono di carburante le navi. Qualcosa va storto, un’esplosione, un incendio. Alcuni testimoni parlano di vampate e bagliori che si sviluppano prima dell’impatto del "Moby Prince" contro la petroliera. Il traghetto transita poco lontano. All’improvviso gli arriva contro un’imbarcazione "impazzita" che si allontana dal luogo dell’incidente.
Il Moby è costretto a virare, repentinamente. Il timone si blocca, il suo destino è segnato: l’impatto è inevitabile.
Da quel momento inizia la parte più angosciante del giallo. I radar impazziscono, le comunicazioni radio vengono disturbate. Un misterioso "cono d’ombra" mette il silenziatore ai disperati appelli del Moby. Per ore va alla deriva, in fiamme, mentre i passeggeri in vita, sempre di meno, attendono invano i soccorsi. Il relitto fumante verrà riportato in porto solo a mezzogiorno dell’11 aprile.
Il "dopo", ossia questi 14 anni in cui i familiari delle vittime hanno chiesto verità, è la parte più inquietante della vicenda: un’inchiesta amministrativa conclusa a tempo di record (11 giorni); manomissioni sul relitto; tracciati radar mai chiesti e altri con un’inspiegabile zona buia proprio sull’area della tragedia; i processi senza colpevoli; le dichiarazioni contraddittorie di alcuni protagonisti. E la contraffazione dell’unico filmato amatoriale girato a bordo, scampato all’incendio: quando giunge nelle mani del magistrato il video «presenta una giunzione effettuata in modo non professionale». Cioè, il nastro è stato tagliato e incollato con una parte di nastro vergine. Queste e molte altre "stranezze" scovate da Fedrighini fanno della più dimenticata strage italiana la più inquietante. L’ennesimo mistero d’Italia.
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Documenti
28 ottobre 2006, Livorno: M/T Moby Prince. Uno spettacolo per non dimenticare
Discorso di Loris Rispoli al termine della rappresentazione teatrale Presidente dell'associazione familiari delle vittime "140" |
Moby Prince, nuove indagini per la tragedia nel porto di Livorno
Una lettera del Presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime "140" |
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Il testo integrale dell'istanza presentata l'11/10/2006 dall'avvocato Carlo Palermo, difensore di parte civile del figlio dell'ammiraglio Chessa, il pilota del traghetto deceduto nella tragedia.
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